09/10/2025
🧭 Nuovo Paradigma: ripensare la dipendenza
Per decenni, in ambienti “scientifici” la dipendenza è stata descritta come una malattia cronica e recidivante del cervello, addirittura paragonata al diabete di tipo 1: una condizione da cui non si guarisce, che al meglio può concedere qualche pausa, ma senza cambiamenti sostanziali, né tanto meno risolutivi. Uno stato che dunque è preferibile “gestire” con terapie di mantenimento, spesso a tempo indeterminato. Questa visione, così radicata nei manuali clinici del passato e nei modelli organizzativi trascorsi, ha offerto una spiegazione comoda… ma anche profondamente limitante, e inadeguata a una descrizione coerente della realtà. Una visione che sicuramente condiziona il modo in cui chi ha problemi con le sostanze viene considerato e trattato, in quanto latore di una fondamentale tara biologica, una sorta di “deficit ontologico”.
👁🗨 Ma oggi, grazie ai contributi di studiosi come Marc Lewis, Kent Berridge, Gene Heyman e altri (soprattutto nell’ambito delle cosiddette “neuroscienze affettive”), stiamo assistendo – non senza difficoltà e resistenze – a un cambio di prospettiva. Non si tratta di negare la sofferenza, né di banalizzare l’esperienza di chi vive la dipendenza, ma di rileggere i dati e le evidenze scientifiche con uno sguardo critico e umano, ma soprattutto realista.
🌗 Dipendenza come spettro: dalla vulnerabilità alla perdita di controllo
Nel nuovo paradigma, la dipendenza non è più vista come uno stato stabile e permanente (perché non lo è), ma come un processo, con varie modalità di ingresso e uscita, che può assumere gradi diversi di intensità, coinvolgimento e impatto:
• Forme lievi: comportamenti ripetitivi e impulsivi, talvolta fonte di disagio ma ancora compatibili con la vita quotidiana. Spesso vi è una certa consapevolezza del problema e la possibilità di interrompere spontaneamente.
• Forme intermedie: pattern più consolidati, difficoltà nella regolazione emotiva, ricadute, ambivalenza tra desiderio di cambiamento e attaccamento all’abitudine.
• Forme gravi: perdita di controllo, isolamento, danni relazionali, fisici o psicologici. Qui il bisogno di supporto diventa cruciale, ma non implica necessariamente una “condanna” a trattamenti a vita.
📚 Come sostiene Heyman, molti smettono spontaneamente in relazione a varie circostanze, mentre Berridge ci aiuta a distinguere tra “desiderio” e “piacere”, indicando che non tutto ciò che ci attira è davvero gratificante, così come i condizionamenti subiti inducono a credere. E Lewis ci ricorda che il cervello, pur modellato dalle abitudini, resta plastico e capace di cambiamento.
🚫 Non esiste una soglia di irreversibilità
Uno dei miti più diffusi è l’idea che, oltre un certo punto, la dipendenza diventi irreversibile. Ma la realtà, sostenuta dalla scienza e dall’esperienza concreta di migliaia e migliaia di persone, è che non esistono soglie rigide, né condanne permanenti. Il processo non è statico, né predeterminato, neanche relativamente alla sua evoluzione.
🔬 Dal punto di vista biologico, la neuroplasticità – la capacità del cervello di modificarsi, di riadattarsi – è attiva per tutta la vita. Le abitudini apprese possono essere superate. Non esistono “danni irreparabili”, ma processi che possono essere trasformati.
🌍 A livello psicologico, sociale e culturale, le variabili che influenzano la dipendenza sono modulabili in modi pressoché infiniti, in quanto relative a contesti mutevoli:
• ambito relazionale e familiare
• narrazione di sé e identità personale
• pressione sociale e stigma
• ambienti di vita, opportunità, accesso alle risorse
🧠 Parlare di dipendenza come spettro significa superare la logica deterministica e abbracciare una visione dinamica, dove il cambiamento è sempre possibile, anche nei casi più complessi.
🧠 Un cervello che cambia, non malato per sempre
• Marc Lewis, neuroscienziato ed ex-dipendente, propone una lettura evolutiva: il cervello si adatta, ma può anche disimparare. La dipendenza non è una lesione, ma un apprendimento distorto.
• Kent Berridge mostra come “volere” e “piacere” siano distinti nel cervello, aprendo alla comprensione di percorsi motivazionali diversi dalla semplice compulsione.
• Gene Heyman evidenzia che la dipendenza risponde a logiche di scelta, e che molte persone smettono senza trattamenti infiniti.
🔁 Servizi tra modelli rigidi e nuove prospettive
Purtroppo, non sempre i servizi pubblici – o i singoli operatori – sono al passo con queste acquisizioni. A volte – sempre più raramente, per fortuna - persistono e prevalgono approcci standardizzati e medicalizzati in senso riduzionistico, mentre l’esperienza di utenti e altri operatori chiede maggiore flessibilità, rispetto per la soggettività e una logica di empowerment, come accade anche nel privato sociale.
💬 Questo non significa “rinunciare alla medicina”, ma uscire dal monopolio dell’epistemologia bio-chimica. Significa valorizzare percorsi multipli, dare spazio alla possibilità, e non incasellare la dipendenza come destino.
📖 Jacques Lacan, col suo “ritorno a Freud”, ha lasciato una traccia importante nella psicanalisi inaugurata dal viennese e nella cultura umana in generale: quella secondo cui “il linguaggio è fondatore”. Non si tratta di un semplice strumento di comunicazione, ma di ciò che costituisce il soggetto umano e ne struttura l’inconscio, al di là di ogni interpretazione. Il linguaggio ci precede. Ci forma. Ci condiziona. Per questo, ridefinire il discorso sulla dipendenza non è solo un atto culturale, ma una possibilità concreta di trasformazione soggettiva. Questo significa in primo luogo che “parlare di” e molto diverso dal “parlare con”. E significa anche che il modo in cui si parla di tossicodipendenze – sempre sulla base di dati giocoforza incompleti e parziali, quando non frettolosamente, forzatamente e tendenziosamente selezionati – condizionerà in modo importante, se non decisivo, l’evoluzione delle persone che dell’addiction fanno esperienza. Possibilmente transitoria: non come condanna, ma possibilità di trasformazione.