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Santo Natale 2025L’Emmanuele… Uno di noi!Un «ascolto con gli occhi»È vero. Ogni anno lo diciamo e lo ascoltiamo dai test...
17/12/2025

Santo Natale 2025
L’Emmanuele… Uno di noi!
Un «ascolto con gli occhi»
È vero. Ogni anno lo diciamo e lo ascoltiamo dai testi della Sacra Scrittura. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Questo è il fatto straordinario. L’evento dell’Incarnazione. Non è tuttavia così facile gustare un tale messaggio. Forse ci possono aiutare, nella loro semplicità, i presepi davanti a cui sostiamo in questo tempo natalizio. Forse può aiutarci il presepe che noi stessi realizziamo nelle nostre case. Il presepe è silenzioso, eppure può raggiungere il nostro sguardo e il nostro cuore come parola da ascoltare con gratitudine e stupore. Proviamo a sostare davanti al presepio della Basilica del Santo per il Santo Natale di quest’anno.
Presenza ordinaria
Al Signore Gesù i testi dei Vangeli fanno riferimento in tanti modi, chiamandolo con titoli diversi: Maestro, Signore, Salvatore, Messia, Figlio dell’Uomo… Uno dei nomi più belli e suggestivi, suggerito dall’Angelo a Giuseppe nel Vangelo di Matteo, è Emmanuele.
Emmanuele, Dio con noi! È il nome che la profezia aveva tramandato e che nel Signore Gesù trova pienezza di compimento. Il Natale ci ricorda e ci fa vivere sempre
Basilica del Santo – Padova – Natale 2025
daccapo questo straordinario desiderio di Dio di camminare con noi. Di essere un Signore che viene a salvarci, certo, ma viene a salvarci non «distribuendo servizi» dall’alto
in basso, bensì venendo a stare con noi. Con! Una parola brevissima, ma che attesta con immediatezza il senso di compagnia, di cammino fatto assieme, di vicinanza, di prossimità affettuosa. Il nostro è un «Dio con», un Signore che si pone al nostro livello e ci fa entrare nella vita divina mettendosi al nostro passo.
Il piccolo bambino che vediamo nei nostri presepi ci ricorda innanzitutto questo. Nulla di straordinario. Eppure tutto è straordinario!
Nascosto e per tutti
Se diamo uno sguardo al nostro presepio in Basilica, quasi quasi ci sembra che la Natività non ci sia. Siamo come costretti a cercare Gesù tra i numerosi personaggi. In qualcuno potrebbe suscitare disappunto, perplessità.
Ma potrebbe essere anche l’occasione per riscoprire come il Signore Gesù si sia davvero messo al livello più ordinario dell’esistenza, senza assumere toni o pose ricercate, di preminenza. È veramente un «Dio con», un Dio nascosto nelle pieghe discrete e ordinarie della nostra esistenza. E allora eccolo lì, a condividere le precarietà della nostra vita, uno tra i tanti, pieno di promesse, certo; ma non attorniato da fasti o scenari speciali.
Com’è suggestivo questo! Il Signore del Natale, il nostro Signore, è un Dio da cercare nelle nostre relazioni, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre famiglie. Non si impone con lo scintillante sfavillio di effetti speciali!
Presepio: per riunire, non per dividere
Un Dio nascosto, un Dio «absconditus» come dicevano i latini. Nascosto nei panni di un bimbo come tanti. Ed è giusto che attorno a questo «Dio-con-noi» vi siano rappresentate tutte le persone: uomini e donne, bimbi e anziani, pastori e popolani… Il Signore è un Dio per tutti e il presepio mantiene in pienezza il suo senso cristiano quando diviene porta aperta ad accogliere tutti, come i «tutti» che troviamo presenti nei nostri presepi domestici, «atei» compresi, come i Magi (che atei non erano, ma saggi in ricerca, da lontano, lontano…).
La specificità cristiana del presepe sta nella la sua potenzialità a radunare – nel nome di un Dio di tenerezza – ogni essere umano, e perfino i nostri animali domestici. Un presepe strumentalizzato per dividere non sarebbe più cristiano. E il bene che può essere fatto dal nostro presepe è un bene «universale», perché parla di accoglienza di tutti, tenerezza verso tutti, dignità di tutti… Questi sono «beni» non solo cristiani, ma di ogni uomo e di ogni donna che, sulla terra, desiderino davvero essere più «buoni»!
Forse tante volte potrebbe esserci di aiuto chiarire la differenza tra ciò che è «esclusivo» e ciò che è «specifico».
Il presepe natalizio non è esclusivo dei cristiani: come se loro, e soltanto loro, potessero (e dovessero) farlo. Il presepe dell’Emmanuele è, caso mai, specifico dei cristiani, e proprio come tale è parola buona rivolta a tutti, annuncio di gioia per tutti, voce di canto per tutti, pioggia di pace per tutti: «Pace in terra agli uomini, alle donne, ai bimbi, alle bimbe, agli anziani, alle anziane, ai vicini, ai lontani…che Dio ama»!
Per concludere… in poesia
Di tutto questo, splendida, semplice ed efficacissima sintesi potrebbe essere questa poesia del poeta triestino Umberto Saba. Un testo poetico di abissale semplicità e, proprio per tale ragione, di straordinaria forza creatrice.
La notte è scesa e brilla la cometa che ha segnato il cammino. Sono davanti a Te, Santo Bambino! Tu, Re dell’universo, ci hai insegnato che tutte le creature sono uguali, che le distingue solo la bontà, tesoro immenso, dato al povero e al ricco. Gesù, fa’ ch’io sia buono, che in cuore non abbia che dolcezza. Fa’ che il tuo dono s’accresca in me ogni giorno e intorno lo diffonda, nel Tuo nome.
BUON NATALE!
p. Antonio Ramina
Basilica del Santo – Padova
rettore

Solennità dell’Immacolata – 8 dicembre 2025Maria Immacolata. Donna del canto“L’anima mia magnifica il Signore.E l mio sp...
17/12/2025

Solennità dell’Immacolata – 8 dicembre 2025
Maria Immacolata. Donna del canto

“L’anima mia magnifica il Signore.
E l mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore.
Perché ha guardato all’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”.
Sono le parole con cui inizia il canto del Magnificat. Parole assai note e abituali per un orecchio cristiano. Parole consuete per chi prega nella liturgia serale, con i Vespri. L’abitudine ad ascoltare o a ripetere queste parole ci fa forse perdere qualcosa dell’intensità spirituale che le caratterizzano.
Parole che cantano.
Parole che creano.
Parole che sperano.
Perché non recuperare qualcosa della loro bellezza e del loro incanto?
Parole che cantano.
Non sappiamo se Maria le abbia cantate davvero, o pronunciate a viva voce. In ogni caso si tratta di espressioni intonate al senso dello stupore, della meraviglia colma di riconoscenza. Il canto e la lode sono espressione di un animo che si rende
conto dell’immensità del dono ricevuto, da Dio; e il flusso della benedizione sorge spontaneo.
Lo spirito, dice il testo, esulta. Esultare significa, letteralmente, “continuare a saltare”. Come se fosse tutto il corpo, con il suo movimento saltellante, a voler ringraziare, gioire. Come quando un bimbo, ricevuto un bellissimo dono che lo rende contento, si metta a saltellare, appunto. Saltare di gioia! Lo si dice comunemente. Chi è nella gioia e nella meraviglia grata non sa stare fermo. La gratitudine ha bisogno di movimento. Ha bisogno di danza. Di canto.
Maria ci insegna a non dare nulla per scontato. Ci invita ad avere occhi e cuore che sappiano riconoscere come la quotidianità della nostra vita sia intessuta di tante visite del Signore, magari attraverso gli incontri e i fatti più discreti. Questa attitudine al riconoscimento dei doni e della riconoscenza al Signore è davvero un antidoto efficacissimo contro lo spirito della lamentela e della sfiducia.
Parole che fanno
Le parole di Maria fanno, agiscono, danno consistenza. Danno consistenza a Dio. In che senso? Magnificare il Signore, letteralmente, vuol dire “dargli grandezza”. Renderlo cioè evidente. Le parole di Maria rendono evidente il Signore raccontando ciò che egli ha compiuto. Cosa ha compiuto il Signore? Ha visitato Maria. Ha visitato lei, che si definisce serva. Magnificare il Signore è dunque raccontare il modo con cui il Signore stesso ci fa visita.
Di che cosa parliamo, generalmente? Di tante, tante cose. Ma abbiamo talvolta l’occasione di raccontarci a vicenda i modi con cui il Signore ci fa visita? Raccontare è dare corpo. È dare evidenza. È consegnare a chi ci ascolta lo spessore vivo della nostra fede. Raccontare le visite del Signore vuol dire consegnare all’altro una storia di salvezza. Vuol dire aprirgli orizzonti nuovi.
L’arte del racconto è un’arte bellissima! Mediante il racconto ci si dona non idee, astrazioni, principi. Ci si dona vita, vita vera. Il racconto non offre informazioni. Il racconto fa. Genera vita. Apre orizzonti nuovi. Dispiega prospettive inaspettate. Chi sa raccontare, chi sa “magnificare” come ha fatto Maria, semina nei solchi della storia scintille di luce feconda che vengono tramandate nei secoli. Fecondità senza fine.
Parole che sperano
Occorre dire che Maria non ha grandi evidenze concrete per fidarsi. La parola dell’angelo nunziante era stata una parola carica di promesse. Ma quali garanzie ha avuto Maria? Nessuna, nessuna garanzia, nessuna dimostrazione. Maria ha
saputo cogliere nei segni fragili un futuro carico di vita. Anche nel Magnificat ha saputo dire con chiarezza che ciò che il Signore stava compiendo in lei sarebbe andato in benedizione per tutte le generazioni! Per sempre! Per tutti e per sempre!
Che immensità! Questo è sperare. Gustare segni fragili, germinali, sapendo che porteranno vita nuova per molti. Essere persone di speranza, come Maria, significa fidarsi dei segni piccoli che parlano di vita, di benedizione. Di fecondità per il domani.
Maria è Immacolata così: totalmente disponibile al canto, alla fecondità spirituale, alla speranza grata.
p. Antonio Ramina
Basilica del Santo
rettore

Indirizzo

Padova
Padua
35100

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