Movimento delle Agende Rosse

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Movimento delle Agende Rosse Il Movimento Agende Rosse opera affinché sia fatta piena luce sulla strage di Via D’Amelio (19/07/92) e in generale sugli omicidi e stragi di stato-mafia

CENSURA DI STATO – FABIO REPICI: «LA CAMPAGNA CONTRO RANUCCI E CONTRO REPORT IO L’AVEVO VISTA GIÀ PRIMA DELL’ESPLOSIONE ...
17/10/2026

CENSURA DI STATO – FABIO REPICI: «LA CAMPAGNA CONTRO RANUCCI E CONTRO REPORT IO L’AVEVO VISTA GIÀ PRIMA DELL’ESPLOSIONE DELLA BOMBA»
A margine dell'evento pubblico “Censura di Stato”, a sostegno di Report e del giornalismo d'inchiesta, condividiamo la trascrizione integrale dell'intervento dell'avvocato Fabio Repici.
Un intervento duro e appassionato, che ricostruisce gli attacchi contro Sigfrido Ranucci e Report, richiamando vicende giudiziarie, tentativi di delegittimazione e ostacoli alla ricerca della verità sulle stragi e sui rapporti tra criminalità e potere.
Dalle inchieste sulle stragi del 1992 alla vicenda dell'ultima intervista di Paolo Borsellino, fino alla difesa di chi continua a indagare e a fare informazione senza piegarsi alle pressioni: le parole di Repici pongono una questione fondamentale per la nostra democrazia.
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📝 **TRASCRIZIONE INTEGRALE DELL'INTERVENTO DI FABIO REPICI**
«Buonasera a tutti.
Io sono qui in primo luogo per fare una cosa che poche ore dopo l'esplosione che ci fu davanti a casa di Sigfrido Ranucci feci privatamente, cioè manifestai la mia vicinanza a Sigfrido e alla trasmissione Report. Oggi sono venuto qui per farlo pubblicamente.
Per farlo pubblicamente dopo mesi di una campagna di una ferocia nazista che non si era mai vista nella storia della Repubblica contro un uomo, un giornalista, ma contro un uomo e un giornalista che rappresentano una trasmissione televisiva della quale cosa si va a contestare nel dibattito pubblico: la sua vita privata.
Io non avrei sicuramente incrociato, o meglio Sigfrido in quel ristorante non avrebbe mai potuto incrociare me e magari tanti altri di qua, però avrebbe potuto incrociare la gran parte del Parlamento italiano, anzi la gran parte della maggioranza neofascista del Parlamento italiano.
E il paradosso è che la maggioranza neofascista del Parlamento italiano e i pendagli da forca del giornalismo che vanno al loro seguito erano tutti frequentatori di quel ristorante.
E a me questa cosa fa pensare che siamo arrivati quasi a un ventennale, perché quello che è accaduto in questi mesi a Sigfrido Ranucci e a Report è una storia che è cominciata prima ancora che i neofascisti uscissero dalle fogne e prendessero il potere al governo.
Perché guardate, io lo voglio dire, ciascuno di noi fa degli errori, inciampa.
**Se c'è un uomo, una persona che può insegnare a tutti come si deve resistere rispetto all'aggressione da parte del potere, è la persona che il prossimo anno può celebrare il ventennale di quella caccia all'uomo, ed è Luigi De Magistris**, che nel 2007 era un giovane pubblico ministero a Catanzaro che solo per il fatto di investigare e di ricercare la verità aprì, spalancò le porte dell'inferno del potere italiano e per questo fu cacciato.
Da Luigi dobbiamo imparare come resistere, esattamente come ha fatto lui.
Però vedete, io faccio l'avvocato con le mie misere capacità.
**Ma la campagna contro Ranucci e contro Report io l'avevo vista già prima dell'esplosione della bomba, l'avevo vista nei fascicoli di processi e di procedimenti penali in corso.**
C'è un procedimento a Milano che riguarda un'agenzia para-investigativa dei servizi, Equalize, e lì abbiamo trovato calunnie ai danni di Sigfrido Ranucci, di Giorgio Mottola e di Report, e pure di quell'altro grande campione del giornalismo d'inchiesta che è Fabrizio Gatti.
L'anno scorso si è completato con la condanna all'ergastolo il processo a Paolo Bellini per la strage alla stazione di Bologna. Però ci sono dei procedimenti ancora in corso.
Uno mi vede impegnato ed è a Caltanissetta: Bellini è indagato per le stragi del '92, c'era stata una richiesta di archiviazione e Salvatore Borsellino è stato l'unico a fare opposizione a quella richiesta di archiviazione.
E che cosa trovo nel fascicolo? Trovo le intercettazioni in cui Paolo Bellini, parlando con quelli che sono più dei complici piuttosto che dei giornalisti, aggrediscono chi? Mondani, Report, Antonella Beccaria, il meglio del giornalismo democratico della nazione.
Perché? Perché c'è anche il procedimento a carico di Dell'Utri a Caltanissetta.
È un procedimento nel quale ha avuto un ruolo da testimone Sigfrido Ranucci per un fatto che gli dovrebbe garantire la gratitudine di tutti, prima di tutti i cittadini utenti della RAI: che molti anni fa su Rai News 24, grazie a lui e al giornalista Morione, riuscirono a vedere l'intervista resa da Paolo Borsellino il 21 maggio 1992 a due giornalisti francesi, rimasta sempre nascosta.
Che cosa ho potuto sentire io a Caltanissetta? Ho sentito accusare Sigfrido Ranucci perfino di avere manipolato il testo di quella intervista.
E qual era stato il comportamento di Sigfrido Ranucci? Come aveva potuto compiere la manipolazione?
Sigfrido Ranucci aveva solo saputo da una collega, Chiara Beria di Argentine, dell'esistenza di quella videocassetta che conteneva l'intervista a Paolo Borsellino, apprese che era nelle mani dei familiari di Paolo Borsellino e la ricevette da una figlia di Paolo Borsellino.
La portò alla RAI e la fece vedere alla Nazione.
E c'è stato chi vergognosamente ha detto che Sigfrido Ranucci aveva fatto un lavoro di taglio per evitare le parti sconvenienti.
E c'è a Caltanissetta anche un processo a carico dell'autore dell'ultimo depistaggio sulla strage di via D'Amelio, il falso pentito Maurizio Avola.
E anche lì, nelle pagine di quel fascicolo, i corifei del depistatore, nomi del grande giornalismo italiano, contro chi se la prendono? Ranucci, Report, Mondani, rinnegando amicizie ventennali.
**E poi c'è il processo dei processi: non si devono fare i processi ai mandanti delle stragi, si devono fare i processi per condannare le fonti possibili dei processi ai mandanti delle stragi.**
E quindi c'è un curioso processo a Caltanissetta a carico di Walter Giustini e Maria Romeo in cui, insieme agli imputati, sono imputati anche Sigfrido Ranucci, Paolo Mondani, la trasmissione Report e, va da sé, Roberto Scarpinato.
E perché? Perché ci si è intestarditi a cercare di capire che cosa ha fatto Paolo Borsellino nel suo lavoro nelle ultime settimane di vita.
E grazie all'intestardimento di qualcuno si è scoperto, oltre 30 anni dopo, l'esistenza di documenti che attestano di cosa si occupava Paolo Borsellino: e non si occupava della pista palermitana/palestinese anche chiamata mafia e appalti.
**Quella è una balla di Stato**, che lo scriva un GIP, che lo dica il governo, che lo dica la Commissione Antimafia, che lo dica il TG1 di Gianmarco Chiocci; è una balla di Stato vergognosa.
**C'è un solo documento che porta la firma di Paolo Borsellino e che riguarda la strage di Capaci: quel documento riguarda le indagini scaturite dalle confidenze di Alberto Lo Cicero, piaccia o no.**
E allora, col retroterra di queste conoscenze, io li avevo sentiti i tuoni, li sentivo in udienza i tuoni, e tanto tuonò che piovve: piovve una bomba, che è stato l'esito fisiologico di quello che stava succedendo, perché Sigfrido Ranucci e quella trasmissione televisiva andavano abbattuti.
Andavano abbattuti insieme a pochi altri che hanno ancora il coraggio, che non si piegano alle minacce del potere fascista.
E infatti chi abbiamo? Abbiamo Salvatore Borsellino che viene querelato da Mario Mori, il quale detta i lavori della Commissione Antimafia; che viene citato in giudizio da Guido Lo Porto, compagno di partito di Giorgia Meloni e di Chiara Colosimo.
Sì, ha citato in giudizio pure Sigfrido Ranucci, Paolo Mondani, la RAI e, ultimo in fondo, pure il sottoscritto.
Di Matteo, che nel silenzio della magistratura associata continua da anni a subire una rappresaglia per il fatto di essere un magistrato libero, continua a subire la rappresaglia dentro e fuori dalle istituzioni.
E poi c'è Stefania Limiti che, siccome ha il vizio di ricercare la verità – e lo faceva meglio di certi pubblici ministeri di Caltanissetta trovando notizie che i pubblici ministeri non trovavano o non volevano trovare – venne messa sotto processo perché si rifiutava di rivelare le fonti, e oggi viene messa sotto processo nelle intenzioni di qualcuno da parte dell'erede dello stratega della strategia della tensione.
E poi c'è Roberto Scarpinato che ha molti difetti, dobbiamo dirlo: non ha mai messo in circolazione sue foto abbracciato a Bruno Contrada, mai; non ha mai messo in circolazione sue foto abbracciato a Giuseppe Graviano, mai; e nemmeno alla madama dello stragismo neofascista Francesca Mambro, mai.
E sono pochi, però, pochi.
Ed è il motivo per cui il potere in questo momento è così forte, perché sono pochi, perché quando la democrazia deperisce in tanti non riescono a resistere.
E questo è lo spirito del tempo, un tempo in cui io devo confessare che alle volte mi sento fuori posto.
Io che sono fissato con vecchi pallini, che non so usare quasi neanche il computer, che l'elettronica mi desta solo orrore e che rimango arroccato a quelle convinzioni dell'uomo aristotelico animale razionale, a quelle convinzioni dell'anatomia tradizionale per cui il cuore, lo possiamo dire, batte a sinistra, sì, per sempre.
Però ci troviamo a vivere in un mondo in cui la realtà, il canone è la propaganda che falsifica il racconto della storia; è un canone brutto di un tempo buio, non solo sbandato, buio.
Un tempo in cui si viene dossierati per il fatto di ricercare la verità, si viene monitorati per il fatto di ricercare la verità, si viene pedinati per il fatto di ricercare la verità con manovre che vengono compiute alla luce del sole e, come La lettera rubata di Edgar Allan Poe, accade che nessuno se ne accorga.
Io non so se questa è la piega che deve prendere la storia del Paese.
In quel caso non mi riguarda, non è un mondo che mi appartiene.
**Un tempo si disse che la bellezza salverà il mondo: forse era un tempo più ottimista. Di certo il mondo non si salverà se noi perderemo la nostra capacità di essere liberi e di continuare a cercare la verità. Grazie.**»
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CENSURA DI STATO | NINO DI MATTEO: DIFENDERE REPORT E IL GIORNALISMO D'INCHIESTAA margine dell'evento pubblico *«Censura...
16/10/2026

CENSURA DI STATO | NINO DI MATTEO: DIFENDERE REPORT E IL GIORNALISMO D'INCHIESTA

A margine dell'evento pubblico *«Censura di Stato»*, organizzato dal quotidiano online **ANTIMAFIADuemila** in difesa di Sigfrido Ranucci, della redazione di *Report* e dell'informazione d'inchiesta nel nostro Paese, condividiamo la **trascrizione integrale dell'intervento del magistrato Nino Di Matteo**, pronunciato durante l'incontro *«Censura di Stato», a sostegno di Report e del giornalismo d'inchiesta*.

Un intervento che richiama il ruolo fondamentale dell'informazione libera, la necessità di preservare la memoria delle stragi e il dovere di resistere a ogni tentativo di delegittimazione di chi cerca la verità.

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📝 **TRASCRIZIONE INTEGRALE DELL'INTERVENTO DI NINO DI MATTEO**

«**Buonasera a tutti.**

Vi devo dire innanzitutto che ascoltando gli interventi appassionati, lucidi, coraggiosi di due avvocati, l'avvocato Repici e l'avvocato Ligotti, e di due ex magistrati, Roberto Scarpinato e Luigi De Magistris, pensavo quanto è bello essere avvocati o quanto è bello essere ex magistrati e potere dire tutto. E quanto è difficile per un magistrato in servizio intervenire in un'occasione come questa e comunque cercare di dire quello che pensa.

Vedete, quando Giorgio Bongiovanni, direttore di Antimafia 2000, mi ha parlato per la prima volta di questa manifestazione invitandomi a partecipare, gli ho chiesto di potere riflettere prima di dare la risposta. Avevo intuito, e non mi sono sbagliato, che sarei stato l'unico magistrato in servizio a partecipare. Ero e sono tutt'ora ben consapevole che, con un procedimento penale in corso scaturito dall'attentato a Sigfrido Ranucci, non avrei potuto riferirmi in alcun modo né tantomeno commentare le risultanze investigative. Ero e sono consapevole che da questa partecipazione potranno derivare a me soltanto fastidi di qualsiasi tipo, ma non mi importa nulla.

La riflessione è in realtà durata pochi minuti: ho immediatamente pensato che, da magistrato che da più di 30 anni si occupa di criminalità organizzata, di stragi, di fenomeni di collusione o contiguità tra la mafia e il potere, **io avevo il dovere di intervenire**.

Qui non si tratta soltanto di esprimere la mia vicinanza umana, la mia solidarietà ad un giornalista, Sigfrido Ranucci, che conosco e stimo profondamente da 30 anni, da quando le nostre rispettive attività professionali si incrociarono attorno alla vicenda dell'intervista — prima vergognosamente scomparsa e dopo anni recuperata e svelata proprio da Ranucci — di Paolo Borsellino a due giornalisti francesi due giorni prima della strage di Capaci.

Ricordiamocelo ogni tanto che quella era l'intervista nella quale Borsellino fece esplicito riferimento al riciclaggio dei soldi della mafia, fece esplicito riferimento a Silvio Berlusconi e a Vittorio Mangano.

Forse, quando ci chiediamo cosa è successo nei 57 giorni tra Capaci e via D'Amelio, dovremmo fare anche un passo indietro e vedere cosa è successo negli ultimi 59 giorni di vita di Paolo Borsellino.

Siamo qui, e questo è veramente paradossale, anche perché oggi è necessario ricordare a tutti quello che dovrebbe essere un punto fermo indiscutibile e che invece sembra essere dimenticato: **Ranucci è la vittima del grave attentato dell'ottobre scorso**.

Non si può accettare che, come è avvenuto più volte nella storia di questo Paese — un esempio per tutti l'attentato all'Addaura a Giovanni Falcone —, la vittima si trasformi in accusato, come sta avvenendo per Sigfrido Ranucci sotto la spinta di un'operazione politico-mediatica massiccia, organizzata e letteralmente spregiudicata.

Ma c'è un ulteriore motivo per il quale ho sentito la necessità di contribuire ad un momento di reazione e riflessione importante come quello che stiamo vivendo stasera.

La vicenda dell'attentato, il coinvolgimento di un soggetto pregiudicato come Lavitola e i suoi rapporti con Ranucci costituiscono e continuano a rappresentare il facile pretesto per attaccare, annientare, neutralizzare per sempre Sigfrido Ranucci e *Report*, per neutralizzare per sempre la forza e il rigore delle sue inchieste giornalistiche.

**E questo è *Report*: il bersaglio grosso dell'operazione in corso.**

E non posso non pensare, ad esempio, alle inchieste condotte da Paolo Mondani, che negli anni hanno coraggiosamente approfondito vicende e questioni che oggi più che mai a livello politico-istituzionale devono essere trascurate o trattate con un approccio volutamente superficiale e minimalista: le stragi che hanno contrassegnato la storia della nostra Repubblica, il filo nero che le collega tra loro, i rapporti organici tra i diversi sistemi criminali e tra ciascuno di essi e il potere ufficiale.

Ancora, i grandi fenomeni corruttivi che vengono alimentati da evidenti e gravissimi conflitti di interesse che la nostra politica non vuole affrontare.

Tutto questo ha affrontato *Report* negli ultimi anni, toccando più volte i fili scoperti ai quali molti altri non osano nemmeno avvicinarsi. E in questo disgraziato Paese chi non ha paura di toccare quei fili o viene ucciso, come è accaduto più volte in passato, oppure, come sta accadendo nei confronti del senatore Scarpinato, diventa sulla base del nulla bersaglio di una ignobile e violenta delegittimazione.

**Hai tutta la mia solidarietà, Roberto.**

Fin da quando sei entrato in Parlamento ti hanno puntato perché le tue conoscenze e il tuo coraggio rappresentano il principale ostacolo politico al tentativo di archiviare per sempre con una prospettiva minimalista e rassicurante la questione stragi.

Ecco allora perché oggi la vera posta in gioco è più alta di quello che appare. Certamente non è limitata alla pur grave questione della conduzione del programma o all'eventuale reintegro per la via giudiziaria di Ranucci. La partita che si sta giocando è molto più complessa e si inserisce in un contesto molto più ampio.

**È necessario resistere alla prepotenza di quei poteri nazionali e internazionali che vogliono liberarsi di ogni presidio di libertà fondato sulla ricerca e sulla divulgazione coraggiosa della verità.**

La vicenda *Report* costituisce un ulteriore tassello di un fenomeno sempre più preoccupante: la volontà di concentrazione del potere in mano a pochi, l'insofferenza del potere costituito (politico, economico, finanziario, massonico, mafioso) ad ogni forma di possibile verifica del suo operato e la tendenza a indebolire qualsiasi forma di controllo, a partire da quelli che dovrebbero essere garantiti da una magistratura effettivamente autonoma e indipendente e da un giornalismo libero.

Voi a *Report* avete dato un grande contributo alla memoria autentica, intesa come reale comprensione di fatti e fenomeni che hanno segnato la nostra storia, non come semplice e retorico momento di commozione.

Avete alimentato la memoria del passato, senza la quale i cittadini diventano inevitabilmente sudditi, gregge da indirizzare facilmente dove vuole il padrone.

La funzione di controllo del vero giornalismo d'inchiesta è stata fondamentale anche nei confronti della magistratura, nella misura in cui funge da stimolo fisiologico alle inchieste giudiziarie ed è talvolta in grado di denunciarne errori, inerzie e opportunismi.

Essere informati compiutamente e correttamente è per tutti noi il presupposto necessario per potere coltivare in maniera consapevole i nostri ideali, i nostri sogni, la nostra voglia di partecipazione, quel calcio alla rassegnazione e all'esasperato individualismo che costituisce il viatico indispensabile per una democrazia compiuta.

La grande partecipazione di cittadini all'incontro di stasera serve a noi tutti — politici, giornalisti, magistrati — per ricordarci che il nostro lavoro non deve mai trasformarsi in ricerca di potere o di successo personale, dovendo prevalere la consapevolezza che **siamo chiamati a rendere un servizio alla collettività, al presidio della libertà e della dignità di tutti**.

La nostra Costituzione ha disperatamente bisogno di essere applicata.

E allora dobbiamo tutti resistere, dobbiamo tutti reagire con passione e sana ostinazione a chi crede che le ragioni della forza possano sempre prevalere su quelle del diritto e della giustizia.»

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13/10/2026

Lo avevamo denunciato mesi fa, riprendendo l’allarme (ignorato) di magistrati del calibro di Nicola Gratteri, Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita e Maurizio De Lucia.

La legge che doveva “salvare” l’ergastolo ostativo, cioè la negazione automatica dei benefici carcerari ai boss mai pentiti con stabili legami con l’associazione mafiosa di appartenenza, fa acqua da tutte le parti.

E difatti, salvo i documentati articoli di Salvo Palazzolo su Repubblica (che gli sono costati la scorta) e pochi altri, il silenzio mediatico è calato sulla miriade di permessi premio concessi a boss stragisti, killer di mafia e gregari vari.

L’ultimo resoconto lo ha fatto ieri su La Stampa Paolo Festuccia, raccontando come la strategia degli avvocati dei boss sia far ottenere i permessi premio anche ai boss al 41bis.

Impossibile, direte? Non per alcuni magistrati della Direzione Nazionale Antimafia che spiegano come sia complicato oramai riuscire a motivare il perché del diniego, proprio alla luce della legge approvata dal Governo Meloni.

La domanda allora è una: il problema è noto da mesi, perché il Governo Meloni non fa nulla? Le opposizioni hanno chiesto a Nordio di riferire in Parlamento. Oltre a riferire, facciano anche qualcosa, oltre alle note passerelle a Palermo.

A margine dell'evento pubblico “Censura di Stato”, organizzato dal quotidiano online ANTIMAFIADuemila in difesa di Sigfr...
13/10/2026

A margine dell'evento pubblico “Censura di Stato”, organizzato dal quotidiano online ANTIMAFIADuemila in difesa di Sigfrido Ranucci, della redazione di Report e dell'informazione d'inchiesta nel nostro Paese, condividiamo la trascrizione dell'intervento del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio.
Un discorso lucido e sferzante che ripercorre la storia del giornalismo d'inchiesta in Italia, dalla famosa e ostacolata ultima intervista di Paolo Borsellino del maggio 1992 fino agli attacchi orchestrati contro chi non piega la schiena davanti al potere.

📝 TRASCRIZIONE INTEGRALE DELL'INTERVENTO DI MARCO TRAVAGLIO
«Sarò poco originale, quindi vi parlerò di Sigfrido Ranucci. Io Sigfrido l'ho conosciuto nel 2000, quando aveva per le mani la famosa ultima intervista di Paolo Borsellino. Lui lavorava in una rete semiclandestina della RAI, Rai News 24, che era ancora più clandestina di quanto non sia oggi. E infatti il direttore di Rai News, Roberto Morrione, aveva tentato — quando aveva avuto in mano quel video incredibile ed eccezionale a 48 ore dalla strage di Capaci — di farla trasmettere da un programma talk di informazione di prima serata. E non era la RAI di Berlusconi, era la RAI dell'Ulivo. Era lo stesso Ulivo che aveva "inguattato" tutte le carte dei processi Dell'Utri che poi Elio Veltri, che faceva parte della Commissione Antimafia per il movimento di Di Pietro, aveva chiesto di acquisire e poi, dato che nessuno ne faceva niente, mi aveva proposto di trasformarle in un libro: così nacque L'odore dei soldi.
Mentre l'antimafia dell'Ulivo "inguattava" quelle carte per non contrariare Berlusconi e Dell'Utri, la RAI dell'Ulivo faceva sì che quel documento eccezionale — di cui troppo poco si parla in quest'epoca di revisionismo sulle stragi — andasse in onda nottetempo su un canale clandestino nell'orario del p***o e dei pipistrelli. E io decisi di metterla in appendice (nella trascrizione ovviamente, perché il video in un libro non lo puoi mettere) de L'odore dei soldi per far sì che se ne parlasse. E se se ne parlò fu grazie a un comico, Daniele Luttazzi, che non a caso da allora — sono passati 26 anni — non mette più piede in nessuna rete Rai e nemmeno non Rai. Poi con Sigfrido siamo diventati amici e nel 2005, quando io collaboravo con L'Unità e non c'era ancora Il Fatto Quotidiano, sempre su Rai News 24 fece un altro scoop pazzesco: raccontò come a Falluja, una delle città sante dell'Iraq, fosse stata rasa al suolo dai nostri alleati americani e inglesi (e c'erano anche le nostre truppe in Iraq) utilizzando bombe al fosforo bianco, un na**lm particolare che brucia i corpi delle persone. Potete immaginare quante vittime e in quali condizioni si trovarono quelle vittime civili.
Anche allora, come sull'intervista di Borsellino (che qualche imbecille disse che era stata manipolata, come se si potesse manipolare un video), si disse che era tutto falso, e Vespa si occupò del delitto di Cogne. Nessun programma Rai riprese lo scoop che era stato fatto da Ranucci per la RAI. Il Pentagono in prima battuta smentì i bombardamenti al fosforo bianco accusando la RAI di propaganda antiamericana, ma poi persino l'amministrazione Bush dovette ammettere di fronte a quelle immagini raccapriccianti e inequivocabili che era tutto vero. Naturalmente dissero "Sì, è vero", che è un modo come un altro per cavarsela; e anche il governo inglese dovette ammettere. La stampa italiana se ne stracatafottè ignorando completamente lo scoop, e quelli che non lo ignorarono si dedicarono a bombardare lo scoop col fosforo bianco.
Sul Giornale si lesse che il fosforo viene impiegato per illuminare le postazioni nemiche, cioè al posto dei fari. Tutta la stampa mondiale mise in prima pagina quello scoop, tranne ovviamente quella italiana, e la classe politica si distinse per un silenzio di tomba con l'eccezione di Oliviero Diliberto. E stiamo sempre parlando di un Parlamento dove c'era il centrodestra in quel momento al governo, ma c'era anche il centrosinistra teoricamente all'opposizione. Poi Sigfrido passò a Report e naturally io, come telespettatore e come amico suo, di Milena Gabanelli, di Paolo Mondani e di tanti altri che lavorano a Report, ho seguito le loro vicissitudini vedendoli bombardare al fosforo bianco dal centrodestra e dal centrosinistra in maniera assolutamente equanime ed equilibrata, leggendo anatemi da parte di Repubblica, di Aldo Grasso, di Libero, del Giornale, del Riformista, del PD renziano in primis con i suoi dossier. E poi a un certo punto la Gabanelli passò ad altri incarichi prima di essere cacciata ed epurata dalla RAI renziana.
L'amministratore delegato in quel momento era Mario Orfeo, e quindi Sigfrido fu designato a subentrare a Milena come conduttore; il trattamento che ricevette Report sotto Ranucci fu esattamente lo stesso che subiva sotto Milena: attacchi concentrici dal centro, dalla destra e dalla sinistra. Poi c'è stata la bomba, poi c'è stata l'indagine che ha individuato Lavitola come probabile presunto mandante. Io ho iniziato a raccogliere, come faccio sempre, gli articoli di giornale: la mia cartellina è arrivata a un'altezza notevole, è una delle più ricche. Per un fatto che, data l'indagine su Lavitola ai primi di luglio, credo siano usciti più di un migliaio di articoli soltanto sui 7-8 principali quotidiani italiani, il centuplo degli articoli dedicati dalla stampa italiana alla trattativa Stato-Mafia.
E un giornalista che si ritrova una bomba che esplode sotto casa — dove c'è la sua famiglia, ci sono vicini e passanti — è comunque una notizia che fa o dovrebbe fare scalpore. Gli articoli non sono dedicati a questo aspetto della vicenda, ma a tutt'altre vicende che non hanno attinenza con la realtà: sono il genere fantasy a cui la stampa italiana ci ha abituato. Tutti abbiamo capito qual è la posta in gioco: chi ha sfruttato l'azione di quei bombaroli vuole farla finita non solo con Ranucci o con Report, ma con tutto il giornalismo investigativo. In televisione c'è Report, in edicola Il Fatto Quotidiano e poche altre cose. Hanno subito cominciato a dire "basta con Report e Il Fatto", e se si liberano di queste due testate le pulizie generali cominciate con l'editto bulgaro di Berlusconi si possono dire completate. L'ha spiegato autorevolmente Ignazio La Russa quando ha detto che bisogna cambiare Report e smetterla con queste indagini. I giornalisti non devono fare le indagini, manco i magistrati peraltro. E se fai un servizio su un sottosegretario che entra in società con il prestanome del clan camorristico senese, devi fare anche un altro servizio su uno del centrosinistra che è entrato in società con un prestanome in una pizzeria; e se non lo trovi te lo inventi, per la par condicio.
Di che cosa parla quella cartellina di oltre mille articoli? Di tutto e del contrario di tutto. Primo: che Ranucci la bomba se l'era messa da solo; o che gliel'aveva messa Lavitola d'accordo con lui; o che sapeva o aveva capito per telepatia che gliel'aveva messa Lavitola e lo copriva con alibi e depistaggi; oppure che Lavitola gli aveva detto "stai attento perché ce l'hanno con te" e quindi lui doveva capire che gli stava mettendo la bomba. Giuliano Ferrara ha scritto che non si capisce perché non abbiano arrestato anche Ranucci insieme a Lavitola, per arrestare sia chi mette la bomba sia la vittima, sempre per par condicio. Hanno detto che Ranucci parlava troppo e doveva stare zitto, ma anche che doveva spiegare i suoi silenzi. Hanno detto che era uno scandalo che non l'avessero intercettato, e invece l'hanno intercettato. Hanno detto che ha trasformato Report in "TeleLavitola" con servizi bufala su commissione. Hanno scritto che è un satiro divoratore di femmine la mattina, con rapporti gay il pomeriggio con Lavitola o con un attore, o che la sera si traveste da drag queen. Hanno scritto che sta scrivendo un libro con la Boccia, che è colluso con Gratteri e con l'ANM, che agisce per conto dei 5 Stelle, di AVS, del PD, della sinistra americana e di Putin.
E quando dicono "non è vero", dicono che l'hanno scaricato. Siccome Ranucci ha subito querele temerarie, se fa querela a qualcuno che lo infama dicono che è incoerente. Siccome vogliono cacciarlo da Report, molti gli hanno suggerito la mossa "volpina" di fare un passo indietro "en amitié" per andarsene prima che lo caccino. E visto che non si dimette, dicono che si "imbullona alla poltrona". Hanno detto che deve prendere lezioni di etica da maestri di etica come Minoli, Vespa, La Colosimo, Delmastro, La Russa, Sottile, Monteleone e pure dal generale Mori. La RAI lo caccia, lui si lamenta e dicono che "fa la vittima". È intervenuta anche Mariastella Gelmini dicendo che Ranucci ha "perso il barlume della ragione" perché frequentava un faccendiere pregiudicato; e lo dice con accanto Bisignani, che è sia faccendiere sia pregiudicato.
Poi hanno cominciato a linciare la giudice a cui era toccato questo processo e che ha deciso negativamente per Ranucci. Siccome avevano la certezza che avrebbe dato loro torto, l'hanno attaccata dicendo che era una "toga rossa" perché prima aveva seguito altri processi. In particolare due: quello al Tribunale dei Ministri su Conte e Speranza per la gestione Covid (con richiesta di archiviazione accolta), e quello che aveva chiesto al Parlamento di poter processare Nordio, Piantedosi e Mantovano per il caso del generale Al Masri. I giudici del Tribunale dei Ministri vengono estratti a sorte, così come l'assegnazione dei processi avviene in base a tabelle e criteri casuali. Chi linciava la giudice era pure un somaro che non sapeva i fondamentali. Hanno sprecato gli insulti, visto che la giudice ha dato loro ragione, anche se è solo un primo grado. Sull'amicizia tra Ranucci e Lavitola, penso che a posteriori si capisca che era meglio non averlo come amico, ma i giornalisti sono privati cittadini e vanno giudicati per quello che scrivono o dicono in TV.
A me interessa una sola cosa: l'amicizia tra Ranucci e Lavitola ha inquinato anche soltanto un fotogramma di un servizio di Report? Se ha inquinato anche solo un fotogramma, Ranucci non deve più mettere piede a Report: dimostratelo! Hanno cercato fotogramma per fotogramma e non è stato scoperto niente. Quindi non capisco perché Ranucci non debba condurre Report. Ma sotto attacco è Report come ultima roccaforte del giornalismo investigativo: non ci si salva da soli, e i collaborazionisti che si fanno avanti fanno una br**ta fine. Senza Ranucci, senza quella bandiera, Report morirà a poco a poco. Purtroppo diversi giornalisti e colleghi hanno suggerito a Ranucci di fare un passo indietro o hanno detto che sarebbe stato un problema il suo ritorno, e la giudice si è appigliata anche a questo. Una delle cause del respingimento del ricorso è interna alla nostra stessa categoria giornalistica.
Ma ci sono anche aspetti positivi: abbiamo scoperto che la RAI ha un codice etico! La RAI ha accontentato il sogno di Lavitola di vedere Ranucci fuori dalla RAI. Questo è il primo caso al mondo di un giornalista vittima di una bomba mafiosa che viene addirittura punito. Inoltre la legge Bavaglio per Ranucci non è valsa, viste le intercettazioni testuali pubblicate sui giornali. E infine è passato il principio che i giornalisti non devono frequentare pregiudicati, mentre i politici non solo possono ma devono frequentarli o esserlo essi stessi, magari premiati con la presidenza della Commissione Antimafia!
Questa è un'occasione per condurre una bella battaglia in difesa del giornalismo investigativo, senza fare passi indietro ma facendo tutti dei passi avanti. Grazie.»


Indirizzo

Via Della Vetriera, 57
Palermo
90100

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