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20/06/2026

Pensieri e parole. Il carcere descritto da chi lo vive

di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 20 giugno 2026

Ci sono libri che nascono da un’idea e libri che nascono da una mole di carta. “Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” di Samuele Ciambriello, edito da IOD Edizioni nella collana “Cronisti scalzi” dedicata a Giancarlo Siani, appartiene alla seconda categoria. Centoventotto pagine costruite a partire da quello che arriva ogni giorno sul tavolo del garante regionale della Campania: richieste, denunce, confessioni, suppliche scritte a mano da uomini e donne chiusi in cella. Ciambriello le ha lette, scelte e raccolte senza ritoccarle. Le ha pubblicate nella loro versione originale. Con gli errori, le ripetizioni, i punti esclamativi messi a forza per farsi sentire. Chi si occupa di carcere sa quanto sia raro questo gesto. Di solito il detenuto lo si racconta. Qui invece il detenuto parla in prima persona, e parla a qualcuno che ha un nome.

Non scrive a un ufficio o a un numero di protocollo. Scrive a Samuele, a volte al “professore”, a volte al “dottore”, sempre a una persona che è già passata in quel reparto e che ha promesso di tornare. È un dettaglio che cambia tutto. Le lettere non sono reclami astratti, sono il seguito di un incontro avvenuto davvero. Più di una lettera comincia ringraziando per la visita ricevuta, segno che dietro ogni foglio c’è stata prima una presenza fisica, una stretta di mano, una promessa mantenuta.

Il libro è organizzato in sette grandi temi, e questa scelta aiuta a leggerlo. C’è la violenza e la paura dentro le sezioni, dove un pestaggio nasce da una banale “domandina” - che crea il processo di “infantilizzazione” - per un tubetto di colla e finisce con un braccio rotto e una bugia detta all’infermiere per paura di nuove ritorsioni. C’è il sovraffollamento, con celle che ospitano molte più persone di quelle previste e il degrado che si mangia ogni residuo di riservatezza. C’è la territorialità della pena, cioè il diritto a scontare la condanna vicino casa: un padre chiede di tornare in Campania per rivedere il figlio “speciale”, che senza i colloqui regolari peggiora nelle terapie. C’è la salute negata, fatta di visite saltate per mancanza di scorta, interventi sbagliati due volte, controlli rimandati per anni. C’è la magistratura di sorveglianza, dove l’attesa di una risposta diventa essa stessa una parte della pena. C’è la solitudine e il rischio suicidario, con uomini che raccontano di aver già tentato il gesto estremo. E ci sono le madri, i padri e i figli, la pena che colpisce anche chi resta fuori.

Le parole esatte di chi non ha voce - Il garante regionale Samuele Ciambriello non è arrivato per caso a questo lavoro. Nell’introduzione ricostruisce una storia lunga, che parte dagli anni Ottanta, quando era ancora prete e frequentava il carcere di Bellizzi Irpino e l’istituto minorile di Airola. Racconta dell’esperienza dell’“area omogenea” per i detenuti politici che si dissociavano dal terrorismo, del rapporto con il direttore del Dap di allora Nicolò Amato, delle cooperative e delle comunità di accoglienza per minori aperte tra Bucciano e Nisida. Racconta anche dei suoi genitori, Pasquale e Lucia, che presero a lavorare in regime di articolo 21 alcuni detenuti. È da lì che nasce il motto che attraversa tutto il libro: “Chi sbaglia non deve pagare, deve cambiare”.

Quello che colpisce, leggendo le lettere una dopo l’altra, è la ricorrenza di una formula. Quasi nessuno chiede la libertà. Quasi nessuno chiede sconti di pena. Tutti scrivono “chiedo solo”. Chiedo solo di curarmi. Chiedo solo di vedere mio figlio. Chiedo solo di essere trasferito vicino a casa. Chiedo solo di non morire così. La postfazione di Angela Mallardi mette il dito proprio su quel “solo”, e lo definisce la misura della dignità.

Sono persone che hanno già accettato la condanna e domandano il minimo: essere viste. Una madre separata dal marito scrive che legalmente non è più nulla, ma resta la mamma dei suoi figli e vuole almeno una videochiamata. Una donna in cella riceve uno sfratto, ha un bambino in casa-famiglia e teme che senza una casa non potrà mai riportarlo con sé. Un detenuto “badante” scrive al posto del compagno diventato cieco per una negligenza sanitaria. Un altro racconta di aspettare da quattro anni un intervento alla cataratta e di essersi visto sbagliare due volte l’operazione all’ernia. Sono storie concrete, raccontate con le parole storte di chi non ha studiato, e proprio per questo arrivano addosso al lettore senza filtri. Una distinzione utile, in questo lavoro, riguarda il linguaggio.

Ciambriello usa espressioni che gli appartengono da anni e che nel libro diventano una specie di vocabolario. Chiama i detenuti “diversamente liberi”, per non ridurre la persona al reato. Ricorda che il carcere è abitato anche da chi ci lavora, agenti, educatori, sanitari, e che se stanno male gli uni stanno male anche gli altri. Gioca persino sull’anagramma: “carcere” contiene le stesse lettere di “cercare”. Sono frasi che in altre mani suonerebbero come slogan. Qui reggono perché poggiano sulle lettere che le precedono.

Un libro che chiede responsabilità, non pietà - Nella prefazione, che vale la pena leggere per intero, Stefano Anastasia, garante del Lazio, definisce il dare la parola ai detenuti un piccolo atto rivoluzionario, perché apre uno squarcio in un muro dietro cui la pena resta nascosta. È un’osservazione che inquadra bene il senso dell’operazione. In Italia chi sta dentro non può raccontare liberamente le proprie condizioni, se non dietro autorizzazione. Queste lettere aggirano quel silenzio. Va detto con onestà che non si tratta di una lettura leggera. Il libro accumula sofferenza pagina dopo pagina, e a tratti il lettore vorrebbe respirare. Ma è una scelta consapevole. Mallardi scrive che queste pagine non chiedono compassione, chiedono responsabilità. Non vogliono commozione passeggera, vogliono interrogare le coscienze e le funzioni. È la stessa logica garantista che dovrebbe guidare chi racconta il carcere: non il pietismo, ma i fatti, i nomi, le date, le richieste rimaste senza risposta. C’è un limite, se di limite si può parlare, ed è strutturale.

Pubblicando solo le voci di chi scrive, il libro restituisce un punto di vista, quello del detenuto, e non sempre la versione dell’amministrazione. Ciambriello lo sa e non lo nasconde. Non pretende di consegnare una verità processuale, consegna una verità soggettiva, quella di chi vive la pena sulla propria pelle. Sta al lettore tenerlo presente. Resta il fatto che molte di queste denunce, lette in fila, disegnano un quadro che le statistiche del Dap, i rapporti di Antigone e i numeri sui suicidi confermano puntualmente. Alla fine il libro racconta due cose insieme.

Da un lato le condizioni reali delle carceri italiane, viste dal basso. Dall’altro la figura di un garante che ha fatto dell’ascolto il proprio mestiere, e che ha deciso di non lasciare quelle lettere chiuse in un cassetto. Per chi segue il carcere da cronista, è materiale prezioso: non perché spieghi qualcosa di nuovo, ma perché lo fa dire direttamente a chi lo subisce. E lo fa con quella semplicità ruvida che, spesso, vale più di mille analisi accademiche. Il titolo della collana, “Cronisti scalzi”, calza bene anche a queste pagine: sono testimonianze scalze, prive di protezione, che camminano sulla strada più diretta tra il dentro e il fuori. Dare loro spazio non è un favore. È un modo di prendere sul serio la Costituzione, che vuole la pena orientata al reinserimento e mai contraria al senso di umanità.

20/06/2026

Firenze. Coordinamento Dirigenti Penitenziari: a Sollicciano emergenza prevedibile

ansa.it, 20 giugno 2026

Non sacrificare direttori per incompetenza ed inefficienza ministeriale. “Non staremo a guardare l’eventuale tentativo di sacrificare i direttori sull’altare dell’incompetenza ed inefficienza ministeriale, e porremo in essere ogni azione consentita perché trionfi la verità, con tutto ciò che essa comporti”. Lo scrive in una nota il responsabile del Coordinamento Nazionale Direttori e Dirigenti Penitenziari della Fsi Usae, Enrico Sbriglia, riferendosi al recente provvedimento giudiziario di sequestro preventivo di un’area del carcere di Firenze Sollicciano, “determinando l’urgente esigenza di trasferire in altri istituti almeno 200 persone detenute”.

Un istituto, quello di Sollicciano, dove, da “almeno da 4 lustri, si segnalavano grandi criticità strutturali”. Sbriglia parla di una “straordinaria e anche drammatica decisione assunta dalla Procura di Firenze per contenere i rischi enormi derivabili” “dall’epilogo, preannunciato, di una gestione fallimentare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, dove si sono avvicendati ben 11 Capi Dipartimento in venti anni”. Il Coordinamento è del parere che “il carcere, la cui costruzione fu terminata solo nel 1982”, “cade a pezzi e si ammuffisce, sotto le intemperie e per incuria”.

Invece, “prima si è cercato di addossare le responsabilità alla ex direttrice, una donna straordinaria e competente”, poi “si è preferito trovare altri che governassero una realtà difficilissima per le condizioni obiettive in cui si è costretti ad operare”. L’auspicio è che “il ministro Nordio e il sottosegretario Balboni non si limitino alla lettura delle veline ministeriali confezionate dagli uffici del Dap, ma vadano a vedere e chiedano di audire ex Direttrice, Provveditori Regionali avvicendatisi nel tempo, per conoscere, anche per tabulas, quali iniziative avessero sollecitato e realmente finanziato”.

20/06/2026

Sardegna. “Niente frigoriferi in cella con 40 gradi”: Irene Testa riaccende il dibattito sulle carceri

sardegnalive.net, 20 giugno 2026

Con l’arrivo del caldo estivo, la Garante regionale dei detenuti in Sardegna torna a denunciare le condizioni di vita negli istituti penitenziari. Le temperature iniziano a salire e nelle carceri torna un tema che da settimane alimenta il confronto tra amministrazione penitenziaria, garanti dei detenuti e opposizione: quello dei frigoriferi nelle celle. A riportare l’attenzione sulla questione è stata la Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Irene Testa, che nei giorni scorsi è tornata a denunciare le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari. “Vietato avere un frigorifero in cella. Immaginate 40 gradi. Celle di pochi metri quadrati. Quattro persone, a volte di più. Il fornello accanto al WC. Nessuna privacy. Poca aria. Odore di sudore, di corpi ammassati, di disperazione”, scrive Testa, sottolineando come nelle carceri vivano anche “persone con gravi patologie psichiatriche, tossicodipendenze, fragilità estreme. Persone che si autolesionano”.

“E la risposta dello Stato qual è? Togliere i frigoriferi. Perché, dicono, non c’è spazio. Se una casa che non rispetta i requisiti minimi di abitabilità viene dichiarata inidonea, se 26 metri quadrati non possono ospitare più di una persona, come è possibile che nelle carceri tutto questo sia tollerato?”. Secondo la garante, la questione non riguarda soltanto il caldo estivo, ma più in generale il tema della dignità della detenzione: “Come è possibile che lo Stato pretenda il rispetto della legge dai cittadini e poi ignori standard che fuori dal carcere farebbero scattare sanzioni, denunce e chiusure? Se quelle stesse esistessero in una casa di riposo, in una comunità o in un dormitorio, ci sarebbe uno scandalo nazionale. In carcere, invece, tutto è considerato normale. No. Non è normale. La pena è la privazione della libertà. Non il caldo insopportabile. Non l’umiliazione. Non la promiscuità forzata. Non la perdita della dignità umana. E un Paese si misura anche da come tratta le persone che ha deciso di . Non da quanto riesce a farle soffrire”

La circolare a cui si fa riferimento è quella emanata il 23 aprile 2026 dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), un provvedimento che aveva fin da subito suscitato forti reazioni da parte dei garanti dei detenuti e delle opposizioni. La disposizione, firmata dal Capo del Dipartimento Stefano Carmine De Michele, invita gli istituti a collocare i nuovi pozzetti frigoriferi in locali dedicati delle sezioni detentive, come ex docce, lavanderie o altri spazi comuni, regolamentandone l’accesso attraverso orari e personale incaricato della gestione.

La circolare precisa inoltre che i frigoriferi non possono essere collocati nelle camere di pernottamento. La motivazione indicata riguarda ragioni di sicurezza, legate alla possibile occultazione di oggetti o sostanze non consentite e al rischio di utilizzo improprio degli elettrodomestici. Dopo le polemiche, il DAP è intervenuto con una seconda nota ribadendo il divieto di collocare pozzetti frigo e frigoriferi all’interno delle celle. Nel documento si legge che “i pozzetti frigo ovvero i frigo, cioè (secondo la lingua italiana), i frigoriferi (di cui il termine frigo è abbreviazione) sono elettrodomestici di grandi dimensioni e non vanno affatto confusi coi minibar o frigobar (di cui la nota non si occupa)”. Lo stesso Dipartimento ha inoltre spiegato che, per poter procedere all’acquisto di nuovi pozzetti frigo, frigoriferi e ventilatori in vista della stagione estiva, “è necessaria una tempestiva programmazione sulla base della ricognizione delle dotazioni già oggi esistenti”.

Il dibattito resta aperto. Da una parte l’amministrazione penitenziaria rivendica esigenze di sicurezza e una migliore organizzazione degli spazi comuni. Dall’altra i garanti dei detenuti continuano a denunciare condizioni di sovraffollamento e disagio che, con l’arrivo dell’estate, rischiano di diventare ancora più difficili da sostenere.

20/06/2026

Il carcere è in coma. Salviamo almeno Domenico Papalia dalla morte per pena

di Emanuele Roncalli*

L’Unità, 20 giugno 2026

Il sistema penitenziario è al collasso. Il carcere è in coma. E la malattia sembra irreversibile. Per ca**tà, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, ma le accorate e reiterate domande che escono da questo mondo claustrofobico, fatto di gabbie su cui si accendono i riflettori a intermittenza, restano da tempo immemore senza risposte adeguate. Logorata da dibattiti e belle promesse, la questione carceraria abita un cosmo astratto, sospeso nel tempo e nello spazio, dove reale è solo la tragedia di chi consuma i propri giorni in questo “luogo-non luogo”, privo di identità.

Convegni e seminari di sociologi e giuristi, economisti e analisti politici, clinici e psichiatri si susseguono a singhiozzo, finendo talvolta per annacquare discorsi che grondano di retorica e luoghi comuni. Per non parlare di riforme, di interpellanze parlamentari che finiscono per diventare lettera morta.

Non siamo disfattisti. Siamo allarmati. A fronte di questi pronunciamenti, c’è una fetta di società civile che preferisce ignorare l’argomento. Perché, visto da fuori, per molti il carcere è un corpo estraneo, qualcosa di fastidioso, come un bubbone sulla pelle. Passano davanti a invalicabili mura delimitate da filo spinato, allungano la camminata e distolgono lo sguardo. Quasi temono la fortezza che ospita l’arcipelago della disperazione.

Parole come giustizia riparativa, misure alternative alla detenzione non rientrano nel vocabolario della gente comune e i media si occupano dei detenuti saltuariamente, quando la notizia fa sensazione, fa vendere, mentre ci si dovrebbe ricordare che un quotidiano, un telegiornale può - anzi deve - sensibilizzare, educare, diffondere cultura.

È singolare come i telespettatori si appassionino a inchieste tv sui delitti più efferati, sbirciando fra le mura domestiche altrui dal buco della serratura, mostrando morbose attenzioni alle tendenze sessuali di un indagato, per poi dimenticarsene in eterno se lo stesso finisce dietro le sbarre.

È singolare come giornali e tv affrontino, con puntate a raffica, un fatto di sangue, tentando di sviscerarlo con processi mediatici neanche tanto velati, puntando l’attenzione su presunti innocenti che dividono i telespettatori in tifoserie e poi se ne dimentichino per sempre al raggiungimento di una sentenza di condanna. È finito lo show, buttate via la chiave.

Parlare di carcere, del resto, è impopolare e non porta nemmeno voti o preferenze. Si rischia la retorica, certo, ma il sipario deve rimanere alzato. Anche quello del palcoscenico

social. In rete imperano prezzolati influencer che si occupano di hotel e ristoranti stellati, mentre ci vorrebbero testimonial che parlassero stabilmente di carcere, che risvegliassero le coscienze. Chi si occupa di carcere h24 sono invece associazioni e sodalizi come Nessuno tocchi Caino, Antigone, Ristretti Orizzonti, che da soli portano avanti battaglie impari.

Al centro di tutto resta il detenuto, con la sua solitudine, mentre la voglia di ghigliottina fatica a tramontare. Non si tratta di assolvere chi ha violato la legge, ma di far rispettare la legge che tutela il condannato.

Chi delinque entra in una dimensione afflittiva. In cella gli fanno compagnia tormenti e rimorsi e una moltitudine di occhi di gente sconosciuta con cui condividere giorni, settimane, mesi, se non addirittura anni, in uno spazio angusto, privo di privacy, di pochi metri quadrati.

“Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo - ha scritto lo psichiatra Vittorino Andreoli. Non appena viene tolto il gesso, c’è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale.”

Se si rilegge la storia, si scoprirà che sotto i Romani, ma anche durante la società feudale, il carcere aveva una funzione squisitamente temporanea in attesa della pena, anche se - siamo consapevoli - le sanzioni erano di tutt’altra natura. È dall’Ottocento che il carcere diventa strumento sanzionatorio e da lì nasce il sistema penitenziario moderno, dove di moderno si fatica a vedere cosa ci sia.

Il carcere resta dunque l’unica soluzione per riabilitare il reo? La realtà è sotto gli occhi di tutti: sovraffollamento, risse, rivolte, suicidi. L’art. 27 della Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) resta in buona parte sulla carta.

Riscatto è l’altra parola che non rientra nel vocabolario di molti. Riscatto che passa attraverso diverse modalità, prima fra tutte quella del lavoro, garantito ancora da pochi generosi imprenditori. Solo così il detenuto può riabilitarsi e ritrovare quella dignità che aveva perduto.

Ci sono casi emblematici per i quali il potere punitivo dello Stato ha ampiamente superato ogni limite. Ci riferiamo a Domenico Papalia, in carcere da quasi sessant’anni. Ne ha parlato anche Sergio D’Elia poche settimane fa. È originario di Platì. Chi nasce nel paese calabrese non si comprende per quale motivo debba avere già uno stigma sulla propria pelle. È più facile associarlo alla stagione dei sequestri che accostarlo a nomi della cultura come Corrado Alvaro, la cui casa, a San Luca, dista 15 minuti d’auto.

Papalia, dicevamo, ha trascorso la sua esistenza - praticamente intera - nelle patrie galere. Ha ottantuno anni, è malato oncologico con metastasi e un corollario di patologie che ne hanno minato il corpo. I suoi avvocati hanno chiesto il differimento di pena, ma finora il magistrato di sorveglianza non ha ritenuto di dover dare seguito a questa legittima richiesta. Siamo davvero certi che la sua condizione carceraria non sia contraria al senso di umanità?

Per Papalia, tempo addietro, avevano chiesto la grazia il giudice Ferdinando Imposimato, lo storico sindacalista della Cgil Francesco Catanzariti, l’associazione Nessuno tocchi Caino, per ricordare solo alcuni nomi. In Papalia chi scrive si è imbattuto tempo fa, ritrovando un corposo epistolario fra suor Gervasia Asioli, religiosa orsolina che prestò servizio in diversi istituti di pena, e centinaia di detenuti. Lì ci sono missive di Papalia alla religiosa, pubblicate nel libro “Una suora all’inferno” (Marietti Editore 2005), scritto a quattro mani con il collega giornalista Gabriele Moroni.

In una di queste, da Civitavecchia il 12 dicembre 1985, Papalia scrive: “Nel passato o meglio nella giovinezza non sono stato un Santo, ma quanti santi sono diventati delinquenti e quanti delinquenti diventati Santi? Nella vita di ogni uomo c’è un attimo e un momento di conversione e di esami con la propria coscienza e da questi esami viene

fuori un uomo tutto diverso, un amore dentro e un uomo che nonostante tutto non ha mai perso la fede in Dio e la fiducia nella giustizia. Questo sono io oggi, senza portare rancore né alla magistratura che mi ha condannato innocentemente, né alla società, né all’umanità.”

La stessa suor Gervasia, il 7 febbraio 1991, scrive al Tribunale di Sorveglianza di Brescia evidenziando “l’esemplarità di condotta di Papalia sia nei riguardi dei superiori che nei rapporti con gli altri detenuti”. “Posso pure affermare - aggiungeva la religiosa - di averlo sempre trovato disponibile ad aiutare persone in difficoltà che, nello scambio epistolare, veniva a conoscere tramite me dandomi così modo di poter intervenire in momenti di gravi difficoltà economiche che coinvolgeva la famiglia. Credo che sia una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare. Chiedo scusa se mi sono permessa di fare presenti queste osservazioni e conto sulla benevola attenzione perché vengono vagliate e prese in considerazione.” Sono passati 35 anni da quella richiesta. Si dirà che suor Gervasia era fin troppo benevola.

Cosa dire allora ai nostri governanti che hanno ignorato l’appello per un’amnistia in occasione del Giubileo, rilanciato sia da Papa Francesco che da Leone XIII? Nessun provvedimento di clemenza è stato adottato da Governo e Parlamento per ridurre il sovraffollamento. L’ultima amnistia risale al 1990, mentre l’ultimo indulto è stato varato nel 2006. Se non si fosse ancora capito, l’unica via per la riduzione della pena - in assenza di amnistia o indulto - resta l’applicazione di misure alternative alla detenzione, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare.

Chi sperimenta sulla propria pelle la detenzione ne porterà i segni per sempre. Anche quando lo Stato sbaglia. È il caso di Daniele Barillà, imprenditore milanese scambiato per narcotrafficante, assolto dopo oltre 7 anni di carcere e risarcito con circa 3 milioni di euro. Lo abbiamo incontrato nel suo esilio in Spagna. “I milioni li sto spendendo in medicine e ho bisogno di un trapianto di cuore” ci ha detto. Distrutto nell’animo e nel fisico, Barillà ha scelto, suo malgrado, di voltare le spalle all’Italia.

*Giornalista e saggista. L’autore di questo articolo è il biografo di famiglia di Giovanni XXIII, il “Papa buono”, suo prozio. È iscritto anche a Nessuno tocchi Caino, come Domenico Papalia, che ha conosciuto in qualche colonia penale del nostro Paese. Insieme a Gabriele Moroni, Emanuele ha curato il libro “Una suora all’inferno”, un florilegio straordinario di lettere inviate dai carcerati a suor Gervasia Asioli, la “mamma dei detenuti”, come la chiamavano in tanti, detenuti comuni e detenuti speciali, gli uni e gli altri testimoni della spiritualità e umanità che possono albergare nelle celle italiane. A suor Gervasia si è rivolto anche Domenico Papalia, “una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare”, ha scritto di lui la religiosa in una lettera del 1991 al tribunale di Sorveglianza di Brescia. Una sorta di “amicus curiae” che, dopo trentacinque anni, è ancora più attuale, in attesa della riunion e ormai vicina di un altro tribunale di sorveglianza chiamato a decidere se i suoi 81 anni di età e i 60 di pena espiata, che nel corso del tempo è diventata anche pena corporale, siano compatibili con lo stato di detenzione.

19/06/2026

Brescia. “Cara società, ecco cosa abbiamo visto in carcere”

Giornale di Brescia, 19 giugno 2026

Siamo un gruppo di giovani scout provenienti da tutto il Nord Italia e lo scorso weekend abbiamo vissuto un’esperienza all’interno del carcere di Verziano; vorremmo chiedere ospitalità alle pagine del suo giornale per raccontare ciò che abbiamo vissuto e così, idealmente, rivolgerci a tutta la società Bresciana. Per questo iniziamo la nostra lettera con: “Cara Società, ci sono luoghi che esistono accanto a noi e che, allo stesso tempo, sembrano lontanissimi. Il carcere era uno di questi. Lo conoscevamo attraverso racconti, immagini veloci, notizie, giudizi. Ma quasi mai attraverso l’incontro. Entrarci ci ha costretti a cambiare sguardo. Abbiamo incontrato volti, voci, storie, ma prima di tutto, abbiamo incontrato persone. Persone con una storia, con errori, ferite, paure e desideri. Persone che troppo spesso vengono ridotte al loro reato, dimenticando tutto il resto.

Durante la giornata trascorsa insieme, tra giochi, canti, pasti condivisi e racconti reciproci, ci siamo stupiti della semplicità con la quale ci siamo riconosciuti umani gli uni davanti agli altri. Ci resteranno impressi i volti, gli sguardi, i sorrisi inattesi, la tristezza presente in certi racconti e, insieme, una profondità umana difficile da spiegare. Siamo entrati pensando di dover portare qualcosa; siamo usciti con la sensazione di aver ricevuto molto di più. Dentro quelle mura abbiamo scoperto un’umanità forte, concreta, autentica. A tratti persino più evidente di quella che spesso incontriamo fuori. Forse perché nelle difficoltà l’uomo riscopre il bisogno dell’altro, diventa fratello, crea comunità. E allora abbiamo compreso anche un’altra cosa: il carcere non è un mondo separato dalla società. Ne è lo specchio.

Quelle mura non custodiscono persone lontane da noi, ma raccontano qualcosa che ci riguarda tutti. Per questo sentiamo importante dire che chi vive in carcere è un essere umano esattamente come noi. Non basta informarsi o parlare del carcere da fuori. Serve avere il coraggio dell’incontro, lasciare spazio all’ascolto, abbandonare almeno per un momento la paura e il giudizio. Solo così ci si accorge di quanto sia facile condannare senza conoscere davvero. In carcere alzi lo sguardo e vedi ovunque le mura. Ma le mura più difficili da abbattere non sono sempre quelle di cemento. Abbiamo percepito in molte persone una rabbia profonda verso se stesse, un peso che continua a chiuderle dentro anche oltre la pena.

Una seconda gabbia. Questa esperienza ci ha portati a interrogarci non solo sul crimine, ma anche su ciò che conduce una persona a commetterlo. Ci possono essere alternative. E proprio per questo la dimensione rieducativa del carcere non può restare soltanto un principio scritto: deve diventare reale, concreta, vissuta. Andare in carcere non è un gesto di ca**tà. Non si entra per sentirsi migliori o per “portare gioia”. Si entra per incontrare, ascoltare e lasciarsi cambiare dall’incontro. Perché anche da chi meno te lo aspetti puoi imparare qualcosa di essenziale sull’essere umano.

Oggi sentiamo che tutti possiamo fare qualcosa affinché il carcere diventi davvero un luogo capace di accompagnare le persone verso una possibilità nuova. Per questo auguriamo a tutti di non fermarsi al passato delle persone e ai loro errori, ma di scegliere di informarsi e guardare al loro futuro con fiducia. Perché una società si misura anche da come sceglie di guardare chi ha sbagliato”.

25 ragazzi e ragazze che hanno scelto l’incontro

19/06/2026

Firenze. Inferno di Sollicciano, Nordio pensa al ricorso. Scalfarotto: “Situazione di barbarie”

di Valentina Stella

Il Dubbio, 19 giugno 2026

Il ministro risponde al Senato dopo il provvedimento del gip di Firenze. L’esponente di Italia viva: “Lo Stato si ribella a se stesso”. “Sulla vicenda che riguarda l’intervento dell’autorità giudiziaria, l’amministrazione sta acquisendo gli atti procedimentali e si riserva di valutare eventuali impugnazioni”: così ieri al Senato un laconico ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto ad un atto di sindacato ispettivo presentato da Italia Viva con cui lo “interrogava” sull’emergenza sovraffollamento e suicidi negli istituti di pena e sul recente sequestro da parte del tribunale di Firenze di sette sezioni del carcere toscano di Sollicciano.

Com’è noto, due giorni fa, dopo anni di denunce per la situazione a dir poco fatiscente della struttura fiorentina, è arrivata una notizia eclatante: il sequestro di sette sezioni (1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione “Accoglienza”) disposto dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Firenze per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. È la prima volta che viene adottata in Italia una simile decisione.

A far scattare l’indagine numerosi ricorsi ai magistrati di sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni all’interno dei vari reparti. Com’è noto, proprio il 22 settembre la Corte costituzionale si pronuncerà su giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze a seguito di un ricorso di un recluso che pur non avendo i requisiti ha chiesto di scontare la pena fuori dal penitenziario a causa delle condizioni degradanti della prigione, infestata da cimici del letto, scarafaggi, celle ammuffite, priva spesso di acqua calda. Non si sa al momento se il fascicolo sia contro ignoti o ci siano degli iscritti nel registro degli indagati, anche perché la procura ha negato ad alcuni giornalisti un accesso al decreto di sequestro ritenendo che basti il comunicato stampa emesso due giorni fa e anche in adempimento della nuova circolare del Csm sulla comunicazione istituzionale.

Il Guardasigilli ha poi aggiunto che “sicuramente il Piano carceri vedrà per prima questa struttura essere ridotta o svuotata, appena avremo i posti disponibili, probabilmente entro fine anno”. Intanto, pur avendolo chiesto al ministero, non si conosce ancora il numero esatto di detenuti che saranno trasferiti, dove saranno trasferiti, visto che le altre carceri toscane sono sempre sovraffollate, se il trasferimento è concluso.

Sulla terribile ed inedita vicenda è intervenuto anche Sergio Paparo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Firenze: “Abbiamo ripetutamente denunciato (anche di concerto con tutti i Dirigenti degli Uffici giudiziari) le intollerabili e degradanti condizioni del carcere di Sollicciano e le gravi inadempienze del ministero. Il sequestro di ben sette sezioni del carcere conferma che è assolutamente necessaria una soluzione definitiva. Comunque il problema del sovraffollamento va affrontato immediatamente con interventi legislativi quali l’indulto, l’amnistia e la liberazione anticipata speciale, che non sono atti di buonismo ma strumenti di politica penitenziaria”.

Ma Nordio non vuol sentire parlare di atti clemenziali, come ribadito ieri al Question time a Palazzo Madama, durante il quale ha fatto il solito elenco delle iniziative per ora restate però sulla carta: dall’agevolazione dell’accesso di detenuti tossicodipendenti alle strutture sanitarie pubbliche e alle strutture private alla detenzione in comunità pubbliche e private per i detenuti che pur avendo i requisiti per una misura alternativa della pena non hanno un indirizzo da fornire. Tutto ancora in fieri. Per quanto riguarda sempre la detenzione, “teniamo conto - ha detto il responsabile del Dicastero - che non si entra in prigione per azione del governo, ma perché si è commesso un reato e perché la magistratura, nella sua autonomia e indipendenza, ha ritenuto che sia nel momento della carcerazione preventiva, sia nel momento della irrogazione della pena, fosse necessario arrivare alla custodia cautelare in carcere”.

Sui suicidi in carcere il ministro ha rivendicato una diminuzione: “Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita. Ogni suicidio è un fallimento dello Stato, ma certamente questa inversione di trend dimostra che le nostre operazioni di prevenzione cominciano ad essere efficaci”. La replica del senatore Scalfarotto: “Signor ministro, quando un magistrato della Repubblica è costretto a sequestrare un carcere, non è un atto di protesta, è lo Stato che si ribella giustamente a se stesso davanti a una situazione insostenibile, che è una situazione di barbarie. Tutti noi in questi giorni stiamo soffrendo la calura di questa estate incipiente. Immagini che cosa significa essere chiusi dentro un carcere quando la capienza è la metà delle persone che sono lì, come succede in carceri importanti come per esempio il carcere di San Vittore a Milano. E tutto quello che state facendo, signor ministro, non basta”. E ha concluso: “Fa specie che il ministro Nordio, che avevamo conosciuto come sincero garantista, dia la colpa ai magistrati, quando egli e questo governo hanno varato norme come il decreto Caivano, che ha mandato in galera tossicodipendenti per casi di piccolo spaccio. Persone che, come hanno ammesso lo stesso ministro e il sottosegretario Mantovano, non dovrebbero stare dietro le sbarre”.

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