Ristretti Orizzonti

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22/08/2026

Busto Arsizio. Carcere da incubo: “La politica deve intervenire”

di Sarah Crespi

La Prealpina, 22 agosto 2026

La visita della Camera Penale e della deputata leghista Manuela Maffioli: “Voglio una relazione dettagliata”. “La situazione, rispetto all’ultimo accesso, è decisamente peggiorata, a oggi i detenuti sono 437 a fronte di una capienza di 240. è necessario che la politica intervenga”: così ha commentato il presidente della Camera penale Tiberio Massironi al termine della visita di questa mattina, venerdì 21 agosto, in carcere a Busto Arsizio. Con la delegazione, di cui facevano parte i penalisti Michela Ghiso, Anna Ielmini, Elisa Rocchitelli, Samuele Genoni, Lorenzo Parachini, Francesca Giamporcaro, Santina Ferro e Katia Broggini, c’era anche la deputata leghista Manuela Maffioli.

“Ho chiesto alla Direzione una relazione dettagliata degli aspetti più prontamente affrontabili, di cui intendo farmi carico”, assicura Maffioli. Il giro nel penitenziario si inserisce nell’iniziativa dell’Unione camere penali italiane Ristretti in agosto. L’anno scorso i gironi erano apparsi meno infernali, oltretutto le temperature non avevano raggiunto i picchi degli ultimi tre mesi. “Ora è il momento di organizzare un’assemblea con tutte le associazioni e gli enti che seguono il carcere per studiare interventi integrati ed efficaci”, dice Massironi.

22/08/2026

Detenuti ai domiciliari, la legge è solo sulla carta. “Senza fondi è inutile”

di Viola Giannoli

La Repubblica, 22 agosto 2026

Le reazioni delle strutture terapeutiche all’entrata in vigore della nuova norma: “La riforma non deve essere né celebrata né demonizzata prima di verificarne gli effetti. Deve essere applicata, monitorata e valutata”. Né euforia né depressione. La reazione delle comunità terapeutiche all’entrata in vigore della legge sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero è cauta. Il principio a cui si ispira la legge - la cura delle persone tossicodipendenti al posto del carcere - è, ovviamente, condiviso e auspicato. E gli interventi arrivati proprio dalle comunità sono stati decisivi per giungere alle correzioni del testo finale. Il tema - spiega ad esempio il Gruppo Abele - è che “le modalità previste dalla legge per realizzarlo lasciano ancora molto a desiderare e richiedono un attento monitoraggio”.

Ma avvisa la SIPaD, cioè la Società italiana patologie da dipendenza, “la riforma non deve essere né celebrata né demonizzata prima ancora di verificarne gli effetti. Deve essere applicata, monitorata e valutata”. E per questo “auspica un confronto istituzionale rigoroso, libero da strumentalizzazioni e fondato sul testo della legge, sulle competenze cliniche e sui dati di applicazione”. Ed evitando al tempo stesso “rappresentazioni secondo cui la nuova normativa determinerebbe, in maniera generalizzata e automatica, l’accesso alla detenzione domiciliare di persone pericolose o appartenenti alla criminalità organizzata”.

La legge n. 140/2026 non introduce alcuna forma di liberazione automatica per le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti. L’accesso alla misura presuppone la presentazione di una specifica istanza e richiede una valutazione della condizione di dipendenza, nonché della correlazione tra tale condizione e il reato commesso. L’autorità giudiziaria può accogliere la richiesta esclusivamente qualora ritenga che il programma terapeutico proposto sia concretamente idoneo a favorire il recupero della persona e a ridurre il rischio di commissione di ulteriori reati. E le strutture chiamate a realizzare i programmi terapeutici sono tenute a documentarne l’andamento e a segnalare all’autorità giudiziaria eventuali violazioni o comportamenti incompatibili con il percorso previsto che può essere revocato. Per i reati di maggiore gravità, ricompresi nell’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario, resta fermo il limite di quattro anni.

Se esistono dei rischi, questo non significa, secondo le comunità, che bisogna gettare la spugna. Anzi. “La sicurezza pubblica e la cura delle dipendenze non devono essere considerate obiettivi contrapposti”, spiega ComunItalia, la rete che riunisce ad esempio San Patrignano, Comunità incontro, Comunità Papa Giovanni XXIII. Anzi, “la nuova normativa - sostengono - rappresenta un’opportunità che deve essere accompagnata da una rapida e corretta attuazione. È necessario - proseguono - predisporre senza ritardi gli strumenti organizzativi, le risorse e gli investimenti indispensabili affinché le disposizioni introdotte possano tradursi in percorsi realmente efficaci, controllati e qualificati. Solo attraverso un’applicazione rigorosa della norma, un adeguato sistema di controlli e il coinvolgimento di servizi pubblici e realtà accreditate dotate delle necessarie competenze sarà possibile coniugare efficacemente esigenze di sicurezza, responsabilità individuale, diritto alla cura e prevenzione della recidiva”.

Già, i tempi. Entro 120 giorni dovrà insediarsi la Commissione centrale per elaborare le linee guida della legge, in vigore attualmente solo sulla carta. Con i tempi necessari per il varo dei diversi decreti attuativi che la normativa richiede, spiega il Gruppo Abele, “non avverrà prima del 2027”. Allora inizierà l’iter dell’inserimento in comunità per le 500 persone coperte dal finanziamento previsto per il 2026, quasi 20 milioni. Ha scritto Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele, su Volere la luna, “il numero coincide con la capacità di accoglienza dell’attuale sistema delle comunità, che dispongono in totale di 13.276 posti a livello nazionale, benché quasi tutti occupati. Con un buon accordo tra Stato e Regioni e con un adeguato rifinanziamento annuale si può ipotizzare un piano di sviluppo di accoglienze successive, portato avanti con gradualità, con le dovute garanzie di equità e nel rispetto dei diritti di tutti”.

Ecco il rifinanziamento. Il calcolo di Grosso sulle risorse per trasferire e tenere un anno in comunità tutti i 10mila detenuti dalle carceri nelle comunità terapeutiche promesse dal ministro Carlo Nordio arriva a un investimento di 400 milioni. Ma la cifra arriva facilmente a sfiorare il miliardo se si conta che bisogna aggiungere una seconda annualità essendo improbabile l’affidamento in prova dopo un periodo così breve in comunità.

22/08/2026

“Uno in meno, evviva”: l’umanità perduta dietro le sbarre

di Adriano Sofri

Il Foglio, 22 agosto 2026

Karam è morto in carcere dopo aver dato fuoco al materasso. I commenti di chi brindava alla sua morte e le parole del sindaco di San Vito: “Una persona non coincide mai soltanto con il reato che ha commesso”. Il 18 agosto, in una cella del vecchio carcere-castello di Pordenone - 54 detenuti su 37 posti disponibili - un diciannovenne di origine egiziana, Karam Mamdouh Mohamed Khodair, ha dato fuoco al materasso e si è barricato nell’angusto spazio di cesso lavandino e fornello. È morto il giorno dopo, per l’intossicazione dal fumo. Una caratteristica notizia di agosto, e di un agosto così caldo. Come d’abitudine anche il corredo, la polemica sui materassini che dovrebbero essere ignifughi e non fanno che bruciare senza fiamma aggravando il soffocamento, l’indagine d’ufficio, “a loro garanzia”, su 5 agenti penitenziari per “cooperazione in omicidio colposo omissivo”, un paio di articoli del codice.

Mi aveva colpito di più uno strano consenso dei giornali nel definire suicidio il gesto di Karam. Dare fuoco al materasso è uno dei più banali e frequenti gesti di protesta dei detenuti. Per giunta, il ragazzo l’aveva già fatto, nel famigerato Cpr di Gradisca d’Isonzo, insieme ad altri chiusi là. Era in Italia da quando aveva 14 anni, era passato da un carcere minorile all’altro, dal sud al nord, poi a una casa d’accoglienza a San Martino al Tagliamento. La sua avvocata udinese, Sonia Pasca, ha raccontato di lui. “Non riesco a darmi pace. La sua non è una questione giudiziaria, ma di accoglienza. Di momenti di sconforto ne aveva tanti, magari aveva reazioni non consone, ma poi si pentiva. Era molto attaccato alla mamma e al papà. Telefonava sempre alla madre: ‘Avvocato - mi diceva - non ho il coraggio di dirlo alla mamma, mi vergogno’”.

Si sta costruendo un nuovo carcere, a San Vito al Tagliamento, che sostituirà Pordenone. Avrà 300 posti: uno scialo, “entro il 2027”. Il sindaco di san Vito, Alberto Bernava, ha scritto una bella pagina. “È morto un ragazzo del 2007. È una tragedia? Sì, lo è. È un ragazzo giovanissimo, è un figlio, forse un fratello, una persona a cui qualcuno, nel mondo, voleva bene. Non posso non rimanere esterrefatto, allibito e intimamente disturbato dai commenti social che ho letto in questi giorni. Quasi non ci credevo. Persone con nome e cognome che scrivono: ‘uno in meno’, ‘tolto dalle spese’, ‘evviva’, ‘si brinda’, ‘peccato per il materasso’. Tanti, tantissimi commenti dal medesimo significato. Non mi capacito e non riesco a farmi scivolare addosso una simile marea di odio.

Il post di Alberto Bernava

È morto in cella Mamdouh Karam Mohamed Khodar, un ragazzo di 19 anni, arrivato in Italia con un barcone a soli 14 anni. Fuori dai percorsi di integrazione per la sua posizione irregolare, ha vissuto anni di marginalizzazione, tra carcere e comunità, fino alla morte causata dai fumi tossici del materasso a cui ha dato fuoco. Al di là di tutto, è morto un ragazzo del 2007. È una tragedia? Sì, lo è. È un ragazzo giovanissimo, è un figlio, forse un fratello, una persona a cui qualcuno, nel mondo, voleva bene. Non posso non rimanere profondamente esterrefatto, allibito e intimamente disturbato dai commenti social che ho letto in questi giorni. Quasi non ci credevo.

Persone con nome e cognome che scrivono: “uno in meno”, “tolto dalle spese”, “evviva”, “si brinda”, “peccato per il materasso”. Tanti, tantissimi commenti dal medesimo significato. Non mi capacito di questo e non riesco a farmi scivolare addosso una simile marea di odio.

Da sindaco mi batterò sempre per una detenzione dignitosa e umana, perché sono convinto che una persona non coincida mai soltanto con il reato che ha commesso. In uno Stato di diritto chi sbaglia paga in proporzione al danno generato: abbiamo un codice penale, un codice civile, le leggi e la giurisprudenza che stabiliscono le regole. Siamo il Paese di Beccaria, di Calamandrei, di Bobbio. Siamo il Paese che fonda libertà, diritti e doveri sulla nostra Costituzione.

Da sindaco mi batterò per una missione precisa: le persone detenute vanno sostenute nel loro percorso di reinserimento, per rientrare nella legalità, affinché possano costruire il proprio futuro e contribuire al benessere collettivo. La visione è pragmatica: solo così, una volta fuori, non si è più costretti a delinquere per sopravvivere. E la giustizia si occuperà fermamente di coloro che dentro questo patto sociale non ci vogliono stare, ma lo farà secondo le regole e le leggi dello Stato, non inseguendo pulsioni emotive. I tempi della caccia alle streghe, delle impiccagioni in piazza e delle lapidazioni in Italia sono finiti da tempo.

Così come voglio rivolgere un pensiero di sincera gratitudine e vicinanza a tutto il personale degli istituti di pena - agenti di Polizia Penitenziaria, educatori, direttori, personale sanitario e amministrativo - che ogni giorno lavora in prima linea, affrontando con grande spirito di servizio ed enorme sacrificio un sistema spesso inadeguato e privo di risorse sufficienti. Nulla può giustificare la morte. Nessun motivo può autorizzare la denigrazione della vita umana, a chiunque essa appartenga. San Vito vuole stare dalla parte del diritto, della dignità e del senso più profondo di umanità. Ecco perché la notizia della morte di un ragazzo di 19 anni è una tragedia che richiede rispetto, civiltà e profonda riflessione.

21/08/2026

“Ave Maria piena di rabbia. Mi son pentita, aprite ‘sta gabbia”

quotidiano.net, 21 agosto 2026

La poesia della detenuta che ha vinto il Premio Afrodite. Nardò (Lecce), la Garante dei Diritti delle persone private della libertà: “Anche in carcere possono nascere parole capaci di interrogare la coscienza collettiva e di parlare a tutti”. Ave Maria, piena di rabbia. Quanto dolore, rimpianto, rancore. Sentimenti impastati a pentimento e redenzione, bisogno di riscatto e desiderio di luce. Voglia di vita. E in fondo, solo amore. La poesia composta da una detenuta della Casa Circondariale di Lecce si è aggiudicata il Premio Afrodite giunto alla sua quinta edizione.

I versi dal titolo “Ave Maria piena di rabbia” hanno conquistato la giuria e il pubblico di Santa Caterina di Nardò (Lecce). Un riconoscimento che va ben oltre il valore letterario dell’opera e che assume un profondo significato umano e sociale: la poesia si conferma capace di attraversare ogni confine, abbattere ogni muro e restituire dignità, ascolto e speranza. A ritirare il premio a nome della detenuta è stata la Garante dei Diritti delle persone private di libertà personale per la città di Lecce, Maria Mancarella, assieme a Eleonora Rosato, coordinatrice del progetto “Libere di leggere” del carcere di Borgo San Nicola.

“Ave Maria piena di rabbia scritta da A.P., detenuta nella sezione femminile di media sicurezza, dimostra come, anche nei luoghi della privazione della libertà, possano nascere parole capaci di interrogare la coscienza collettiva e di parlare a tutti, al di là delle condizioni personali di chi le ha scritte - ha detto Mancarella -. Ringrazio le volontarie che ogni giorno testimoniano come la cultura possa essere uno strumento concreto di inclusione e speranza. La scrittura, la lettura e l’arte sono strumenti fondamentali nei percorsi riabilitativi in un carcere che sfiora i 1500 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 780 posti”.

Ecco i versi della poesia

Ave Maria piena di rabbia / il sole sorge / mi sveglio all’alba

sezione femminile / rimpianti senza fine

la vita mia / in mano alla follia

reiterazione / la tua prigione

rabbia e rancore / nostra alimentazione

Ave Maria / piena di rabbia

la notte è lunga / in questa gabbia

il silenzio è un’utopia / chiudi il blindo amica mia

la notte è lunga per chi ha l’insonnia

c’è chi prende le gocce e non si vergogna

sezione psichiatria / mai pensato in vita mia.

Ave Maria / piena di rabbia

mi son pentita / aprite sta gabbia.

A consegnare il premio è stata l’assessora all’Ambiente e all’Istruzione della città di Nardò, Mariacristina Libetta: “Con questa scelta, la giuria ha premiato non solo la qualità poetica del testo ma il percorso di riscatto umano compiuto. La poesia non conosce confini, né pregiudizi: parla all’uomo e alla donna nella loro essenza più profonda”. Il secondo premio è stato conferito a Pina Petracca, di Surano, per la poesia “Dio aveva i piedi di mio padre”, mentre il terzo premio è stato assegnato a Francesco Ricco, di Lecce, autore di “Nel silenzio fragile”. Le poesie vincitrici sono incise su ceramica e verranno installate sul lungomare di Santa Caterina di Nardò.

La cerimonia di premiazione, svoltasi nell’area Darsena di Santa Caterina, è stata arricchita da un percorso artistico che ha saputo intrecciare parola e musica, rendendo ancora più coinvolgente il dialogo con le letture interpretate dall’attore Dario Marangio e gli interventi musicali del violinista Domenico Zezza.

21/08/2026

Perugia. Il Garante Pensi: “Struttura inadeguata, agenti a rischio e detenuti senza cure”

perugiatoday.it, 21 agosto 2026

Il Garante denuncia un sistema che fa ammalare i detenuti e mette a rischio gli agenti. Richieste al consiglio regionale: più sicurezza, personale formato e ripristino dei servizi sanitari. Visita ufficiale del Garante regionale dell’Umbria per le persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, l’avvocato Andrea Pensi, presso la Casa circondariale di Perugia - Capanne. L’incontro, richiesto a seguito dell’aggressione ai danni di un agente di Polizia penitenziaria avvenuta lo scorso 18 agosto, ha messo in luce le numerose criticità che affliggono l’istituto penitenziario perugino, con particolare attenzione alla sicurezza del personale e alla gestione dei detenuti con disturbi psichiatrici.

Il Garante è stato accolto dalla vice direttrice Eva Mariucci, con la quale ha avuto un confronto approfondito sulle dinamiche dell’aggressione e sulle condizioni generali del carcere. Nel corso del colloquio, è emersa con forza la questione dell’alta percentuale di detenuti affetti da patologie psichiatriche, una realtà che espone quotidianamente gli agenti a situazioni di forte tensione e richiede interventi mirati.

“Quello di Capanne è un contesto particolarmente delicato - ha dichiarato l’avvocato Pensi - in cui la presenza significativa di detenuti con problematiche psichiatriche rappresenta una delle principali sfide. A questo si aggiunge l’urgenza di garantire una formazione adeguata ai nuovi agenti, che spesso si trovano ad operare in un ambiente complesso e potenzialmente esplosivo senza gli strumenti necessari”. Il Garante ha sottolineato come l’episodio del 18 agosto, seppur non il più grave tra quelli verificatisi, debba rappresentare un campanello d’allarme per le istituzioni. “La sicurezza degli agenti, dei detenuti e di tutto il personale deve essere una priorità assoluta” ha ribadito, annunciando che riferirà al consiglio regionale le criticità riscontrate, chiedendo interventi tempestivi per potenziare le misure di sicurezza e avviare percorsi formativi strutturali.

Nel corso della visita, il Garante ha incontrato anche il direttore sanitario del distretto carcerario, dottor Alessandro Lucarini, e il personale medico. Al centro del confronto, le problematiche legate all’assistenza sanitaria, in particolare la carenza di percorsi dedicati al trattamento dei disturbi psichiatrici e la necessità di potenziare gli strumenti di presa in carico congiunta, fondamentali per accompagnare i detenuti nel passaggio dalla detenzione alla libertà.

In occasione dell’incontro, l’avvocato Pensi ha denunciato con forza l’inadeguatezza strutturale del sistema carcerario, definendolo “un luogo in cui, inevitabilmente, le persone entrano sane e si ammalano, mentre chi entra malato ne esce peggiorato”. Sul piano operativo, il Garante si è fatto portavoce dell’urgenza di ripristinare il servizio oculistico all’interno del presidio, interrotto da mesi, sottolineando come la continuità delle prestazioni specialistiche sia essenziale per evitare trasferimenti esterni che aggravano i compiti della Polizia penitenziaria e aumentano i rischi per la sicurezza. “Non possiamo attendere che episodi di aggressione diventino la normalità - ha concluso Pensi - È necessario intervenire subito per rafforzare la sicurezza, sostenere il personale e affrontare in modo strutturale la gestione dei detenuti con disagio psichiatrico”. La visita si è conclusa con l’impegno del Garante a sollecitare la Regione e le autorità competenti affinché vengano adottate misure concrete per migliorare le condizioni all’interno della Casa circondariale di Perugia.

21/08/2026

Lecco. Celle roventi e sovraffollate nel carcere di Pescarenico

di Daniele De Salvo

Il Giorno, 21 agosto 2026

La visita all’istituto di reclusione del consigliere regionale Dem Gian Mario Fragomeli. La prigione ospita 93 detenuti rispetto ai 53 posti regolamentari. Sovraffollato e caldo. I reclusi nel carcere di Pescarenico di Lecco sono quasi il doppio di quanti dovrebbero essere. Sono 93 rispetto ai 53 che dovrebbe essere in base ai posti regolamentari disponibili. Inoltre le celle e gli altri ambienti in cui sono confinati sono roventi: aggravi di pena assolutamente non dovuti e inaccettabili per detenuti che tra l’altro in molti casi non sono stati condannati in via definitiva perché in attesa di giudizio. Non dipende da chi lo gestisce, ma appunto dal numero di detenuti e dalle limitazioni strutturali dell’edificio adibito a casa circondariale, che è un ex convento di inizio Novecento convertito poi in penitenziario.

A rivelare le condizioni in cui sono costretti i detenuti lecchesi è il consigliere regionale dem Gian Mario Fragomeli, al termine dell’ultimo sopralluogo compiuto nei giorni scorsi. Rispetto alle precedenti ispezioni ha comunque notato dei miglioramenti. “Non è certo la prima volta che mi reco nella casa circondariale di Lecco, anzi, ci vado con una certa frequenza - riferisce il consigliere lombardo del Pd -. Al netto del sovraffollamento che non mi aspettavo, addirittura al doppio della capienza, devo dire che comunque, anche grazie alla direttrice Luisa Mattina, ho notato dei miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda la socializzazione e le attività formative”.

Gli agenti di Polizia penitenziaria sono 45, a pieno organico, come i 2 educatori, mentre gli amministrativi sono la metà, cioè 7 invece che 14. “Raddoppiare le presenze porta maggiori difficoltà per chi lavora a Pescarenico - prosegue il dem -. Non solo nel carcere di Lecco, ma ovunque, se medici, educatori e operatori in genere sono tarati sulla capienza e non sui numeri reali, le difficoltà ci sono”. I miglioramenti però appunto ci sono: l’implementazione degli spazi comuni, di quelli all’aperto, della palestra, dell’area per gli incontri e i colloqui con i familiari; è stato tutto ritinteggiato, sistemato e reso visivamente più gradevole. Spazi più gradevoli e accoglienti, socializzazione e formazione tuttavia non bastano.

“Certamente, con il caldo la vivibilità è al limite, il sovraffollamento più il grande calore fanno sì che non bastino i ventilatori - denuncia Gian Mario Fragomeli -. Quanto meno, ho rilevato che i tempi di apertura diurni delle celle permettono ai detenuti di spostarsi nei corridoi, nella palestra, in altri spazi e questo con le temperature così alte aiuta”. I detenuti a Pescarenico sono molto giovani, poco meno della metà sono stranieri. “Mi ha colpito la grandissima presenza giovanile - aggiunge il consigliere regionale -. Non mi stupisce, perché sono in aumento i reati predatori e di strada di cui i giovani sono protagonisti e che provocano anche una maggiore carcerazione”.

21/08/2026

41 bis, negato il libro su San Benedetto al boss: si riapre il caso

di Valentina Stella

Il Dubbio, 21 agosto 2026

La Cassazione ha rinviato gli atti al magistrato di sorveglianza di Bologna dopo il no del carcere e del giudice. Aveva richiesto un libro curato dai Monaci benedettini di Montecassino, “La medaglia di San Benedetto” (Editrice Shalom), ma il direttore del carcere di Parma ha negato il permesso. Protagonista è Antonio Piromalli, boss della ‘ndrangheta detenuto al 41bis, che dopo essersi visto negato la richiesta ha presentato ricorso tramite il suo legale al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia. Il giudice però, come riferito dal Corriere della Sera, aveva dato ragione al carcere e torto a Piromalli, “non riscontrandosi un pregiudizio all’esercizio dei diritti del detenuto e rilevandosi nel provvedimento dell’autorità penitenziaria congrua motivazione in ordine al rischio che il detenuto potesse coltivare i contatti con l’organizzazione avvalendosi di riferimenti a simboli e a testi sacri come aveva fatto in passato”.

Qualche giorno fa la Cassazione, dopo aver classificato l’istanza come reclamo, ha rinviato gli atti e la decisione al magistrato di sorveglianza di Bologna “affinché valuti la fondatezza del prospettato pregiudizio ad un diritto soggettivo, e la legittimità del provvedimento limitativo dell’amministrazione penitenziario”. Non è la prima volta che Antonio Piromalli è costretto a subire un diniego dalle autorità. Nel 2025 aveva chiesto di poter cucinare i suoi piatti preferiti, tipo la “struncatura ammollicata con le acciughe”, dopo le 22. Anche in quel caso prima la direzione, poi il Tribunale di Sorveglianza prima, e infine piazza Cavour avevano ribadito che il regime di 41 bis non consente deroghe e che i fornelli si spengono alle 20.

Proprio un mese fa vi avevamo raccontato sul Dubbio il caso di un detenuto a cui è stato vietata di acquistare il nostro giornale perché ci sarebbe stata “la possibilità di veicolazione, tramite esso, di messaggi occulti di non agevole decifrazione”. A scriverlo nero su bianco era stata una magistrata di Sorveglianza di Novara, Marta Criscuolo, che ha respinto la richiesta di un detenuto in regime di 41-bis di poter acquistare queste pagine in quanto veicolo potenziale di messaggi cifrati. Seconda la magistrata “la Direzione ha altresì rappresentato la possibilità di veicolazione tramite esso (il Dubbio, ndr), di messaggi occulti, di non agevole decifrazione, che potrebbero sfuggire ai controlli degli addetti alla censura, e il cui controllo richiederebbe all’A.P. quindi un dispendio di risorse umane e tempo per accurati controlli del contenuto, dal momento che in esso trovano ingresso rubriche con lettere inviate dal carcere e comunque dall’esterno, che potrebbero prestarsi a veicolare informazioni da e all’esterno, tra detenuti in 41 bis o.p. e affiliati”.

21/08/2026

Detenzione domiciliare detenuti tossicodipendenti. Il 98% non ne fruirà

di Vincenzo Donvito Maxia*

imgpress.it, 21 agosto 2026

Oggi entra in vigore la legge sulla detenzione domiciliare per i detenuti con problemi di dipendenza da droghe o alcol, una misura definita “epocale” dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e criticata dal procuratore Nicola Gratteri come un “indulto mascherato”. La legge consente a una determinata categoria di detenuti di scontare la pena in strutture terapeutiche residenziali o semiresidenziali. In generale, la pena residua non può superare gli otto anni, limite che scende a quattro per alcuni reati più gravi. Per accedervi occorre documentare la dipendenza, presentare un programma terapeutico e dimostrare il collegamento tra questa e il reato commesso. Il tribunale deciderà considerando se il percorso possa favorire il recupero e ridurre il rischio di nuovi reati.

I criteri per accertare la dipendenza dovranno essere definiti da una commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio, mentre potranno accogliere i detenuti strutture private accreditate e centri pubblici specializzati del Servizio sanitario nazionale. La domanda per accedervi potrà essere presentata anche nell’ambito di procedimenti e processi ancora pendenti, purché non sia già intervenuta una sentenza di primo grado.

Fin qui le buone intenzioni. Che, però, si scontrano con la realtà. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio sono poco più di 10mila i detenuti che potranno beneficiare di un’alternativa al carcere; e questo dovrebbe avere anche un impatto significativo sul sovraffollamento carcerario (al 31 luglio i detenuti erano 64.793, oltre 13mila in più rispetto ai 51.221 posti ufficiali). Il fondo disponibile è di 19,4 milioni, che basterà però per circa 500 persone l’anno (il costo di un percorso riabilitativo è di 106 euro al giorno), circa il 2% dei 10mila potenziali beneficiari.

Questo in un contesto di strutture di recupero e accoglienza che, come lamentano le specifiche strutture (Cnca), sono già in situazione critica. Da oggi cosa succederà? Abbiamo una certezza matematica che non succederà praticamente nulla. E che il clamore della buona volontà espressa da chi ha proposto e votato la legge, sarà l’unico beneficio… non certo per i 9.500 tossicodipendenti (su 10mila) che resteranno fuori dei benefici e le carceri che continueranno ad essere sovraffollate.

*Presidente ADUC

21/08/2026

Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti

Ristretti Orizzonti, 21 agosto 2026

Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti siedono tante persone detenute e tanti volontari, e ogni giorno affrontano discussioni profonde sul senso della pena, sulla qualità della vita detentiva, sulla propria responsabilità. Non c’è voglia di cercare giustificazioni, ma di raccontarsi, dare valore alle parole, “disarmarsi” per primi, senza aspettare che siano gli altri a farlo, perché in un mondo particolarmente violento come quello del carcere, vale la pena avere il coraggio di cercare di rinunciare a qualsiasi forma di aggressività, anche a costo di apparire deboli e scoperti.

A Ristretti Orizzonti abbiamo finalmente deciso che il punto di vista delle persone detenute deve trovare più spazio, non solo nel giornale cartaceo, che è già ricco di loro contributi, ma anche e soprattutto nella nostra NewsLetter quotidiana. È bello pensare che i nostri lettori potranno leggere più di frequente le nostre “firme”, gli articoli di quelle persone detenute che sanno narrare il carcere andando in profondità e non fermandosi ai luoghi comuni. Quei luoghi comuni che non ci piacciono perché semplificano e banalizzano una realtà che è invece complicata: quella del male provocato dai reati, un male che bisogna conoscere a fondo per non restarne affascinati e per vederne tutte le miserie, il dolore e le illusioni che porta con sé.

Pubblichiamo oggi alcune riflessioni di Tommaso Romeo, detenuto in Alta Sicurezza a Oristano, ma anche redattore di Ristretti Orizzonti.



Perché mi sento più “fortunato” di tanti detenuti di Alta Sicurezza

di Tommaso Romeo, Ristretti Orizzonti

Mi sento più fortunato di tanti altri: sentire dire questa frase da un ergastolano con alle spalle più di 30 anni di detenzione, può suonare strano. Ma per me è proprio così, perché la mia grande fortuna è stata quella di diventare padre prima del mio arresto. Oggi sono pure nonno di cinque nipoti, gioie della vita che molti ergastolani non hanno potuto provare.

L’altra fortuna è stata quella che dopo un lungo periodo al regime del 41 bis, sono arrivato nella Casa di reclusione di Padova; qualcuno può dire “un carcere come gli altri”. Ma è diverso, prima di tutto perché in quel carcere entra davvero massicciamente la società civile (studenti, volontari, imprenditori ecc…). Per il detenuto, e in particole per i condannati per mafia, è vitale confrontarsi con la società civile perché lo porta a migliorarsi e lo fa riflettere sui suoi errori. L’altra cosa importante del carcere di Padova è che ha dato a detenuti come me la possibilità di partecipare ad attività di un grande spessore culturale, come il progetto “Carcere e scuola: Educazione alla legalità”. Ho partecipato a questo progetto per 10 anni, ho portato la mia testimonianza a più di 30 mila studenti. Il confronto con loro mi ha dato una visione reale della società e mi ha stimolato in positivo nel seguire la via del reinserimento. Ho potuto fare tutto questo per mia fortuna, perché il periodo era quello giusto, in quanto al Ministero vi erano persone illuminate e che credevano nel reinserimento di tutti i detenuti, senza esclusioni. Aggiungo che io sono stato purtroppo trasferito da Padova ad Oristano per una indagine, che si è di recente conclusa con l’archiviazione*.

Oggi, con l’ultima circolare sull’Alta Sicurezza, in concreto il percorso di reinserimento per i detenuti A. S. diventa pressoché impossibile, pieno di divieti e con quasi nessun contatto con la società civile. Come è successo giorni addietro qui ad Oristano, noi detenuti AS1 dovevamo fare due incontri: uno con Fiammetta Borsellino, che è stato autorizzato; un confronto genuino e dal forte impatto emotivo. L’altro si basava su un incontro con 5 papà di Oristano, persone incensurate per un confronto sull’argomento della genitorialità, negato dal DAP.

Nel carcere di Oristano ho conosciuto un giovane detenuto, si chiama Mario. Mi ha raccontato che è entrato in carcere a 22 anni, ne ha fatti 20 di detenzione dei quali 15 al regime chiuso del 41-Bis. Uscito da quel regime arriva ad Oristano, carcere dove già prima della circolare restrittiva per l’Alta Sicurezza non entrava molto la società civile. Perciò, oggi, il percorso di reinserimento di Mario è pieno di restrizioni e divieti, lento e con lunghe soste strapiene di noia, paragonabile all’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che per fare pochi chilometri ci voleva un’eternità per tutte le interruzioni e deviazioni. Non mi stancherò mai di ripetermi, il reinserimento del detenuto e in particolare di quelli condannati per mafia, è una vittoria sostanziale per uno Stato democratico. In più, questo nostro reinserimento è l’esempio positivo per molti giovani, che si può uscire da un passato pieno di scelte sbagliate e diventare persone diverse. Mario potrebbe essere un esempio positivo per molti giovani della sua città, Napoli.

*NdR; L’esperienza di Tommaso Romeo a Padova si è purtroppo in parte conclusa quando Romeo quasi tre anni fa è stato trasferito a Oristano per una indagine, che si è di recente chiusa con l’archiviazione. Diciamo “in parte” perché Tommaso Romeo ha continuato a collaborare con Ristretti Orizzonti e a mandarci suoi articoli e riflessioni, tutti caratterizzati da una forte capacità critica nei confronti di sé stesso, delle sue passate scelte criminali e del ruolo che lui stesso ha avuto con le giovani generazioni, che forse costituisce il più grande motivo di cruccio per aver usato la sua intelligenza per attrarre tanti giovani nel mondo della criminalità organizzata. Approfittiamo dell’occasione per ripubblicare un suo articolo particolarmente significativo.



La leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza l’avevamo sbriciolata noi

di Tommaso Romeo, Ristretti Orizzonti

I detenuti dell’Alta Sicurezza sono molte migliaia, quasi tutti sono di origini meridionali e tutti con storie simili. La maggior parte della loro detenzione si svolge in sezioni chiuse e con poche attività lavorative e culturali, percorsi di reinserimento al minimo, rari incontri con la società esterna e nessun contatto con i detenuti di diverso regime.

Sono da 33 anni in carcere e sempre nei circuiti di Alta Sicurezza. Molti detenuti della mia generazione (siamo in parecchi) sono morti in queste sezioni. Eravamo giovani affascinati da un certo tipo di mondo, i nostri idoli li vedevamo girare per le vie delle nostre città attirando la nostra attenzione ed ecco che ci siamo avvicinati, così tanto da bruciare le nostre vite.

Dagli anni 70 ad oggi riguardo alla devianza giovanile è cambiato poco, anzi oggi ci sono più giovani in carcere per il reato 416 BIS, giovani appunto affascinati dal mondo del crimine organizzato come lo eravamo noi 50 anni fa. La cosa che più sconvolge è che oggi questi giovani, a differenza di noi, non conoscono i loro idoli, mai incontrati, conoscono solo i loro nomi e le loro condanne, perché sono uomini in carcere da decenni. Per le vie dei quartieri girano solo le loro ombre con leggende costruite a dovere su di loro, che come ragnatele catturano le vite di molti giovani, compito facile perché questi giovani moderni sono convinti che chi è sottoposto ad una lunga e dura detenzione è un uomo forte e di grande onore. Non sono bastate le leggi di emergenza, dal ‘92 esiste il 41 BIS il cosiddetto “carcere duro”, l’ergastolo ostativo. Le pene per i reati associativi sono molto alte, ma sui giovani non hanno funzionato.

Anni addietro qualcuno al ministero con una mente “illuminata” aveva dato inizio ad un progetto sperimentale autorizzando alcuni detenuti dell’Alta Sicurezza di Padova a partecipare ad attività insieme ai detenuti comuni; una di queste attività è il progetto “scuole-carcere”, un progetto creato e diretto dal volontariato. Studenti che entrano in carcere per confrontarsi con dei detenuti.

Io ho partecipato a questo progetto per più di 10 anni e posso assicurarvi che dalle nostre testimonianze la leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza è stata sbriciolata, perché ne escono fuori uomini con una vita piena di fallimenti, uomini con tante debolezze, con un finale da perdenti.

Questo confronto diretto per molti giovani funge da prevenzione, una specie di “spegniattrazione” che hanno verso il crimine. Questo progetto però serve pure ai detenuti perché il contatto diretto con la società esterna li migliora tantissimo; le loro testimonianze sono una forma di risarcimento per la società. Purtroppo questo progetto è stato stroncato perché la sezione AS1 è stata chiusa a Padova.

Le ultime direttive, che sono molto restrittive, colpiscono tutte le sezioni dell’Alta Sicurezza. I detenuti di quelle sezioni devono stare sempre più isolati, con minimi contatti con la società e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi, con inoltre poche attività. Queste nuove disposizioni di chiusura e isolamento totale non fanno altro che portare acqua al mulino del crimine organizzato, in quanto nasceranno nuove leggende che, come sponsor pubblicitari, gireranno per le vie delle città facendo sempre più presa sui giovani, spingendoli a diventare i nuovi soldati del crimine. Mi sa che le menti illuminate si sono spente, non ci resta che il buio. Cominciamo a fare scorta di candele.

Indirizzo

Padua
35136

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