09/02/2026
Era da tempo che non ne pubblicavo una, si ricomincia
La ronda vista con gli occhi di Marcella.
RESOCONTO EMOZIONALE “RONDA” 8 FEBBRAIO 2026.
Giorno 8 febbraio è stata la mia “prima ronda”. E da come dicevano Loredana, Barbara e Pino (ormai veterani), è stata un’uscita tutto sommato “tranquilla”.
Molte volte, ho sentito Sabrina e gli altri ragazzi/e parlare di queste esperienze: si confrontavano tra loro e io ascoltavo pensando di aver capito di cosa si trattava e di cosa si provava. E invece mi sbagliavo, il viverlo in prima persona è diverso. Solo vivendolo si può capire realmente la situazione in cui versano molte persone.
Spesso, ho sentito nominare i “senza tetto” con il termine “gli invisibili” …ed è proprio questo brutto aggettivo che mi è rimbombato in testa per tutto il percorso…perché è proprio così…in vie della mia città che ho percorso molte volte, solo durante la ronda ho guardato con occhi diversi la presenza di essere umani come noi che vivono e dormono in giacigli davanti all’ indifferenza di molti.
Anche a me, spesso, durante le mie uscite è capitato di vederli “di sfuggita”, dedicandogli solo uno sguardo, un pensiero di compassione e subito dopo dimenticandoli con la convinzione che “vabbé, ci sono i servizi a loro dedicati e quindi sicuramente verranno aiutati”. Invece no, ho provato rabbia perché questi servizi mi sa che non sono tanto efficaci e se possono avere un pasto caldo è anche grazie ad associazioni di volontariato, senza fini di lucro, come ANIRBAS. Per Anibars, loro non sono “invisibili”, ma vengono pensati e aiutati, in quello che è possibile, come un pasto caldo o una coperta.
La prima fermata è stata in via Montepellegrino, dove da un giaciglio in mezzo alla spazzatura, ci ha accolto un ghanese con un grande sorriso e ci ha raccontato che il giorno prima avevano dato fuoco alle sue poche cose…non solo la situazione in cui vive, ma ci sono anche persone che invece di aiutarlo hanno la cattiveria di causargli ancor più disagio e paura.
Le altre fermate sono state in via XIII vittime dove un gruppo di persone è venuto incontro con gentilezza e ringraziandoci. Successivamente, ci siamo fermati davanti l’Istituto Nautico, dove un gruppo di ragazzi ci è venuto incontro: odoravano di alcool ma non hanno creato nessun inconveniente.
Poi, c’è stata la fermata da un signore che vive in auto e a cui siamo arrivati grazie alle spiegazioni di un posteggiatore; e la fermata da una donna che vive in un piccolo accampamento fatto di pedane e coperte.
Durante il tragitto, abbiamo incontrato due ragazze che hanno particolarmente “stravolto” sia Sabrina sia il resto del gruppo: il loro aspetto, purtroppo, faceva ben capire che avevano fatto uso di crack, e quando abbiamo chiesto loro se volevano un pasto caldo, una di loro ha risposto che aveva da diversi giorni che non mangiavano. Ma ciò che ci ha colpito maggiormente è stato che nonostante lo stato in cui si trovava, ha chiesto perché le stavamo aiutando visto che loro “fanno cose brutte”….ho provato tanta tenerezza e rabbia…anche se, continuandoci a pensare, anche se mi sembra un’ utopia, il suo “essere consapevole” mi vuol fare sperare che magari con il giusto intervento possa trovare “una via d ‘uscita” e salvarsi…o forse è solo ciò che spero… e alla fine, mi ha lasciato un profondo senso d’impotenza.
Una successiva tappa è stata la Kalsa, ma anche qui una situazione abbastanza tranquilla.
Dopo un ulteriore perlustramento per donare gli ultimi pasti caldi, verso le 20:30 abbiamo intrapreso la strada del ritorno, dove da poco vi era stato un incidente con la moto e un ragazzo ferito sdraiato a terra tremante. Anche in questa br**ta occasione non è mancato il nostro piccolo contributo, infatti ci siamo subito fermati per prestare soccorso.
Infine, non posso non scrivere il punto di vista della mia bimba durante questa esperienza, non posso non scrivere ciò che viene percepito dagli occhi e dal cuore di una bimba di 10 anni. Per lei è stata una realtà del tutto nuova che ha voluto fortemente provare. Ciò che mi ha detto arrivati a casa è stato: “Mamma, perché ci sono persone che devono vivere così? Mi sento triste per quello che ho visto, ma sono contenta che li abbiamo aiutati perché così sanno di non essere soli ...”.
Ed è con questa domanda e riflessione che voglio chiudere questo scritto.