29/07/2026
Secondo il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri si può presumere che i minori dai 14 anni in su siano in grado di comprendere l’entità di ogni loro azione e di valutare le conseguenze delle proprie scelte. E siano quindi penalmente punibili. Siamo altrettanto pronti a presumere che il loro diritto all’istruzione, alla cultura, all’ascolto, al benessere psicofisico e sociale sia stato garantito?
La capacità di distinguere, di valutare e quindi di scegliere si costruisce attraverso l’istruzione, la cura, l’ascolto e il supporto. Un Governo che sceglie di rispondere al disagio giovanile con l’inasprimento delle pene anziché investire nella prevenzione, nei servizi educativi e nel sostegno alle comunità, non contrasta le cause della devianza ma le ignora, scaricandone il peso sui minori.
Lo stesso Governo che ritiene un minore capace di intendere e di volere quando si tratta di punirlo, lo ritiene invece non abbastanza maturo quando si parla di introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Eppure è proprio questo tipo di educazione a fornire gli strumenti che permettono di riconoscere e gestire le proprie emozioni, sviluppare empatia e imparare a riconoscere l’altro, i propri limiti, il valore del consenso: competenze che prevengono, tra le altre cose, il rischio di comportamenti violenti o devianti.
Questa impostazione, dietro l’apparenza della fermezza, rivela una logica fallace e mistificatrice, perché parte dal presupposto che un minore a cui la società ha dato determinati strumenti e uno a cui li ha negati possiedano la stessa capacità di intendere e di volere: un’uguaglianza solo sul piano formale, che nella realtà si ritorce contro chi già partiva più indietro.
Non è un caso che a delinquere siano più spesso i minori delle fasce sociali più fragili, quelle a cui lo Stato nega servizi, spazi di cura, benessere e strumenti educativi. Paradosso ancor più stridente laddove lo stesso Stato che non investe in spazi di aggregazione sani per chi ne ha più bisogno, si dota poi del potere di vietare l'aggregazione nei pochi luoghi pubblici che i ragazzi e le ragazze frequentano.
Per queste ragioni le associazioni del quartiere Zen esprimono la propria netta contrarietà a una norma che affida al diritto penale la risposta alle situazioni di marginalità delle minori e dei minori. Rifiutiamo un modello di società che colpevolizza i gruppi sociali di cui dovrebbe prendersi cura, punendoli dopo aver fallito nella prevenzione.
Le associazioni:
Laboratorio Zen Insieme
Handala
Fondazione l'Albero della Vita
Lievito