08/03/2026
𝟖 𝐌𝐚𝐫𝐳𝐨 – 𝐀𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐢𝐧𝐚𝐛
Oggi è la giornata dedicata alle donne. Eppure, oggi le parole di festa si spezzano in gola.
Oggi il pensiero corre a voi, madri di Minab. A voi che questa mattina vi siete svegliate e per un solo, crudele secondo avete dimenticato. E poi vi è tornato tutto addosso, come ogni giorno, come un crollo che non finisce mai.
𝐀 𝐯𝐨𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐚 𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞. Che non sentirete più passi leggeri correre per casa con lo zaino sulle spalle, troppo grande per quelle spalle piccole. A voi che preparavate la colazione, che intrecciavate capelli, che aspettavate il ritorno da scuola per chiedere, con quella voce che solo una madre sa usare: "Com'è andata oggi?"
𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐬𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐭𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐞. 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢. 𝐎𝐭𝐭𝐨. 𝐍𝐨𝐯𝐞. 𝐃𝐢𝐞𝐜𝐢. 𝐔𝐧𝐝𝐢𝐜𝐢. 𝐃𝐨𝐝𝐢𝐜𝐢. 𝐒𝐞𝐝𝐮𝐭𝐞 𝐚𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢, 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐝𝐞𝐫𝐧𝐢 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢, 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐫𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 — 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐬𝐚𝐩𝐮𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐥𝐞.
La scuola dovrebbe essere il luogo più sicuro della terra per una bambina. È il posto dove nascono i sogni. È il posto dove una bambina alza la mano per rispondere, sorride alla maestra, sussurra un segreto all'amica del banco accanto. È il posto dove una bambina comincia, ogni giorno, a immaginare la donna che diventerà.
𝐐𝐮𝐞𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐨𝐦𝐛𝐚.
Sotto quelle macerie non sono morte "statistiche". Non sono morti "obiettivi". Non sono morti "danni collaterali" — parola oscena, parola vile, parola che non dovremmo mai più lasciare pronunciare senza vergogna a chi la usa.
Sono morte figlie.
C'erano mani piccole che stringevano matite ancora da affilare. C'erano risate durante l'intervallo, litigi per niente, pace ritrovata un minuto dopo. C'erano disegni nel fondo dello zaino, compiti da finire, domande da fare. C'erano nomi — nomi bellissimi — pronunciati ogni sera dalle loro madri, come una preghiera, come una carezza.
𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢 𝐫𝐢𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨.
Oggi, nella Giornata internazionale della donna, il mondo dovrebbe fermarsi. Fermarsi davvero. E ascoltare quel silenzio. E capire cosa significa.
Alle madri di quelle bambine non bastano le parole. Lo sappiamo. Nessuna parola raggiunge dove arriva il vostro dolore. Ma vogliamo che sappiate questo:
Il vostro dolore non è invisibile. Le vostre figlie non saranno dimenticate. Non le chiameremo mai "danni collaterali".
𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐨 𝐚 𝐌𝐢𝐧𝐚𝐛 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐨: 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚. E chi lo ha commesso risponderà. E chi tace, chi guarda altrove, chi cambia discorso, chi firma accordi e stringe mani mentre quelle macerie sono ancora calde — 𝐞̀ 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞. Senza attenuanti.
𝑬𝒓𝒂𝒏𝒐 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒆. 𝑨𝒗𝒆𝒗𝒂𝒏𝒐 𝒏𝒐𝒎𝒊. 𝑨𝒗𝒆𝒗𝒂𝒏𝒐 𝒔𝒐𝒈𝒏𝒊. 𝑨𝒗𝒆𝒗𝒂𝒏𝒐 𝒎𝒂𝒅𝒓𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒍𝒆 𝒂𝒎𝒂𝒗𝒂𝒏𝒐.
E il mondo intero ha il dovere morale, storico, umano di ricordarle