21/08/2026
Femminicidi: raccontare la violenza senza trasformarla in spettacolo
Questa estate ci sta mettendo davanti, quasi quotidianamente, a storie terribili di donne uccise. Donne giovani e anziane, mogli, compagne, ex compagne. Colpisce la violenza, talvolta feroce, con cui vengono commessi questi delitti. E colpisce anche lo spazio enorme che essi stanno occupando nell’informazione, soprattutto televisiva.
Agosto è tradizionalmente un mese nel quale rallentano molte delle attività che normalmente riempiono giornali e telegiornali. La cronaca finisce così per occupare uno spazio ancora maggiore. Ma proprio per questo credo sia necessario interrogarci anche sul modo in cui questi fatti vengono raccontati.
Raccontare è necessario. Informare è indispensabile. Denunciare la violenza contro le donne è una responsabilità civile. Ma indugiare sui particolari più efferati, ricostruire ripetutamente le modalità dell’uccisione, trasformare il dolore in racconto spettacolare non ci aiuta necessariamente a comprendere.
Forse dovremmo raccontare meno la pietra, il coltello, il sangue e molto di più ciò che viene prima.
Perché prima di molti femminicidi ci sono il possesso, il controllo, la gelosia trasformata in ossessione, l’incapacità di accettare la libertà di una donna e la fine di una relazione. Ci sono talvolta minacce, persecuzioni, violenze precedenti, richieste di aiuto. È lì che una società deve imparare a vedere, riconoscere e intervenire.
E dobbiamo continuare a lavorare ancora più a monte: nell’educazione, nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nella cultura delle relazioni. Dobbiamo insegnare, soprattutto alle nuove generazioni, che amare non significa possedere e che nessuna relazione può mettere in discussione la libertà e la dignità di una persona.
Per questo sorprende che proprio mentre siamo nuovamente costretti a confrontarci con queste tragedie qualcuno proponga di cancellare il reato di femminicidio. Si può discutere, naturalmente, dell’efficacia delle norme e della loro formulazione giuridica. Ma negare la specificità della violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne, troppo spesso dentro una relazione affettiva o nel momento in cui cercano di uscirne, significa non voler vedere una parte della realtà.
Come UIL continueremo a contrastare la violenza sulle donne nei luoghi di lavoro e nella società, a sostenere prevenzione, protezione e autonomia, e a chiedere istituzioni capaci di intervenire prima che sia troppo tardi. Già da fine settembre partirà la prima edizione di un corso di formazione sulle tematiche della prevenzione e contrasto alle molestie e alla violenza, della parità sul lavoro, del linguaggio e dello smantellamento degli stereotipi di genere. Due dei moduli del corso saranno tenuti direttamente dalla Fondazione Giulia Cecchettin.
Perché di fronte a un femminicidio la domanda non può essere soltanto come sia stata uccisa una donna.
La domanda che dovrebbe ossessionarci è un’altra: che cosa avremmo potuto fare prima perché quella donna non venisse uccisa?