20/06/2026
Pensieri e parole. Il carcere descritto da chi lo vive
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 giugno 2026
Ci sono libri che nascono da un’idea e libri che nascono da una mole di carta. “Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” di Samuele Ciambriello, edito da IOD Edizioni nella collana “Cronisti scalzi” dedicata a Giancarlo Siani, appartiene alla seconda categoria. Centoventotto pagine costruite a partire da quello che arriva ogni giorno sul tavolo del garante regionale della Campania: richieste, denunce, confessioni, suppliche scritte a mano da uomini e donne chiusi in cella. Ciambriello le ha lette, scelte e raccolte senza ritoccarle. Le ha pubblicate nella loro versione originale. Con gli errori, le ripetizioni, i punti esclamativi messi a forza per farsi sentire. Chi si occupa di carcere sa quanto sia raro questo gesto. Di solito il detenuto lo si racconta. Qui invece il detenuto parla in prima persona, e parla a qualcuno che ha un nome.
Non scrive a un ufficio o a un numero di protocollo. Scrive a Samuele, a volte al “professore”, a volte al “dottore”, sempre a una persona che è già passata in quel reparto e che ha promesso di tornare. È un dettaglio che cambia tutto. Le lettere non sono reclami astratti, sono il seguito di un incontro avvenuto davvero. Più di una lettera comincia ringraziando per la visita ricevuta, segno che dietro ogni foglio c’è stata prima una presenza fisica, una stretta di mano, una promessa mantenuta.
Il libro è organizzato in sette grandi temi, e questa scelta aiuta a leggerlo. C’è la violenza e la paura dentro le sezioni, dove un pestaggio nasce da una banale “domandina” - che crea il processo di “infantilizzazione” - per un tubetto di colla e finisce con un braccio rotto e una bugia detta all’infermiere per paura di nuove ritorsioni. C’è il sovraffollamento, con celle che ospitano molte più persone di quelle previste e il degrado che si mangia ogni residuo di riservatezza. C’è la territorialità della pena, cioè il diritto a scontare la condanna vicino casa: un padre chiede di tornare in Campania per rivedere il figlio “speciale”, che senza i colloqui regolari peggiora nelle terapie. C’è la salute negata, fatta di visite saltate per mancanza di scorta, interventi sbagliati due volte, controlli rimandati per anni. C’è la magistratura di sorveglianza, dove l’attesa di una risposta diventa essa stessa una parte della pena. C’è la solitudine e il rischio suicidario, con uomini che raccontano di aver già tentato il gesto estremo. E ci sono le madri, i padri e i figli, la pena che colpisce anche chi resta fuori.
Le parole esatte di chi non ha voce - Il garante regionale Samuele Ciambriello non è arrivato per caso a questo lavoro. Nell’introduzione ricostruisce una storia lunga, che parte dagli anni Ottanta, quando era ancora prete e frequentava il carcere di Bellizzi Irpino e l’istituto minorile di Airola. Racconta dell’esperienza dell’“area omogenea” per i detenuti politici che si dissociavano dal terrorismo, del rapporto con il direttore del Dap di allora Nicolò Amato, delle cooperative e delle comunità di accoglienza per minori aperte tra Bucciano e Nisida. Racconta anche dei suoi genitori, Pasquale e Lucia, che presero a lavorare in regime di articolo 21 alcuni detenuti. È da lì che nasce il motto che attraversa tutto il libro: “Chi sbaglia non deve pagare, deve cambiare”.
Quello che colpisce, leggendo le lettere una dopo l’altra, è la ricorrenza di una formula. Quasi nessuno chiede la libertà. Quasi nessuno chiede sconti di pena. Tutti scrivono “chiedo solo”. Chiedo solo di curarmi. Chiedo solo di vedere mio figlio. Chiedo solo di essere trasferito vicino a casa. Chiedo solo di non morire così. La postfazione di Angela Mallardi mette il dito proprio su quel “solo”, e lo definisce la misura della dignità.
Sono persone che hanno già accettato la condanna e domandano il minimo: essere viste. Una madre separata dal marito scrive che legalmente non è più nulla, ma resta la mamma dei suoi figli e vuole almeno una videochiamata. Una donna in cella riceve uno sfratto, ha un bambino in casa-famiglia e teme che senza una casa non potrà mai riportarlo con sé. Un detenuto “badante” scrive al posto del compagno diventato cieco per una negligenza sanitaria. Un altro racconta di aspettare da quattro anni un intervento alla cataratta e di essersi visto sbagliare due volte l’operazione all’ernia. Sono storie concrete, raccontate con le parole storte di chi non ha studiato, e proprio per questo arrivano addosso al lettore senza filtri. Una distinzione utile, in questo lavoro, riguarda il linguaggio.
Ciambriello usa espressioni che gli appartengono da anni e che nel libro diventano una specie di vocabolario. Chiama i detenuti “diversamente liberi”, per non ridurre la persona al reato. Ricorda che il carcere è abitato anche da chi ci lavora, agenti, educatori, sanitari, e che se stanno male gli uni stanno male anche gli altri. Gioca persino sull’anagramma: “carcere” contiene le stesse lettere di “cercare”. Sono frasi che in altre mani suonerebbero come slogan. Qui reggono perché poggiano sulle lettere che le precedono.
Un libro che chiede responsabilità, non pietà - Nella prefazione, che vale la pena leggere per intero, Stefano Anastasia, garante del Lazio, definisce il dare la parola ai detenuti un piccolo atto rivoluzionario, perché apre uno squarcio in un muro dietro cui la pena resta nascosta. È un’osservazione che inquadra bene il senso dell’operazione. In Italia chi sta dentro non può raccontare liberamente le proprie condizioni, se non dietro autorizzazione. Queste lettere aggirano quel silenzio. Va detto con onestà che non si tratta di una lettura leggera. Il libro accumula sofferenza pagina dopo pagina, e a tratti il lettore vorrebbe respirare. Ma è una scelta consapevole. Mallardi scrive che queste pagine non chiedono compassione, chiedono responsabilità. Non vogliono commozione passeggera, vogliono interrogare le coscienze e le funzioni. È la stessa logica garantista che dovrebbe guidare chi racconta il carcere: non il pietismo, ma i fatti, i nomi, le date, le richieste rimaste senza risposta. C’è un limite, se di limite si può parlare, ed è strutturale.
Pubblicando solo le voci di chi scrive, il libro restituisce un punto di vista, quello del detenuto, e non sempre la versione dell’amministrazione. Ciambriello lo sa e non lo nasconde. Non pretende di consegnare una verità processuale, consegna una verità soggettiva, quella di chi vive la pena sulla propria pelle. Sta al lettore tenerlo presente. Resta il fatto che molte di queste denunce, lette in fila, disegnano un quadro che le statistiche del Dap, i rapporti di Antigone e i numeri sui suicidi confermano puntualmente. Alla fine il libro racconta due cose insieme.
Da un lato le condizioni reali delle carceri italiane, viste dal basso. Dall’altro la figura di un garante che ha fatto dell’ascolto il proprio mestiere, e che ha deciso di non lasciare quelle lettere chiuse in un cassetto. Per chi segue il carcere da cronista, è materiale prezioso: non perché spieghi qualcosa di nuovo, ma perché lo fa dire direttamente a chi lo subisce. E lo fa con quella semplicità ruvida che, spesso, vale più di mille analisi accademiche. Il titolo della collana, “Cronisti scalzi”, calza bene anche a queste pagine: sono testimonianze scalze, prive di protezione, che camminano sulla strada più diretta tra il dentro e il fuori. Dare loro spazio non è un favore. È un modo di prendere sul serio la Costituzione, che vuole la pena orientata al reinserimento e mai contraria al senso di umanità.