05/08/2026
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Federico Venco è morto perché ha incrociato la violenza di un uomo.
Non chiamatela gelosia.
Non chiamatela raptus.
Non chiamatela follia.
La violenza non è un'esplosione improvvisa. È un processo. Un processo fatto di indicatori, escalation, minacce, persecuzione, controllo e progressiva perdita dei freni inibitori.
Chi si occupa di valutazione del rischio sa che l'evento omicidiario è, nella maggior parte dei casi, l'ultimo anello di una catena iniziata molto tempo prima.
La criminologia studia proprio questo: riconoscere ciò che precede l'evento più grave, perché ogni omicidio racconta una storia che avrebbe dovuto essere letta prima.
Da Presidente di Aurea provo dolore, ma soprattutto indignazione.
Perché continuiamo a interrogarci su ciò che è accaduto dopo una tragedia, quando la vera domanda dovrebbe essere un'altra: quanti segnali erano già presenti e quanti avrebbero potuto essere riconosciuti, valutati e gestiti per tempo?
Federico Venco non dovrebbe essere ricordato soltanto come una vittima.
Dovrebbe ricordarci che la violenza non resta confinata all'interno della relazione da cui nasce. Quando il rischio evolve senza essere intercettato, può travolgere chiunque, anche chi ha avuto come unica colpa quella di tendere una mano.
È questa la ragione per cui parlare di prevenzione significa parlare di valutazione del rischio, formazione e responsabilità collettiva.