21/09/2026
🔻Anche ANED sezione Sicilia presente alla cerimonia di commemorazione degli Internati Militari Italiani (IMI) presso la Prefettura di Palermo per la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi”, durante la quale sono state conferite ben 11 medaglie d’onore.
Ecco una parte del discorso pronunciato dalla presidente di ANED Sicilia Daniela Di Francesca (accompagnata dalla socia Annalisa Greco, figlia di un IMI), invitata a parlare insieme ai rappresentanti delle associazioni ANEI ed ANRP:
“In occasione del Giorno della Memoria, che viene celebrata come solennità civile il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz, la nostra Associazione (presente con varie sezioni nel nord d’Italia dal 6 settembre 1945 ed eretta a Ente Morale con Decreto del Presidente della Repubblica il 5 novembre 1968) ha sempre commemorato tutte le categorie di deportati nei campi nazisti: ebrei, dissidenti e perseguitati politici, omosessuali, persone di etnia Rom o Sinti, Testimoni di Geova, disabili e, dal 2000, i cosiddetti I.M.I. ovvero gli Internati Militari Italiani.
La recente legge del 13 gennaio 2025, n.6 istituisce per il giorno 20 settembre di ogni anno la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale, definita “ complementare” al Giorno della Memoria e atta a “ conservare (“e onorare”)” ulteriormente “ la memoria dei cittadini italiani, militari e civili”… “ destinati al lavoro coatto, a causa del loro rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana dopo l’armistizio dell’8 settembre.
Riteniamo fondamentale che si faccia memoria di questa importante e consistente categoria, per restituire dignità e valore a tutti i soldati, i graduati, gli ufficiali che, nonostante fossero allo sbando, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre misero in campo tutte le loro forze per opporsi agli occupanti nazisti, una sorta di Resistenza senz’armi, spesso col sacrificio della propria vita.
In totale furono circa 1.000.000 i soldati disarmati dai tedeschi. Di questi, 200.000 riuscirono a fuggire, 180.000 scelsero di collaborare con i tedeschi.
A fronte di un totale di 800.000 deportati italiani in Germania, 650.000 erano militari, di stanza in Italia, in Francia e nei Balcani (Albania, Grecia, Yugoslavia), per via delle guerre di aggressione portate avanti dal duce.
Tra i 917 deportati politici siciliani accertati e già schedati, figurano diversi Internati militari.
Impossibile fare invece una stima precisa dei deportati militari siciliani.
Risulta infatti che almeno in 3.000 fecero richiesta di indennizzo allo Stato, ma abbiamo ragione di credere che siano molti di più, si parla infatti di decine di migliaia.
Si trattava di giovani costretti dal regime a combattere spesso contro la propria volontà, nel nord Italia e all’estero. La maggior parte di loro, posti davanti a una scelta, decisero per “ dignità” e per “ onore”, di non far parte della Repubblica Sociale.
Quali furono le conseguenze di questa imprevedibile scelta?
Molti furono trucidati immediatamente, altri ricevettero dai superiori l’ordine di fuggire per salvarsi dalle atrocità inflitte dai nazifascisti. Una moltitudine di giovani sbandati, molti dei quali originari delle regioni meridionali, non potendo varcare il limite imposto dalla linea Gustav prima e da quella gotica poi, si integrarono nei ranghi delle varie formazioni partigiane, offrendo il loro grande contributo alla causa della Resistenza.
Ai militari che invece caddero prigionieri dei tedeschi toccò una terribile sorte: quella di essere spediti, per ritorsione e per vendetta, come forza-lavoro, nei campi di concentramento in Germania. Furono privati del loro status di prigionieri politici (e quindi “ delle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra) da Adolf Hi**er che proprio il 20 settembre, recita la legge, “ emise un ordine che li classificò come “ internati militari”.
I tedeschi misero dunque in atto l’operazione ACHSE, un piano militare gigantesco:
Le condizioni in cui viaggiarono i poveri militari sono quelle che conosciamo: costretti a trascorrere giorni e giorni in vagoni piombati sotto scorta della Wehrmacht, senza cibo né acqua, e, una volta arrivati nei l***r ( un centinaio), obbligati al lavoro schiavo nelle campagne, nelle miniere e nell’industria bellica, furono sottoposti a ogni genere di umiliazioni, sevizie, angherie. Molti furono uccisi insieme agli ebrei.
Venti mesi ovvero 600 giorni, quasi due drammatici anni di prigionia (1943-45) trascorsi nei campi di lavoro.
Vennero invitati a più riprese a barattare la loro liberazione con l’arruolamento nelle forze armate tedesche, così come in quelle della R.S.I.. Furono sottoposti a un ricatto quotidiano, anche con continui bandi pubblicati da “ La voce della Patria”, un giornale a cura dell’ambasciata dell’ R.S.I. a Berlino, e affissi nelle baracche. Solo pochissimi, l’1%, si lasciarono convincere.
Tutti gli altri svilupparono una comune presa di coscienza, allorché vennero posti davanti alla necessità di scegliere se aderire con disonore o opporre un rifiuto netto con onore.
Una decisione collettiva e imprevedibile, che si propagò in modo istantaneo e inarrestabile come una lunghissima onda, percorrendo migliaia di chilometri, dalla Francia alla Grecia, attraverso l’Italia e i Balcani.
Di quei 650.000 deportati, moltissimi persero la vita. Si stima una cifra intorno ai 50.000, o forse furono di più, considerando che molti rimasero senza sepoltura.
I restanti 600.000, una volta rientrati nelle proprie case, rimasero spesso in ombra con loro terribili storie sospese a lungo nel dimenticatoio della Storia.
Commemorare gli IMI significa ribadire le ragioni della loro scelta che già conteneva in nuce i valori di democrazia, giustizia e libertà che costituiscono le basi su cui si fonda la nostra Costituzione.
Tocca quindi a noi colmare questa lacuna storica, accogliendo le testimonianze dei loro familiari, effettuando ricerche e proponendo le loro drammatiche vicende attraverso eventi, giornate di studio e, soprattutto, attività con gli studenti perché quanto è accaduto serva da monito alle nuove generazioni contro il pericolo di nuove guerre, di nuove aberranti violenze, di nuove deportazioni.
Concludo con le seguenti parole scritte dalla Senatrice Liliana Segre l’anno scorso in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera:
« Ora è importante che la Giornata del 20 settembre non diventi solo un esercizio retorico.
Attraverso questa pagina, vorrei idealmente affidarla ai tanti bravi insegnanti che ho visto sul campo in trent’anni di testimonianza nelle scuole: so che aiuteranno le nuove generazioni a riempire questa ricorrenza di contenuto e di senso, così che anche per loro quei « 600.000 NO » possano diventare un esempio luminoso.”