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AVEVA AIUTATO QUASI UN MILIONE E MEZZO DI ITALIANI A PRENDERE LA LICENZA ELEMENTARE. Ma quando si rifiutò di mettere un’...
05/10/2026

AVEVA AIUTATO QUASI UN MILIONE E MEZZO DI ITALIANI A PRENDERE LA LICENZA ELEMENTARE. Ma quando si rifiutò di mettere un’etichetta sui suoi alunni, Alberto Manzi fu sospeso dall’insegnamento per due mesi.
Viaggio nella Storia
Manzi conosceva il peso delle parole. Le aveva insegnate a bambini, ragazzi detenuti e adulti che non avevano mai potuto frequentare una scuola. Proprio per questo, temeva che un giudizio scritto su una scheda potesse diventare un’etichetta difficile da togliere.
Nel 1981 insegnava alla scuola elementare Fratelli Bandiera di Roma. Era già il volto di Non è mai troppo tardi, il programma che aveva portato le lezioni nelle case di un’Italia ancora segnata dall’analfabetismo.
La notorietà, però, non gli evitò una sanzione: due mesi di sospensione dall’insegnamento per la mancata compilazione dei giudizi analitici sulle schede di valutazione.
Per capire quella scelta bisogna tornare indietro, a molto prima delle telecamere.
Manzi era nato a Roma il 3 novembre 1924. L’esperienza della guerra aveva rafforzato in lui il desiderio di dedicarsi ai giovani. Nel 1946 cominciò a insegnare nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma.
Si trovò davanti circa novanta ragazzi, con livelli di istruzione diversi e storie difficili. Mancavano persino i normali strumenti di una classe: banchi, libri, materiali.
Manzi cercò un modo per coinvolgerli. Cominciò a raccontare la storia di alcuni castori che lottavano per difendere la propria libertà.
I ragazzi parteciparono alla scrittura e portarono il racconto in scena. Con il sostegno del direttore e del sacerdote del carcere, realizzarono anche un giornale, La Tradotta.
Da quell’esperienza nacque Grogh, storia di un castoro, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1950.
Scrivere e insegnare sarebbero rimasti legati per tutta la sua vita. Nei suoi libri, tra cui Orzowei, tornavano la libertà, la solidarietà e il rifiuto del razzismo e della violenza. Le storie gli permettevano di accendere la curiosità e di far nascere domande.
Il 15 novembre 1960 arrivò la prima puntata di Non è mai troppo tardi.
Davanti ai televisori c’erano persone adulte, abituate al lavoro e alle responsabilità, che non sapevano leggere o scrivere. Manzi usava parole semplici e disegni tracciati con il carboncino su grandi fogli. Da un’immagine faceva partire una lezione, accompagnando chi guardava verso lettere e parole.
Il programma proseguì fino al 1968. Secondo la stima riportata da Rai Cultura, quasi un milione e mezzo di persone conseguirono la licenza elementare grazie al percorso educativo di cui quelle trasmissioni facevano parte.
Imparare a leggere poteva significare comprendere una lettera senza chiedere aiuto. Scrivere permetteva di rispondere, raccontarsi, affrontare con maggiore autonomia la vita quotidiana.
Quello stesso impegno lo aveva portato anche lontano dall’Italia.
Nel 1955 raggiunse il Sudamerica per una ricerca sulle formiche della foresta amazzonica. Lì conobbe contadini poveri, analfabeti e sfruttati. Negli anni successivi tornò più volte per insegnare a leggere e scrivere, anche con l’appoggio di missionari salesiani.
Il suo lavoro incontrò ostilità. Lui e i suoi collaboratori furono accusati di attività sovversive e alcuni Stati smisero di concedergli il visto. Quelle esperienze entrarono anche nei romanzi La luna nelle baracche ed El loco.
Quando arrivò lo scontro sulle schede scolastiche, Manzi aveva dunque trascorso decenni accanto a persone che avevano bisogno di un’occasione per imparare.
Contestava l’idea che poche righe potessero fissare un bambino in una categoria. Chi era in difficoltà poteva migliorare. Chi sembrava disinteressato poteva trovare una motivazione. E quelle stesse parole avrebbero potuto essere interpretate diversamente da un altro insegnante.
Per lui, valutare doveva servire a capire come aiutare un alunno.
La sospensione suscitò proteste dei genitori, attenzione sui giornali e interrogazioni parlamentari. Nel corso di quella battaglia, Manzi utilizzò anche un timbro con lo stesso giudizio per tutti:
«Fa quel che può. Quel che non può, non fa.»
L’uso del timbro gli procurò una denuncia alla Procura della Repubblica. L’anno successivo scrisse la medesima frase a mano.
Era una risposta ironica, ma esprimeva una convinzione precisa: il bambino descritto oggi su una scheda avrebbe continuato a crescere e a cambiare.
Nel 1992 Manzi tornò in televisione per insegnare l’italiano ai cittadini stranieri. Ancora una volta, si rivolgeva a persone per le quali conoscere la lingua significava poter partecipare più pienamente alla vita del Paese.
Morì a Pitigliano il 4 dicembre 1997, a 73 anni.
Di lui restano le trasmissioni, i libri e quel piccolo timbro. La frase può sembrare una provocazione. Dietro, però, c’è una domanda che riguarda ogni insegnante: che cosa possiamo fare perché un bambino riesca, domani, in ciò che oggi non sa ancora fare?

27/09/2026

È ARRIVATO IL MOMENTO DI FARE UNA NUOVA COSTITUZIONE IN ITALIA:
NON SIAMO AFFATTO IN DEMOCRAZIA!

NOI CITTADINI SIAMO SOTTOMESSI A UNA PARTITOCRAZIA ISTITUITA DA QUELLA COSTITUZIONE ITALIANA FATTA MALE NEL 1948, MANIPOLATA DALLA PLUTOCRAZIA IN ATTO.

MONTANELLI CI SPIEGÒ A SUO TEMPO PERCHÉ FU FATTA MALE, I PRESUPPOSTI ERRATI SU CUI FU FONDATA, CREANDO COSÌ UNA REPUBBLICA IMPOSSIBILE ANCOR OGGI DI ESSERE GOVERNATA, DI POTER CRESCERE E MIGLIORARSI NELL'INTERESSE DEI PROPRI CITTADINI.
.. E POI CI MERAVIGLIAMO ANCOR OGGI DEL PERCHÉ SI CONTINUA A DARE IMPORTANZA A CERTI PERSONAGGI CHE ARRIVANO AL POTERE DAL NULLA, DEL PERCHÉ IN QUESTO PAESE ITALIA PERSEVERANO TANTE INGIUSTIZIE PERMESSE DALLE STESSE LEGGI IN VIGORE ...

HA TENUTO PER 50 ANNI NASCOSTO QUESTO FATTO VIOLENTO GRAVISSIMO DEL PADRE, CHE GLI TOLSE LA MAMMA A 14 ANNI ...OGGI LO R...
26/09/2026

HA TENUTO PER 50 ANNI NASCOSTO QUESTO FATTO VIOLENTO GRAVISSIMO DEL PADRE, CHE GLI TOLSE LA MAMMA A 14 ANNI ...
OGGI LO RACCONTA PUBBLICAMENTE PER DIRE CHE "È ORA DI SMETTERLA, LA DONNA NON È DI PROPRIETÀ DELL'UOMO"

QUEST'UOMO LO RICORDIAMO PROBABILMENTE PER IL SUO TRASCORSO DA CENTRAVANTI DELLA NAZIONALE, SOSTITUITO DA TOTÒ SCHILLACI SIN DALLA PRIMA PARTITA DEI MONDIALI '90 ... E MAGARI PER QUALCUN ALTRO, che segue poco il calcio, PER ESSERE STATO MARITO DELLA CONDUTTRICE TELEVISIVA PAOLA PEREGO ...

"Dall'età di 14 anni non chiamo più "mamma", MIO PADRE ME L'HA PORTATA VIA PERCHÉ ERA MALATO DI GELOSIA, non sopportava nemmeno che parlasse con altri uomini nè che desse la minima confidenza.
Io AVEVO 14 ANNI, era il 25 settembre 1975 a ridosso del torrente San Vito, tra Monte San Biagio e Fondi, ero vicino al fiume a giocare a pallone mentre mia sorella Romana era lì con mia madre e altre donne a lavare i panni.
MIO PADRE SI È SVEGLIATO, È ANDATO GIÙ AL FIUME E L'HA AMMAZZATA CON UN'ACCETTA.
Ho sentito le grida, mia madre l'ho vista già morta stesa nel fiume mentre mia sorella scappava e mi diceva di fare lo stesso.
Poi, con in tasca i risparmi appena prelevati dal libretto bancario, mio padre tentò di prendere il primo treno, ma fu fermato.

NON ERA LA PRIMA VOLTA CHE MIO PADRE CERCAVA DI FARLE DEL MALE, a casa c'era un clima di terrore, la picchiava con pugni e cazzotti ogni sera, noi più volte cercavamo di difenderla parlandone con le forze dell'ordine, anche se lei non voleva che i suoi figli andassero dai carabinieri perché una volta nei paesi c'era un po' di vergogna.
ERO SPECIALMENTE IO AD ANDARE DAI CARABINIERI, ci sono andato tante volte, io andavo lì, RACCONTAVO QUELLO CHE SUCCEDEVA A CASA, ma mi dicevano:
'Se non vediamo il sangue non ci sono prove, non possiamo fare niente'.

Cosa potevo fare?
Poi, quel giorno, il fiume si è colorato di rosso. Così ho fatto un gesto estremo, sono andato nel fiume, ho preso un recipiente e HO RACCOLTO IL SANGUE CHE SCORREVA. Poi SONO ANDATO a piedi in paese DAI CARABINIERI, L'HO CONSEGNATO AL MARESCIALLO E HO DETTO:
"Volevate il sangue? Eccolo qua".

Dopo l'omicidio mio padre si è costituito ed è stato rinchiuso per cinque anni nel manicomio criminale di Aversa, sono andato a trovarlo in carcere, ma appena lo vidi mi disse le stesse cose che diceva a mia madre e il colloquio è durato trenta secondi perché mio fratello avrebbe voluto mettergli le mani addosso.
Poi, quando dopo cinque anni è tornato a casa, era lo stesso violento di sempre, io ero tornato per Natale da Reggio Emilia e, quando gli dissi che doveva farsi delle visite, mi sferrò un pugno che ha sfiorato la tempia, facendomi cadere a terra, con mio fratello che prese le mie difese.
Poco dopo mio padre si è buttato dalla finestra davanti ai nostri occhi.

Ora sono molto orgoglioso di parlare di questa storia, perché dopo cinquant’anni penso sia l’ora di raccontarla e di far capire agli uomini che oggi ammazzano le loro mogli per gelosia che è ora di smetterla, la donna non è di proprietà dell'uomo".

La surreale e tragica storia di Andrea Carnevale, ex calciatore di Udinese, Napoli e Roma e osservatore dell'Udinese, a Pomeriggio 5

🚨 DUE GENITORI DISPERATI.UN BAMBINO DI APPENA 2 ANNI PRIVO DI SENSI.Il traffico che sembra non finire mai. E una corsa c...
11/06/2026

🚨 DUE GENITORI DISPERATI.
UN BAMBINO DI APPENA 2 ANNI PRIVO DI SENSI.
Il traffico che sembra non finire mai. E una corsa contro il tempo in cui ogni secondo può fare la differenza tra la vita e la morte.
È una di quelle storie che fanno trattenere il respiro.
A bordo di un'auto bloccata nel traffico di via Sciuti, a Palermo, una mamma stringeva tra le braccia il suo piccolo ormai cianotico, mentre il padre, sopraffatto dalla paura, cercava disperatamente di aprirsi un varco tra le auto. La corsa verso l'ospedale sembrava impossibile. Il tempo passava, l'angoscia cresceva.
Poi il destino ha messo sul loro cammino due carabinieri del 12° Reggimento Sicilia che avevano appena terminato il servizio e stavano rientrando in caserma.
Attirati dalle urla e dalla disperazione di quei genitori, hanno capito immediatamente che non c'era un istante da perdere.
Sirene accese, lampeggianti attivati, il traffico che lentamente si apre davanti a quella corsa disperata. Metro dopo metro, strada dopo strada, hanno scortato la famiglia fino all'ospedale Di Cristina, permettendo ai medici di intervenire nel più breve tempo possibile.
E alla fine è arrivata la notizia che tutti speravano.
Il bambino è salvo.
Dietro questa storia non ci sono supereroi, ma uomini che hanno scelto di non voltarsi dall'altra parte. Uomini che, pur avendo terminato il proprio turno, hanno continuato a fare ciò che avevano giurato di fare: proteggere la vita.
Oggi il sollievo di una famiglia, il pianto liberatorio di due genitori e il sorriso di un bambino che potrà continuare a crescere valgono più di qualsiasi medaglia.
Perché ci sono gesti che non fanno rumore, ma che cambiano il destino delle persone.
❤️ Grazie ai carabinieri Pietro Dazzio e Giuseppe Palmiero. Palermo non dimentica
TELE ONE

PIERO VILLAGGIO: «MIO PADRE NON SI È MAI VERGOGNATO DI ME, NEMMENO NEI MOMENTI PIÙ DIFFICILI»La sensibilità dell'anima «...
08/06/2026

PIERO VILLAGGIO: «MIO PADRE NON SI È MAI VERGOGNATO DI ME, NEMMENO NEI MOMENTI PIÙ DIFFICILI»
La sensibilità dell'anima
«Mi chiamo Pierfrancesco Villaggio, per tutti Piero, e sono il secondogenito di Paolo Villaggio. Di mio padre si conosce il personaggio, il genio comico, l’uomo che ha fatto ridere intere generazioni. Io, invece, ho avuto la fortuna di conoscere soprattutto il padre.

I ricordi più belli che custodisco sono quelli legati alle cose semplici. Le domeniche allo stadio, per esempio. Io tifavo Lazio, mentre lui è sempre rimasto fedele alla Sampdoria. A volte andavamo anche a vedere il Milan quando venivamo invitati da Silvio Berlusconi. Ricordo che all’andata viaggiavamo sul suo aereo privato, mentre al ritorno, chissà perché, non capitava mai.

A casa, però, mio padre era molto diverso da come appariva in televisione. Contrariamente a quanto molti immaginano, non era particolarmente spiritoso nella vita privata. Non sentiva il bisogno di fare il comico ventiquattr’ore su ventiquattro.

Era molto legato a Fabrizio De André, che frequentava spesso casa nostra. Mi è rimasta impressa un’immagine che racconta bene quel periodo. Al mattino, quando uscivo per andare a scuola, trovavo De André addormentato sul divano del salotto, ancora vestito. Gli chiedevo perché non andasse a dormire in una stanza, ma a lui piaceva così.

Mio padre nutriva anche una profonda ammirazione per Federico Fellini. Nei suoi confronti aveva un rispetto quasi reverenziale.

Come padre sapeva essere imprevedibile. Quando fui bocciato alle scuole medie, invece di sgridarmi, mi fece raggiungere il Brasile, dove stava girando un film, comprandomi un biglietto in prima classe. Oppure, quando collezionavo figurine come tutti i bambini, mi portò in edicola e comprò tutte quelle disponibili, togliendomi involontariamente il piacere della ricerca e dello scambio.

Con il tempo i regali diventarono ancora più importanti. Se gli chiedevo una macchina, me la comprava. Non era certo il tipo di padre che rispondeva con un libro educativo.

La parte più difficile della mia vita, però, è arrivata quando sono diventato tossicodipendente.

Se c’è una cosa che gli riconoscerò sempre è di non essersi mai vergognato di me. Non mi ha nascosto, non ha fatto finta che il problema non esistesse e non mi ha mai abbandonato.

Ho trascorso anni molto complicati, entrando e uscendo da cliniche di disintossicazione tra Europa e Stati Uniti. Alla fine fu lui a convincermi a intraprendere un percorso diverso.

Mi ricordo ancora quel viaggio. Venne a prendermi insieme a mia madre. Passammo da Parigi, poi da Venezia, dove mi portò a mangiare in un locale che adoravo. Tutto sembrava normale. Solo più tardi capii che aveva organizzato ogni dettaglio per accompagnarmi in comunità.

Quando arrivammo mi arrabbiai moltissimo.

Eppure, alla fine, fui io a scegliere di restare.

Ho trascorso tre anni in comunità e, guardando indietro, posso dire che è stata un’esperienza che mi ha salvato la vita. Non sempre ho condiviso ogni metodo utilizzato, ma quel percorso mi ha permesso di uscirne.

Anche nei momenti più drammatici mio padre non mi ha mai lasciato solo.

Nella mia casa morì una persona che avevo amato profondamente, Maria Beatrice Ferri. Quando la trovai senza vita e chiamai mio padre, inizialmente non capì nemmeno di chi stessi parlando. Ma anche in quella circostanza non mi voltò mai le spalle.

Molti hanno cercato spiegazioni semplici alla mia dipendenza. Io, invece, ho imparato che non esistono colpevoli facili.

Sarei diventato tossicodipendente anche con un altro padre.

La tossicodipendenza è una malattia. Esattamente come il diabete è stata la malattia che ha accompagnato mio padre fino alla fine della sua vita.

Oggi, quando penso a lui, non penso soltanto all’artista straordinario che è stato. Penso all’uomo che mi è rimasto accanto quando sarebbe stato più semplice allontanarsi.

Di Paolo Villaggio non ho ereditato la genialità. Quella era soltanto sua.

Ma ho avuto la fortuna di ricevere qualcosa di altrettanto prezioso: la certezza che l’amore di un padre possa continuare a esistere anche nei momenti più bui.»

La memoria di chi ha lottato con serietà e professionalità contro la mafia. E' siciliano di Licata, terra agrigentina. N...
19/05/2026


La memoria di chi ha lottato con serietà e professionalità contro la mafia.
E' siciliano di Licata, terra agrigentina. Nasce nel 1930, a ventitré anni è già uditore giudiziario, poi giudice di Tribunale, giudice di Appello, giudice di Cassazione. Sempre per concorso, immancabilmente primo. E' una carriera di glorie e fasti quella di CORRADO CARNEVALE, il giudice che ama il cavillo.

Lavora per due decenni all'Ufficio del Massimario, alla prima sezione civile e alle sezioni unite della Suprema Corte, va alla Corte di Appello di Roma, rientra in Cassazione.

Alla prima sezione penale dove approdano i delitti di mafia, terrorismo, omicidio, strage.

Nel dicembre 1985 diventa il presidente della prima sezione penale (>, precisa lui), piega a livelli fisiologici l'arretrato. Quando si insedia sono 7065 i processi che attendono l'esame, nel maggio 1989 scendono a 837.

Prima del suo arrivo la prima sezione è chiamata , diventa la . Esamina 6 mila processi l'anno, uno su tre è , con o senza rinvio.

Alla prima sezione ci resta per sette anni meno quattro giorni.

E' dotato di una memoria prodigiosa. I suoi colleghi dicono che conosce ogni carta del processo che giudica.

Come giudica è altro argomento.

La Cassazione è l'ultima spiaggia per la mafia di Palermo. Dopo le pesanti condanne in primo grado e l' che il maxi processo ha subito in Appello, tutte le attese degli uomini d'onore si sono concentrate sulla Suprema Corte e nella persona di Carnevale, il presidente della prima sezione penale. Già a inizio del 1991, Carnevale ha rimesso in libertà Michele Greco e 42 boss per decorrenza dei termini di carcerazione.

Giovanni Falcone studia una contromossa e il ministro Martelli ordina di riportarli all'Ucciardone dopo appena cinque giorni.

, commentano i mafiosi con rabbia.

Lo sanno tutti che dietro Martelli c'è Falcone.

Corrado Carnevale disprezza il giudice di Palermo e non ne fa mistero.

Dice: .

Lo sbeffeggia: .

Aspetta pazientemente il maxi processo in Cassazione per farlo a pezzi.

Ma, al ministero, da qualche mese, è partito un monitoraggio sui provvedimenti della prima sezione penale della Suprema Corte. Ne scelgono 12.500. Falcone e i suoi collaboratori li esaminano tutti, uno per uno. Si accorgono che i magistrati di quella sezione giudicano ogni singolo indizio autonomamente senza incrociarlo con gli altri. Una stravagante e sospetta, che finirebbe per demolire il maxi processo.

Quante sentenze ha invalidato il presidente Carnevale fino a quel momento? Quasi 500.

Ha assolto Licio Gelli dall'accusa di sovversione e banda armata, ha annullato la condanna a Michele Greco per l'omicidio Chinnici e il processo per la strage dell'Italicus, ha cancellato i provvedimenti di arresto del prete mafioso calabrese don Stilo e del camorrista Giuseppe Misso, ha ordinato un nuovo processo per la strage del rapido 904 Napoli-Milano, ha azzerato 19 ergastoli a Mommo Piromalli e agli affiliati della sua cosca, ha respinto il ricorso di Enzo Tortora che vuole il suo processo lontano da Napoli e al contrario ha trasferito quello sui dell'Iri da Milano a Roma.

Gli chiedono:

Risponde: .

Corrado Carnevale si muove nell'ombra per ottenere il maxi processo. Ma non ci riesce, ci va un altro magistrato a presiederlo. Nelle carceri i boss si sentono perduti.

Il 30 gennaio del 1992 la sentenza della Cassazione sfregia per sempre il potere della mafia. Gli ergastoli vengono confermati. L'unità verticistica di Cosa Nostra

AFFINCHÉ UN CRIMINE COLLETTIVO COME QUESTO NON AVVENGA PIÙ, CONDIVIDIAMO DALUDUM - Science Center Catania Morto in caser...
14/05/2026

AFFINCHÉ UN CRIMINE COLLETTIVO COME QUESTO NON AVVENGA PIÙ, CONDIVIDIAMO DA
LUDUM - Science Center Catania
Morto in caserma, sepolto nel silenzio
Emanuele Scieri, giovane avvocato siracusano di 26 anni, si era arruolato volontario nella Folgore nell’estate del 1999. Era giunto alla caserma Gamerra di Pisa per iniziare il corso da paracadutista.
Il 13 agosto scompare, poco prima del contrappello delle 23. Il suo corpo viene ritrovato solo tre giorni dopo, il 16, in avanzato stato di decomposizione, ai piedi di una torre per l’asciugatura dei paracadute.

Inizialmente si parlò di incidente. Qualcuno insinuò perfino il suicidio. Ma chi conosceva Emanuele sapeva che non era possibile: amava la vita, era sereno, e quel corpo abbandonato parlava di altro. Parlava di violenza e di silenzio. Di qualcuno che l’aveva lasciato morire.

Emanuele era conosciuto tra i commilitoni come “l’avvocato”: non solo per la laurea, ma perché difendeva i più deboli, quelli che subivano vessazioni e punizioni arbitrarie. In un ambiente dove il nonnismo era consuetudine, lui rappresentava un’eccezione.

La Folgore, in quegli anni, era comandata dal generale Enrico Celentano, il quale aveva diffuso un manuale informale dal contenuto inquietante. Vi si leggevano frasi come:

“O Gesù dagli occhi buoni, fa’ morir tutti i terroni”
“Il duro deve essere tale da non mostrare pietà”
“L’allievo che non capisce deve essere aiutato con ‘stimoli pedagogici concreti’”
“Chi piange, chi si lamenta, chi non corre: deve imparare la lezione con metodi che lasciano il segno”

Un documento mai ufficiale, ma largamente noto tra i reparti. Un testo che legittimava la crudeltà come strumento educativo. Che dava una cornice ideologica alla violenza.

Il comandante della scuola di Pisa, Calogero Cirneco, dichiarò che Scieri era forse salito volontariamente sulla torre per ammirare le luci della città o per cercare campo col telefono. Ma nessuno spiegò perché nessuno lo avesse cercato per tre giorni, né perché una prima ispezione non avesse trovato il ca****re.

Nel 2017, dopo anni di silenzio, una commissione parlamentare d’inchiesta riuscì a far riaprire il caso. La Procura di Pisa ricominciò da capo. Venne fuori una verità diversa: Emanuele era stato sorpreso da tre caporali – Alessandro Panella, Luigi Zabara e Andrea Antico – mentre usava il cellulare, pratica vietata. Come “punizione”, fu costretto a salire sulla torre. Poi lo fecero cadere. Una caduta non accidentale, ma provocata da spintoni, calci, strattoni. Morì dopo una lunga agonia, abbandonato a se stesso.

Nel 2023 arrivano le condanne: Panella a 26 anni, Zabara a 18. Antico assolto con rito abbreviato. Nel dicembre 2024, in appello a Firenze, le pene vengono ridotte: 22 anni per Panella, 9 anni e 9 mesi per Zabara. Le responsabilità sono confermate.

Il caso Scieri è diventato il simbolo di una verità tenuta sepolta troppo a lungo. Una cultura dell’omertà che si estendeva dai soldati ai superiori. Nessuno parlò, nessuno ascoltò. Le prime indagini furono disattente, le ipotesi fuorvianti. Ma la famiglia di Emanuele non si arrese. E oggi, dopo più di vent’anni, sappiamo: Emanuele non è morto per caso. È stato ucciso da chi lo riteneva un ostacolo, da chi ha preferito voltarsi dall’altra parte, da chi ha obbedito a una logica di potere e sopraffazione.

Oggi che la giustizia ha finalmente scritto il suo nome su una sentenza, resta un compito: ricordare. Perché in nessuna caserma, in nessuna istituzione, l’omertà sia mai più complice di un delitto. Emanuele Scieri è stato vittima della violenza, ma anche del silenzio. Ed è proprio questo silenzio che dobbiamo continuare a spezzare.

Fonti: Morire di Stato - 365 vittime dell'Italia repubblicana ed. Cronache ribelli; Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri
(Camera dei Deputati, XVII Legislatura, 2018); Ordinanza del GUP di Pisa (rinvio a giudizio del 2021); Sentenza di primo grado del Tribunale di Pisa (2023)
e sentenza d’appello della Corte d’Assise d’Appello di Firenze (dicembre 2024)
– con rideterminazione delle pene per Panella e Zabara..

SANDRO PERTINI"Quando mi dissero che il ca****re di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie ...
28/04/2026

SANDRO PERTINI
"Quando mi dissero che il ca****re di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie e Filippo Carpi. I corpi non erano appesi. Stavano per terra e la folla ci sputava sopra, urlando. Mi feci riconoscere e mi arrabbiai: «Tenete indietro la folla!». Poi andai al CLN e dissi che era una cosa indegna: giustizia era stata fatta, dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri. Mi dettero tutti ragione: Salvadori, Marazza, Arpesani, Sereni, Longo, Valiani, tutti. E si precipitarono a piazzale Loreto, con me, per porre fine allo scempio. Ma i corpi, nel frattempo, erano già stati appesi al distributore della benzina. Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue. Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra“.
(da La Classe Operaia Va İn Paradiso )

Al suo funerale si presentarono tre paesi. La mafia contava sull’omertà, e quella fu la risposta: i cittadini di Villafr...
27/04/2026

Al suo funerale si presentarono tre paesi. La mafia contava sull’omertà, e quella fu la risposta: i cittadini di Villafranca, Lucca Sicula e Burgio arrivarono, in massa, al funerale dell’uomo che i mafiosi avevano ucciso crivellandolo di colpi.

Calogero Tramuta era una brava persona. Amica di tutti, solare, libera. Era un ex finanziere tornato in Sicilia per coronare il suo sogno: mettere in piedi un’azienda agricola che esportasse le arance. E lì, nell’agrigentino, con la sua azienda stava facendo qualcosa che nessuno faceva: pagare bene i piccoli contadini, trattarli bene. Non imponeva loro i prezzi come facevano i mafiosi, ma li pagava onestamente.

Ruppe il monopolio mafioso, fece vedere agli agricoltori che un altro modello esisteva. E per questo attirò le attenzioni e l’odio del boss locale.

Dal 1993 al 1996 visse costantemente minacciato. Gli rompevano le arance, gli manomettevano i freni dell’auto, gli sfasciarono le pompe di irrigazione e, in un’occasione, riuscirono a sostituire un suo carico di arance con una partita scaduta. Per tre anni Calogero resistette senza piegarsi. Poi sbottò e si presentò dal boss Emanuele Radosta, chiedendo risarcimenti e dicendo che tutto quello doveva finire.

Il boss diede mandato di ucciderlo quello stesso giorno.

Il 27 aprile 1996 lo crivellarono di colpi. Mandarono un commando per ucciderlo. In pubblico, davanti a tutti, affinché la gente imparasse.

“Cu tocca a mia se abbrucia”, disse tronfio il giorno dopo Radosta.

La gente però non imparò. Perché al funerale si presentarono in massa. Amici, conoscenti, contadini dei paesi dove Calogero era conosciuto. Tutti si strinsero attorno alla famiglia. Nessuno rimase in silenzio.

Il boss si prese 30 anni di carcere. Non ci fu omertà, non ci fu silenzio.

Anche quest'anno, ricordiamo tutto questo. Tenere vivo il ricordo. e la memoria di un uomo che non si piegò e il coraggio di tanti cittadini che decisero di non voltarsi dall’altra parte.

FRANK SERPICO NON HA ALZATO LA VOCE PER AVERE APPLAUSI.LO HA FATTO PERCHÉ QUALCUNO DOVEVA FARLO.‎ED È SOPRAVVISSUTO PER ...
26/04/2026

FRANK SERPICO NON HA ALZATO LA VOCE PER AVERE APPLAUSI.
LO HA FATTO PERCHÉ QUALCUNO DOVEVA FARLO.
‎ED È SOPRAVVISSUTO PER DIMOSTRARE CHE LA VERITÀ NON MUORE SOLO PERCHÉ QUALCUNO TENTA DI SEPPELLIRLA.

‎DENUNCIÒ LA CORRUZIONE NELLA POLIZIA, COSÌ I SUOI STESSI COMPAGNI LO VENDETTERO PER FARLO MORIRE … E POI TESTIMONIÒ DAL LETTO D'OSPEDALE, CON FRAMMENTI DI PROIETTILE CONFICCATI VICINO AL CERVELLO.
‎
‎Brooklyn, 3 febbraio 1971. L'agente Frank Serpico salì le scale di un appartamento usato per lo spaccio di droga a Williamsburg insieme ad altri poliziotti.
In teoria, doveva essere un normale fermo.
‎‎Ma Frank Serpico sapeva già che, nella sua vita, niente era "normale".
‎
‎Per anni era stato uno dei pochi nel suo ambiente a rifiutare le bustarelle. Mentre altri agenti ricevevano buste piene di soldi da spacciatori, protettori e sale da gioco, Serpico girava i tacchi e se ne andava.
‎
"‎Non cercavo di fare l'eroe. Volevo solo fare il lavoro per cui mi ero preparato."
‎
‎Ma negli anni Sessanta, nel NYPD, essere onesti ti rendeva un bersaglio.
‎
‎Serpico entrò in polizia nel 1959 con il sogno di servire e proteggere. Prestò servizio a Brooklyn, lavorò in borghese e partecipò a operazioni antidroga.
Amava quel lavoro.
‎Finché non vide cosa stava succedendo davvero.
‎
‎Agenti che estorcevano soldi ai commercianti. Che piantavano prove false. Che venivano pagati per guardare da un'altra parte. E la corruzione saliva lungo la catena di comando: sergenti, tenenti, capitani… troppi con la mano tesa.
‎
‎Serpico lo segnalò ai suoi superiori. Gli dissero di stare zitto.
‎Andò più in alto. Stessa risposta.
‎Lo portò persino alle istituzioni politiche cittadine. Le sue denunce finirono nel dimenticatoio.
‎
‎Il messaggio era chiaro: accetta i soldi e taci.
‎Serpico rifiutò. E questo lo rese uno degli uomini più scomodi del NYPD.
‎
‎I colleghi smisero di parlargli. Evitavano di pattugliare con lui nei servizi pericolosi. Circolavano voci che fosse pazzo, che fosse una spia, che non ci si potesse fidare.
‎Iniziarono le minacce. Telefonate anonime notturne. Biglietti nel suo armadietto.
‎
‎Ma Serpico aveva già preso una decisione.
Nel 1970, il suo caso arrivò al New York Times. Il giornale pubblicò un articolo in prima pagina sulla corruzione dilagante nel NYPD.
‎La città fu scossa. Il sindaco John V. Lindsay fu costretto a istituire la Knapp Commission per indagare sul NYPD.
‎Serpico divenne il testimone chiave. Eppure continuò a lavorare in strada, circondato da poliziotti che lo odiavano.
‎
‎E COSÌ TORNIAMO A QUELLA SCALA A WILLIAMSBURG.
‎Serpico e altri agenti si avvicinarono a un appartamento. Dentro si stava concludendo una vendita di droga. Era un'operazione in cui lui aveva un ruolo centrale.
‎La procedura era semplice: forzare l'ingresso ed entrare tutti insieme, coprendosi a vicenda.
‎
‎Ma quando arrivarono alla porta, gli altri restarono indietro.
‎Lasciarono Serpico in testa.
‎Lui bussò. La porta si aprì. Serpico riuscì a vedere il sospettato all'interno.
‎
‎Si girò per cercare rinforzi.
‎E non li trovò. Gli altri si erano ritirati di sotto.
‎Serpico era solo. La porta era spalancata. Partì un colpo di pi***la.
‎
‎Il proiettile entrò sotto l'occhio e gli sfracellò parte del viso, fratturandogli la mandibola e danneggiando un nervo uditivo, con frammenti conficcati vicino al cervello.
‎
‎Serpico cadde a terra, il sangue gli colava sul volto.
‎
‎Il sospettato fuggì. Il palazzo aveva più di un'uscita. Avrebbero potuto bloccarle. Non lo fecero.
‎
‎Serpico rimase sul pianerottolo. I soccorsi non arrivarono subito. Passarono minuti minuti cruciali.
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‎Fu un vicino di casa non un poliziotto a chiamare aiuto.
‎Quando Serpico arrivò in ospedale, i medici non pensavano che ce l'avrebbe fatta. C'erano frammenti troppo profondi per essere rimossi. P***e l'udito da un orecchio. Aveva la faccia distrutta.
‎
‎MA FRANK SERPICO ERA TROPPO TESTARDO PER MORIRE.
‎
‎Mesi dopo, ancora in convalescenza, Serpico testimoniò davanti alla Knapp Commission.
‎In camicia da ospedale, con le bende che gli coprivano metà del volto, disse tutta la verità.
‎Fece nomi. Descrisse il sistema. Spiegò come funzionava la corruzione – dagli agenti di strada ai comandanti della polizia e come il dipartimento proteggesse i suoi.
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‎La città rimase sconvolta.
‎
‎L'inchiesta della Knapp Commission durò anni. Mise a n**o una corruzione che arrivava ai piani alti del NYPD. Ci furono arresti. Le politiche cambiarono. Il "muro di silenzio" blu si incrinò, anche se non scomparve.
‎
‎Ma Serpico ne pagò il prezzo.
‎
‎Non si riprese mai del tutto. P***e l'udito da un orecchio. Visse con dolore cronico. I frammenti di proiettile gli rimasero nel cranio, perché rimuoverli avrebbe potuto causare danni maggiori.
‎
‎Si ritirò dal NYPD nel 1972, a 36 anni. Aveva servito meno di tredici anni.
‎
‎Si trasferì in Svizzera per quasi un decennio e poi visse nei Paesi Bassi. Aveva bisogno di allontanarsi dalla città che, secondo lui, lo aveva lasciato morire.
‎Alla fine tornò negli Stati Uniti e si stabilì nello stato di New York, conducendo una vita riservata, lontano dal dipartimento che lo aveva tradito.
‎
‎Nel 1973, Al Pacino lo interpretò nel film Serpico, e la sua storia raggiunse milioni di persone. La fama arrivò, ma Serpico non l'aveva mai cercata. Lui voleva solo essere un bravo poliziotto.
‎
‎FRANK SERPICO OGGI COMPIE 89 ANNI. Vive nello stato di New York.
E quando glielo chiedono, continua a parlare della corruzione nella polizia.
‎
‎E CONTINUA A CONVIVERE CON LE CONSEGUENZE DI QUELLO SPARO.
‎
‎SERPICO HA DIMOSTRATO QUALCOSA CHE MOLTI NON VOLEVANO VEDERE: che UNA SOLA PERSONA ONESTA PUÒ SMASCHERARE UN INTERO SISTEMA.
‎
‎Ha perso la carriera. Ha perso l'udito. Ha quasi perso la vita.
‎Ma non ha perso la sua integrità.
‎
‎Nel 2022, il NYPD gli ha finalmente concesso il riconoscimento formale che gli era mancato per decenni più di mezzo secolo dopo la sua testimonianza e la ferita quasi mortale.
‎
‎È arrivato tardi. Ma lui lo ha ricevuto con la stessa calma e fermezza che aveva mostrato durante tutta la sua vicenda.
‎
‎Perché Frank Serpico non ha alzato la voce per avere applausi. Lo ha fatto perché qualcuno doveva farlo.
‎Ed è sopravvissuto per dimostrare che la verità non muore solo perché qualcuno tenta di seppellirla.

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Via Generale Giuseppe Arimondi 5 Palermo
Palermo
90143

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