16/06/2026
IL FEMMINICIDIO NON È "UN REATO COME UN ALTRO": PERCHÉ ELIMINARE LE PAROLE SIGNIFICA CANCELLARE LE VITTIME.
Come Coordinatrice e a nome di tutto il Coordinamento Donne della CGIL di Palermo,
sento il dovere di intervenire pubblicamente di fronte alle recenti dichiarazioni di un Europarlamentare italiano, il quale ha liquidato il femminicidio definendolo "un reato come un altro" e sostenendo che sia una parola da eliminare.
Sminuire i termini è un tentativo grave di rendere invisibile una strage quotidiana. Le parole sono sostanza e cancellare la parola "femminicidio" significa negare la radice stessa di questa violenza.
Il femminicidio non è il semplice omicidio di una persona di sesso femminile. È l'uccisione di una donna in quanto donna, all'interno di una cultura patriarcale che teorizza il possesso, il controllo e la sottomissione del corpo e della vita femminile. Si uccide una donna perché si rifiuta un controllo, perché decide di separarsi, perché rivendica la propria autonomia e libertà. È l'ultimo atto di una catena fatta di violenza psicologica, economica, fisica e sociale.
Mentre si consumano dibattiti salottieri per sminuire il fenomeno, i dati del Ministero dell'Interno e dell'Istat ci restituiscono una realtà drammatica ed evidenziano una specificità che nessun altro reato possiede:
Il contesto familiare: Oltre l'80% dei reati contro le donne si consuma tra le mura domestiche, per mano di partner, ex partner o familiari. Un omicidio stradale o una rapina finita male avvengono per cause totalmente diverse; il femminicidio nasce da una relazione di potere asimmetrica.
In Italia, negli ultimi vent'anni, gli omicidi complessivi (legati a criminalità, rapine, ecc.) sono drasticamente diminuiti. Al contrario, il numero di donne uccise ogni anno è rimasto tragicamente costante, oscillando sempre intorno alle 100-120 vittime l'anno. Questo dimostra che non siamo di fronte a una generica "criminalità", ma a un fenomeno strutturale e culturale che non accenna a diminuire.
Chi sostiene che sia un'invenzione ignora il quadro legislativo nazionale e internazionale:
-La Convenzione di Istanbul (2011). Ratificata dall'Italia nel 2013, è il trattato internazionale vincolante che riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione.
-Il Codice Rosso (Legge 69/2019). Lo Stato italiano ha dovuto creare una corsia d'urgenza e reati specifici (come il revenge p**n o la deformazione dell'aspetto della persona) proprio perché le tutele ordinarie non bastavano a fermare la specificità della violenza di genere.
-Il nostro codice penale prevede pene severissime (fino all'ergastolo) quando l'omicidio è commesso contro il coniuge o il convivente. La legge stessa riconosce che il legame affettivo e di possesso è un elemento specifico e devastante, non un dettaglio qualunque.
Noi Donne della CGIL, sappiamo bene che la violenza di genere si contrasta anche nei luoghi di lavoro, difendendo l'autonomia economica delle donne (la prima barriera contro la violenza domestica) e scardinando la cultura del patriarcato.
Non permetteremo che la memoria delle nostre vittime venga calpestata da slogan reazionari. Difendere la parola "femminicidio" significa sostenere l'autodeterminazione, i centri antiviolenza, i congedi per le donne vittime di violenza e i contratti che garantiscono dignità.
La nostra battaglia è politica, è sindacale,
è quotidiana...
Non faremo un solo passo indietro.
Caterina Altamore
Coordinamento donne Cgil Palermo Cgil Palermo