Viola Ice

Viola Ice “A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.”
Alessandro Baricco
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09/10/2025

🧭 Nuovo Paradigma: ripensare la dipendenza

Per decenni, in ambienti “scientifici” la dipendenza è stata descritta come una malattia cronica e recidivante del cervello, addirittura paragonata al diabete di tipo 1: una condizione da cui non si guarisce, che al meglio può concedere qualche pausa, ma senza cambiamenti sostanziali, né tanto meno risolutivi. Uno stato che dunque è preferibile “gestire” con terapie di mantenimento, spesso a tempo indeterminato. Questa visione, così radicata nei manuali clinici del passato e nei modelli organizzativi trascorsi, ha offerto una spiegazione comoda… ma anche profondamente limitante, e inadeguata a una descrizione coerente della realtà. Una visione che sicuramente condiziona il modo in cui chi ha problemi con le sostanze viene considerato e trattato, in quanto latore di una fondamentale tara biologica, una sorta di “deficit ontologico”.

👁‍🗨 Ma oggi, grazie ai contributi di studiosi come Marc Lewis, Kent Berridge, Gene Heyman e altri (soprattutto nell’ambito delle cosiddette “neuroscienze affettive”), stiamo assistendo – non senza difficoltà e resistenze – a un cambio di prospettiva. Non si tratta di negare la sofferenza, né di banalizzare l’esperienza di chi vive la dipendenza, ma di rileggere i dati e le evidenze scientifiche con uno sguardo critico e umano, ma soprattutto realista.

🌗 Dipendenza come spettro: dalla vulnerabilità alla perdita di controllo

Nel nuovo paradigma, la dipendenza non è più vista come uno stato stabile e permanente (perché non lo è), ma come un processo, con varie modalità di ingresso e uscita, che può assumere gradi diversi di intensità, coinvolgimento e impatto:

• Forme lievi: comportamenti ripetitivi e impulsivi, talvolta fonte di disagio ma ancora compatibili con la vita quotidiana. Spesso vi è una certa consapevolezza del problema e la possibilità di interrompere spontaneamente.

• Forme intermedie: pattern più consolidati, difficoltà nella regolazione emotiva, ricadute, ambivalenza tra desiderio di cambiamento e attaccamento all’abitudine.

• Forme gravi: perdita di controllo, isolamento, danni relazionali, fisici o psicologici. Qui il bisogno di supporto diventa cruciale, ma non implica necessariamente una “condanna” a trattamenti a vita.

📚 Come sostiene Heyman, molti smettono spontaneamente in relazione a varie circostanze, mentre Berridge ci aiuta a distinguere tra “desiderio” e “piacere”, indicando che non tutto ciò che ci attira è davvero gratificante, così come i condizionamenti subiti inducono a credere. E Lewis ci ricorda che il cervello, pur modellato dalle abitudini, resta plastico e capace di cambiamento.

🚫 Non esiste una soglia di irreversibilità

Uno dei miti più diffusi è l’idea che, oltre un certo punto, la dipendenza diventi irreversibile. Ma la realtà, sostenuta dalla scienza e dall’esperienza concreta di migliaia e migliaia di persone, è che non esistono soglie rigide, né condanne permanenti. Il processo non è statico, né predeterminato, neanche relativamente alla sua evoluzione.

🔬 Dal punto di vista biologico, la neuroplasticità – la capacità del cervello di modificarsi, di riadattarsi – è attiva per tutta la vita. Le abitudini apprese possono essere superate. Non esistono “danni irreparabili”, ma processi che possono essere trasformati.

🌍 A livello psicologico, sociale e culturale, le variabili che influenzano la dipendenza sono modulabili in modi pressoché infiniti, in quanto relative a contesti mutevoli:

• ambito relazionale e familiare
• narrazione di sé e identità personale
• pressione sociale e stigma
• ambienti di vita, opportunità, accesso alle risorse

🧠 Parlare di dipendenza come spettro significa superare la logica deterministica e abbracciare una visione dinamica, dove il cambiamento è sempre possibile, anche nei casi più complessi.

🧠 Un cervello che cambia, non malato per sempre

• Marc Lewis, neuroscienziato ed ex-dipendente, propone una lettura evolutiva: il cervello si adatta, ma può anche disimparare. La dipendenza non è una lesione, ma un apprendimento distorto.

• Kent Berridge mostra come “volere” e “piacere” siano distinti nel cervello, aprendo alla comprensione di percorsi motivazionali diversi dalla semplice compulsione.

• Gene Heyman evidenzia che la dipendenza risponde a logiche di scelta, e che molte persone smettono senza trattamenti infiniti.

🔁 Servizi tra modelli rigidi e nuove prospettive

Purtroppo, non sempre i servizi pubblici – o i singoli operatori – sono al passo con queste acquisizioni. A volte – sempre più raramente, per fortuna - persistono e prevalgono approcci standardizzati e medicalizzati in senso riduzionistico, mentre l’esperienza di utenti e altri operatori chiede maggiore flessibilità, rispetto per la soggettività e una logica di empowerment, come accade anche nel privato sociale.

💬 Questo non significa “rinunciare alla medicina”, ma uscire dal monopolio dell’epistemologia bio-chimica. Significa valorizzare percorsi multipli, dare spazio alla possibilità, e non incasellare la dipendenza come destino.

📖 Jacques Lacan, col suo “ritorno a Freud”, ha lasciato una traccia importante nella psicanalisi inaugurata dal viennese e nella cultura umana in generale: quella secondo cui “il linguaggio è fondatore”. Non si tratta di un semplice strumento di comunicazione, ma di ciò che costituisce il soggetto umano e ne struttura l’inconscio, al di là di ogni interpretazione. Il linguaggio ci precede. Ci forma. Ci condiziona. Per questo, ridefinire il discorso sulla dipendenza non è solo un atto culturale, ma una possibilità concreta di trasformazione soggettiva. Questo significa in primo luogo che “parlare di” e molto diverso dal “parlare con”. E significa anche che il modo in cui si parla di tossicodipendenze – sempre sulla base di dati giocoforza incompleti e parziali, quando non frettolosamente, forzatamente e tendenziosamente selezionati – condizionerà in modo importante, se non decisivo, l’evoluzione delle persone che dell’addiction fanno esperienza. Possibilmente transitoria: non come condanna, ma possibilità di trasformazione.

09/10/2025

🔄 Desiderare contro se stessi: quando Freud incontra le neuroscienze

Che cosa ci spinge a desiderare ciò che ci può far male? Perché ripetiamo esperienze effimere, anche quando sappiamo che ci procurano svantaggio e che ci faranno soffrire? Da Sigmund Freud a Kent Berridge, questo mistero ha affascinato studiosi di epoche e discipline diverse.

💭 Freud e la Coazione a Ripetere

Sigmund Freud, nel suo celebre Al di là del principio di piacere - scritto molti anni dopo l’abbandono degli studi sulla cocaina - osserva che gli esseri umani spesso ripetono esperienze traumatiche, quasi fossero prigionieri di un copione invisibile. Lo chiama coazione a ripetere: una forza profonda, inconscia, che ci spinge a rincorrere il dolore. Dietro questa tendenza, Freud ipotizza l’esistenza di una pulsione di morte, una spinta misteriosa che va contro il nostro istinto di sopravvivenza.

⚡ Berridge e il Wanting senza Liking

Nel mondo delle neuroscienze e dei meccanismi neurobiologici inerenti le dipendenze patologiche, Kent Berridge ci offre una prospettiva sorprendentemente simile. Studiando i meccanismi del cervello, Berridge distingue tra:

• Liking: il piacere che proviamo realmente
• Wanting: il desiderio che ci spinge ad agire

Il problema? A volte il cervello può amplificare il wanting anche se il piacere nel comportamento si riduce, magari fino a sparire, per lasciare il posto al tormento. È ciò che accade, ad esempio, nelle dipendenze: si desidera compulsivamente qualcosa che non dà più la soddisfazione ambita e che viceversa distrugge.

🤯 Il Punto d’Incontro

Freud e Berridge parlano lingue diverse — una è la lingua dell’inconscio, l’altra dei circuiti neuronali — ma descrivono un fenomeno simile: il desiderio che non si placa. Un desiderio che si ripete, si auto-alimenta, e che non cerca la gioia… ma la tensione stessa.
Potremmo dire che la coazione a ripetere freudiana e il wanting senza liking di Berridge sono due volti dello stesso paradosso: l’essere umano può desiderare ciò che non lo rende felice - e continuare a farlo - senza capire perché.

😵‍💫 Jouissance: quando il desiderio diventa Eccesso

E se il desiderio fosse il nostro “miglior nemico”?
C’è una parola francese che Jacques Lacan, famoso psicanalista, usava per descrivere un certo tipo di godimento, che va oltre il piacere: jouissance. Non si tratta di gioia o soddisfazione, ma di un eccesso che può ferire, un godimento che nasce dalla tensione, dall’assenza, dal dolore. È ciò che ci spinge a ripetere esperienze che non ci fanno bene — non perché cerchiamo felicità, ma perché qualcosa in noi si nutre di quell’intensità.
In fondo, è lo stesso paradosso che troviamo in Freud (la coazione a ripetere) e in Berridge (wanting senza liking). Tutti e tre descrivono un desiderio che non si arresta, che ignora il piacere, se non per echi ormai lontani, e si alimenta nella ripetizione.
La jouissance è il nome che Lacan dà a questo punto limite: dove il desiderio non incontra la soddisfazione, ma l’eccesso doloroso — e lo cerca comunque. Egli ci ricorda che il desiderio non cerca l’oggetto, ma gira attorno alla sua assenza. A volte non inseguiamo ciò che ci arreca vantaggio, ma ciò che ci tiene in tensione. È lì che nasce la jouissance: quel godimento che non consola, ma brucia. Ed è proprio da lì che potremmo iniziare a capire qualcosa di noi stessi.

Ed è pace...
16/02/2025

Ed è pace...

Passerà questo tempo            come passanotutti i giorni orribili della vita.Si placheranno         i venti che       ...
31/01/2025

Passerà questo tempo
come passano
tutti i giorni orribili della vita.
Si placheranno
i venti che
ti abbattono.
Stagnerà il sangue della tua ferita.
L’anima
errante tornerà
al suo nido.
Quel che ieri si p***e sarà trovato.
Il sole senza macchia concepito
uscirà di nuovo nel tuo costato.
E dirai al mare: “come ho potuto,
annegato senza bussola e smarrito,
giungere al porto con le vele rotte?”
E una voce ti dirà: “non comprendi?
Lo stesso vento che ha rotto le navi
è quello che fa volare i gabbiani.

Óscar Hahn.
(Poeta cileno).

25/10/2024

18/10/2024

Presentazione dell'Associazione di volontariato "Ritrovarsi", delle finalità, delle caratteristiche, delle attività proposte.

Indirizzo

Palermo

Sito Web

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