24/07/2025
𝗤𝘂𝗶 (𝗻𝗼𝗻) 𝘀𝗶 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶.
Sul nuovo Piano Carceri del governo
“𝙋𝙚𝙧𝙘𝙤𝙧𝙧𝙚𝙩𝙚 𝙞 𝙡𝙪𝙤𝙜𝙝𝙞 𝙙𝙤𝙫𝙚 𝙨𝙞 𝙜𝙞𝙪𝙙𝙞𝙘𝙖, 𝙨𝙞 𝙞𝙢𝙥𝙧𝙞𝙜𝙞𝙤𝙣𝙖 𝙚 𝙨𝙞 𝙪𝙘𝙘𝙞𝙙𝙚… 𝙊𝙫𝙪𝙣𝙦𝙪𝙚 𝙫𝙚𝙙𝙚𝙩𝙚 𝙙𝙪𝙚 𝙘𝙡𝙖𝙨𝙨𝙞 𝙗𝙚𝙣 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙞𝙣𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝙪𝙤𝙢𝙞𝙣𝙞, 𝙚 𝙙𝙞 𝙦𝙪𝙚𝙨𝙩𝙞 𝙜𝙡𝙞 𝙪𝙣𝙞 𝙨𝙞 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙨𝙪𝙞 𝙨𝙚𝙜𝙜𝙞 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙘𝙘𝙪𝙨𝙖𝙩𝙤𝙧𝙞 𝙚 𝙙𝙚𝙞 𝙜𝙞𝙪𝙙𝙞𝙘𝙞 𝙚 𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙡𝙩𝙧𝙞 𝙨𝙪𝙞 𝙗𝙖𝙣𝙘𝙝𝙞 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙞𝙢𝙥𝙪𝙩𝙖𝙩𝙞”.
Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera a un nuovo piano per l'emergenza carceri, dicono: “finalizzato a ridurre il sovraffollamento e a migliorare le condizioni di vita e di lavoro all'interno degli istituti penitenziari”. Il piano, presentato dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal Sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, si articola su tre assi principali: interventi di edilizia penitenziaria, misure specifiche per i detenuti tossicodipendenti e incremento dell'organico della Polizia Penitenziaria. Si esclude il ricorso a indulto o amnistia.
Abbiamo già letto tanto sul tema. Chi si indigna, chi grida alla poca manifesta volontà di “migliorare” le condizioni di vita del carcere, chi pretende di più, chi vede calpestata la “natura rieducativa” del carcere.
𝗣𝗶𝘂' 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗯𝗮𝘁𝘁𝗶𝘁𝗼 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗲 𝘀𝘂𝗲 𝘀𝘁𝗼𝗿𝘁𝘂𝗿𝗲 𝘀𝗶𝗮 𝗶𝗻𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗻𝗶𝗰𝗲 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮, 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮. 𝗗𝗮𝘁𝗶 𝘀𝘂𝗶 𝘁𝗮𝘀𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝘃𝗿𝗮𝗳𝗳𝗼𝗹𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝘀𝘂𝗶 𝘁𝗮𝘀𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝘂𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶, 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗲𝗻𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝗰𝗶𝗱𝗶𝘃𝗮, 𝗲𝗰𝗰. 𝗡𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶 𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗶. Inutile dire come dietro a questi numeri ci siano volti, storie di vita e persone.
Contro questo riduzionismo che cerca di raccontare un fenomeno che dovrebbe andare in direzione opposta, pensiamo che non sia sufficiente analizzare le contraddizioni all’interno del mondo carcerario per dimostrare la sua inefficacia e il suo fallimento.
𝗖𝗿𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼𝗹𝗶𝗻𝗲𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗽𝗼𝗻𝗴𝗮 𝗶𝗻 𝗼𝗽𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗖𝗿𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗰𝗵𝗲 – 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗽𝗶𝘂' 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗮𝗶 – 𝗰𝗶 𝘀𝗶𝗮 𝗹𝗮 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼𝘃𝗲 𝗲 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝗽𝗼𝘀𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼.
Guardare non alle funzioni manifeste e dichiarate (la rieducazione, il reinserimento, il lavoro), ma osservare le sue funzioni latenti e nascoste, quelle non dette, che invece vengono portate a termine dall’istituzione e dai suoi interpreti con estrema efficacia. 𝗔𝗯𝗼𝗹𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲, 𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮 𝗮𝗶 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗶 𝗲 𝗮𝗶 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗶' 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗲𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶 𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗳𝗶𝗻𝗲 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗼 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗔𝗯𝗼𝗹𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝗰𝗲, 𝗺𝗮 𝗮𝗯𝗼𝗹𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗿𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵é è 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝘁𝗼𝗺𝗯𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝗶 𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗱𝗶𝘀𝗲𝗿𝗲𝗱𝗮𝘁𝗶.
Su come fare e sulle possibilità pratiche che abbiamo per costruire insieme percorsi di lotta in questo senso si aprono scenari tutti da percorrere, da esplorare con chi il carcere lo subisce in maniera più feroce e con tutte quelle persone che ne vengono investite da “fuori”. Non sappiamo dire in nessun modo come si fa, ma sappiamo come non si fa. E non è aumentando i posti negli istituti né il personale, né tantomeno indicando la recidiva come il problema del carcere (il dito e non la luna).
Il problema del carcere è il carcere.