04/04/2026
Facciamo memoria della condanna a morte di Gesù, uomo giusto, che ha pagato con la vita la difesa dei diritti dei piccoli riconoscendo che la giustizia del Padre supera l’apparente vittoria dei potenti di ogni tempo.
È del 30 marzo la decisione del parlamento israeliano che rende obbligatoria la pena di morte in Cisgiordania esclusivamente nei confronti dei palestinesi. Siamo giunti alla istituzionalizzazione della pulizia etnica.
Israele – così come altri 50 Paesi nel mondo – prevedeva già la pena di morte per i reati di genocidio e di spionaggio in tempo di guerra, ma di fatto dal 1962 non ha emesso più condanne a morte, e questo ulteriore pronunciamento nei confronti dei palestinesi è un segnale inquietante che mostra la volontà decisa di trasformare la legislazione in strumento di sterminio dei migliaia di prigionieri a cui viene imputato il crimine di terrorismo.
Molti dei prigionieri ospiti delle carceri israeliane sono stati arrestati perché hanno reagito ai continui soprusi dei coloni o si sono ribellati denunciando la gravità del genocidio palestinese ancora in corso. Sono coloro che hanno osato reagire con la parola per opporsi alla guerra genocida che ha ridotto Gaza in un cimitero a cielo aperto dove gli abitanti giacciono sotto le macerie che hanno spazzato via ogni abitazione e infrastruttura della Striscia.
La norma appena approvata legittima i tribunali israeliani ad imporre la pena di morte nei confronti di quanti hanno inteso negare l’esistenza dello Stato d’Israele, si pensi a quanti in Cisgiordania ogni giorno subiscono i soprusi e le umiliazioni dei coloni e che anche per legittima difesa hanno procurato la morte di un colono. Questa resistenza viene considerata quale intendo di mettere fine all’esistenza dello Stato d’Israele.
Eppure l’evidenzia documentata da giornalisti e organizzazioni umanitarie è che assistiamo all’intento programmatico di mettere fine allo Stato palestinese che, di fatto, non viene neppure riconosciuto da Israele.
Ci chiediamo se esista ancora una Comunità internazionale capace di alzare la voce a custodia degli oppressi e di avviare effettive misure sanzionatorie per contrastare l’escalation di violenza di Stati che manifestano ogni sorta di violazione del diritto internazionale e della dignità umana.
Per noi entrare nella Pasqua significa continuare a fidarci dello sguardo misericordioso del Padre e, dunque, rimanere fedeli alla logica dell’amore che resiste alle brutture di questo mondo senza lasciarsi intimorire, fino a spezzarsi per testimoniare il Bene possibile.
La parola araba “sumud” esprime questa direzione di cammino che si ostina nel bene nonostante tutto così come l’ulivo rimane tenace nel mantenersi radicato alla terra portando nell’arbusto i segni del travaglio necessario.
Non si tratta di una resistenza passiva così come non lo è stato per Gesù. Piuttosto è una scelta di bene, un custodire la dignità-identità, mantenendo una postura che dice di come si esiste resistendo in questo mondo per continuare a vivere, attraversando la Pasqua, in Cielo.