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15/10/2026

La bufala dei 200 boss in permesso premio: per loro benefici impossibili

di Simona Musco

Il Dubbio, 15 ottobre 2026

Dati distorti e confusione al centro dell’allarme lanciato sulla Stampa. Bortolato: “Procedura rigorosissima e tre gradi di giudizio: questa polemica è pura mistificazione”. “È da escludere nella maniera più assoluta che boss mafiosi sottoposti al 41 bis abbiano avuto permessi premio. È un regime assolutamente chiuso e c’è un divieto espresso di legge. Finché non escono da lì - e i boss stanno lì - non possono avere niente”. È categorico Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano che commenta la polemica del momento: quella che, secondo il racconto mediatico, vorrebbe decine, anzi centinaia di boss in circolazione grazie ai permessi facili.

L’equivoco nasce dalla relazione introduttiva del ddl presentato da Chiara Colosimo a fine 2025 per ottenere una stretta ai permessi premio. “Secondo i dati del ministero della Giustizia - scriveva la presidente della Commissione Antimafia - nei primi mesi del 2025, quasi 200 boss mafiosi hanno ottenuto misure premiali, le quali, qualora concesse senza controlli adeguati, rappresentano un pericolo concreto per la tutela della collettività e motivo di grande allarme sociale tra i cittadini”. Un dato che è stato utile alla Stampa per titolare in modo allarmistico “In sei mesi 200 permessi: così i boss tornano liberi”. Ma che non trova - e non può trovare, dati i rigidi paletti imposti dalle norme - nessun riscontro nella realtà.

I dati del ministero parlano di 35.486 permessi concessi nel 2025 a tutta la popolazione carceraria, senza distinzione di categoria. Ma per capire chi e come può avere accesso a tali permessi basta guardare al primo intervento legislativo del governo Meloni: quello che, dopo la sentenza della Corte costituzionale, superava il requisito della collaborazione (dichiarato incostituzionale) per ottenere i permessi con paletti ancora più rigidi. Una norma che l’esecutivo rivendicò come massima prova d’attenzione contro le mafie.

Non ci sono, dunque, boss in libertà per gentile concessione dello Stato. Nelle tabelle ufficiali dei permessi premio, la cifra totale si riferisce quasi integralmente a detenuti del circuito di Media sicurezza (reati comuni). La confusione, probabilmente, riguarda un’errata assimilazione del 41 bis al 4-bis, regime previsto per i reati ostativi, che prevede una prima fascia dove ci sono soggetti condannati per reati di criminalità organizzata per i quali l’accesso ai permessi premio è soggetto a una procedura rigorosissima, introdotta dalla legge 199 del 2022. I permessi di necessità, concedibili a tutti, sono viceversa limitati a pochissimi casi isolati per motivi gravissimi (articolo 30 O.P.), uscite temporanee e straordinarie concesse per eventi tassativi (come l’imminente pericolo di vita di un familiare stretto o ricoverato in gravi condizioni) e sempre sotto stretta sorveglianza armata, annullando il rischio di una circolazione libera o priva di vigilanza sul territorio.

La procedura prevede una serie di accertamenti, tra i quali anche il parere della Direzione nazionale antimafia e della Dda competente, i quali hanno 90 giorni di tempo per esprimerli. Non si tratta solo di un parere sulla pericolosità e sulla possibilità di ripristinare contatti a rischio, ma arriva anche all’esito di indagini patrimoniali per stabilire se il detenuto abbia anche degli interessi economici, se possa riallacciare rapporti con le famiglie di appartenenza eccetera. Dopodiché il detenuto deve fare una prospettazione molto rigida del suo comportamento, della revisione critica, del fatto che abbia in qualche modo, anche senza collaborare, compreso la gravità delle sue azioni.

“È una procedura molto rigorosa. Ed escludo con quasi assoluta certezza che ci sia stato del lassismo - continua Bortolato -. Tali permessi, tra l’altro, quasi mai vengono concessi nei territori di appartenenza, almeno all’inizio. La prima volta generalmente viene concesso nei pressi dell’istituto di detenzione, in un’associazione di volontariato, per incontrare i familiari per poche ore. Poi, se procede il percorso trattamentale, il magistrato, nella sua discrezionalità, può anche concedere un permesso per incontrare la famiglia nei territori di origine. Ma ci sono sempre rigide prescrizioni, controlli e sono avvisate le forze dell’ordine. Il pericolo che ci possano essere contatti indesiderati è abbastanza remoto”.

L’ultima cosa fondamentale è che tutti i provvedimenti della magistratura di sorveglianza sono comunicati al procuratore della Repubblica, il quale può impugnarli davanti al Tribunale di Sorveglianza e poi davanti alla Cassazione. “Se si pensa che il magistrato abbia agito con leggerezza, il pubblico ministero - magari su impulso della Dna o della Dda competente - può adire il Tribunale. In quel caso il permesso non viene eseguito e si blocca. È poi possibile il ricorso per Cassazione, quindi ci sono tre gradi di giudizio per ogni permesso premio. Non mi risulta, però, che ci siano state impugnazioni di questo tipo da parte delle procure se non in rarissimi casi”. Cosa che, dunque, ridimensiona moltissimo l’allarme.

Le cronache giocano sul filo dell’ambiguità: il parere delle Dda e della Dna, si legge, spesso richiede più tempo del necessario che trascorrerebbe senza alcuna risposta. Ma ciò, sottolinea Bortolato, semplicemente non è vero: “Ci sono tre mesi di tempo. E il parere - non vincolante - arriva sempre”. Insomma, nessun allarme. Nessun caso concreto a cui ancorarsi - come il falso allarme lanciato all’epoca del Covid - per cavalcare una polemica inesistente. “Noi applichiamo le leggi esistenti - conclude Bortolato -. Nessuno può impedire al Parlamento di modificare le norme. Ma qualunque legge non potrà non tenere conto della sentenza della Corte costituzionale e anche delle pronunce della Corte di Strasburgo che hanno stabilito che i requisiti non possono mai consistere esclusivamente nella collaborazione con la giustizia”. Gli indici introdotti nel 2022 sono in realtà molto più pregnanti. Perché la proclamazione e la dimostrazione nei fatti, anche attraverso le condotte riparatorie, di un’avvenuta presa di consapevolezza, le condotte di vita anteriori e la dimostrazione di non avere interessi economici né propri né dei propri familiari, sono requisiti per i quali ci sono istruttorie molto approfondite, molto più significativi rispetto a una mera collaborazione.

Sul tema sono intervenuti anche gli avvocati Maria Brucale, Ladislao Massari, Michele Passione, Valentina Alberta, Antonella Calcaterra, Alessandro Ricci, Annamaria Alborghetti, Maria Teresa Pintus, Rosaria Manconi, Laura Cesaris e Stefania Amato che hanno condannato “con la massima fermezza la violenta campagna mediatica che sta intossicando il dibattito pubblico”, un atto “di pura mistificazione, orchestrato unicamente per scatenare un panico sociale artificioso” che “mina la fiducia nelle istituzioni giudiziarie e calpesta i principi costituzionali fondanti della nostra civiltà del diritto”.

Gli avvocati hanno ribadito il “blocco totale e inderogabile” di legge che esclude tassativamente qualsiasi beneficio ai boss a 41 bis, nonché lo “sbarramento istruttorio d’acciaio che azzera qualsiasi automatismo o concessione superficiale” per i detenuti ostativi. “La pena non può ridursi a una vendetta di Stato - continua il documento -. Se la detenzione conserva una funzione costituzionale e umana, è perché deve puntare alla riabilitazione dell’individuo”. I legali dicono anche no alla “sciagurata ipotesi di accentrare le decisioni sui permessi in capo al Tribunale di Sorveglianza in composizione collegiale”, un assetto che “condannerebbe la giustizia alla paralisi totale: in uffici già stremati da strutturali carenze di personale e risorse, questa scelta congelerebbe i diritti dei ristretti, distruggendo ogni prospettiva di riabilitazione e facendo crollare l’intero sistema della giurisdizione di sorveglianza”.

15/10/2026

Dentro il carcere. Tre ore che ti restano addosso

di Tiziana Di Masi*

tizianadimasi.it, 15 ottobre 2026

Ieri sono entrata nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova, ospite di Ristretti Orizzonti, l’associazione che coinvolge le persone detenute in una vera redazione giornalistica, dando loro la possibilità di raccontarsi e dialogare con il mondo fuori. Ho partecipato alla riunione di redazione, ho ascoltato, ho parlato con alcuni detenuti. Tre ore dentro. Un pugno allo stomaco. La cosa, fra le tante, che rende insopportabile il carcere? L’attesa. L’attesa del pranzo, della doccia, di una telefonata, di andare in bagno, di uscire dalla cella. L’attesa di un permesso, di una risposta, di sapere quando finirà. In carcere non manca soltanto la libertà.

Manca la possibilità di decidere qualcosa della propria giornata, di organizzare il proprio tempo, di avere un minimo di controllo sulla propria vita. In spazi sovraffollati, con pochissima privacy e convivenza forzata, anche una piccola contrarietà può diventare un conflitto. Sia chiaro: esistono reati, responsabilità e persone che hanno fatto del male. Non dobbiamo dimenticare chi ha subito violenza o ha perso qualcuno. Ma la pena non può diventare una licenza per umiliare, abbandonare o consumare le persone e lasciare qualcuno senza prospettive non rende più sicura la società in cui, prima o poi, tornerà a vivere.

Per questo il volontariato in carcere non è buonismo. È ascolto, responsabilità, relazione e possibilità di reinserimento. A Ristretti Orizzonti ho dedicato un capitolo del mio libro già sei anni fa. Il loro lavoro, portato avanti da oltre vent’anni, dimostra che anche in carcere si possono costruire occasioni di confronto e interrogarsi sulle proprie responsabilità e su quelle della società. Da attrice di teatro civile sento il bisogno di entrare nei luoghi, ascoltare e approfondire le contraddizioni che spesso preferiamo non vedere. Ieri sono uscita dal Due Palazzi con tante domande e una convinzione ancora più forte: la civiltà di una società si misura anche da come tratta le persone che ha deciso di privare della libertà. Il resto non è buonismo. È responsabilità.

*Attrice di teatro civile

13/10/2026

Firenze. La Sindaca: “È peggio delle carceri brasiliane, Sollicciano va buttato giù e rifatto”

di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 13 ottobre 2026

“Per me la soluzione sarebbe buttarlo giù e rifarlo”. La sindaca Sara Funaro, intervistata a “Primo piano” su Rtv38 torna sulla questione Sollicciano. “Io ho vissuto una piccolissima parte della mia vita anche all’estero, in Brasile - aggiunge - che non è famoso per avere delle carceri all’avanguardia e ho avuto la possibilità di visitare alcune strutture penitenziarie: il carcere di Sollicciano è peggio”. Secondo Funaro si è giunti a “una condizione di disumanità che è totale, perché te non puoi avere un carcere dove hai l’acqua dentro le celle, dove ti passano le blatte, dove ci sono tutta una serie di problematiche”, che peggiorano la vita sia dei detenuti che dei lavoratori.

Criticità anche al carcere di Livorno, su cui ha parlato il garante dei detenuti Marco Solimano: “Ci troviamo di fronte al paradosso di interventi edilizi recenti che, pur sanando situazioni fatiscenti, nascono già ciechi rispetto alla necessità di spazi di socialità fondamentali per qualsiasi percorso rieducativo. L’effetto benefico derivante dalla inaugurazione del nuovo padiglione è stato subito annullato dalla ingente mole di nuovi ingressi, tra cui quasi cento provenienti da Sollicciano”.

13/10/2026

La via dell’indulto “responsabile”, iniziativa laica possibile grazie al mondo cattolico

di Antonio Mazzocchi

Il Dubbio, 13 ottobre 2026

Il dibattito sulla dignità della pena ha trovato una svolta nella proposta dell’“indulto responsabile”. Nato da un comitato laico e trasversale di ventitré firmatari -tra magistrati, accademici e giuristi- e coordinato dal professor Bartolomeo Romano, questo progetto offre una risposta concreta al dramma del sovraffollamento. Il merito di questo fronte laico, animato da figure come Francesco Petrelli, presidente dell’Ucpi, e a cui ha aderito l’Anm, è l’aver strutturato un modello tecnico ineccepibile, un indulto non automatico, ma vincolato alla responsabilità individuale e alla verifica della condotta. Questa architettura giuridica sarebbe rimasta un esercizio teorico senza la spinta ideale, etica e logistica della Chiesa cattolica.

Se i giuristi hanno disegnato la struttura, la comunità ecclesiale vi ha infuso l’anima. Il cammino dei cattolici non è stato di semplice adesione, ma di attiva co-progettazione, maturata durante un convegno sul “diritto alla speranza” in ambito giubilare. La Cei ha colto la portata profetica della proposta, sostenendola attivamente con la mobilitazione per le firme. Al vertice di questo impegno si pongono gli appelli dei Pontefici. Da Papa Francesco, che ha chiesto segni di clemenza nella bolla “Spes non confundit”, fino a Papa Leone, la voce del Vaticano ha risuonato come un imperativo morale. Il Giubileo dei detenuti è diventato così il catalizzatore di un’istanza di misericordia che non cancella la giustizia, ma la rende possibilità di riscatto.

I media cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana hanno svolto un ruolo cruciale di sensibilizzazione, riportando il tema nell’alveo dell’articolo 27 della Costituzione. Sul campo, la rete dei cappellani carcerari rappresenta l’infrastruttura indispensabile: sono loro a misurare ogni giorno la sofferenza nei penitenziari. Eppure, proprio partendo dal valore di questo percorso, è necessario guardare oltre, affrontando il problema con ulteriori miglioramenti per rendere il provvedimento ancora più efficace. In primo luogo, serve un potenziamento drastico delle risorse degli Uffici per l’Esecuzione penale esterna e la magistratura di sorveglianza: senza un numero adeguato di assistenti sociali e magistrati, il monitoraggio del “periodo cuscinetto” di sei mesi rischia di paralizzarsi sotto il peso della burocrazia.

In secondo luogo, la Chiesa stessa può implementare le sue strutture di accoglienza, creando una rete diffusa di case di “reinserimento” gestite dalle Caritas diocesane e dal terzo settore. Infine, l’indulto responsabile deve diventare il ponte verso una riforma penale permanente, che incentivi le pene alternative e la giustizia riparativa come modelli ordinari. Solo integrando il rigore tecnico dei laici con la pedagogia del riscatto promossa dai Papi, l’Italia potrà finalmente superare la vergogna del sovraffollamento, trasformando il carcere in un laboratorio di nuova cittadinanza.

13/10/2026

La civiltà di un Paese è nell’abolizione del carcere inumano

di Sergio D’Elia

Il Dubbio, 13 ottobre 2026

Nello stato di abbandono e di degrado in cui versa il carcere, come Nessuno tocchi Caino, continuiamo l’opera di Marco Pannella, forse la più bella della sua vita: visitare i carcerati. È un modo di fare di una mancanza, quella dello Stato, una presenza, la nostra. Accanto, non solo ai detenuti, ma anche ai “detenenti”: direttori, poliziotti penitenziari, educatori, medici. Che fanno con amore il loro mestiere: “Despondere spem” tra i disperati, educare gli analfabeti, medicare gli infermi. Che riducono il danno di un luogo che tale rimane: dannoso, oltre che inutile. Dove la pena non è solo la privazione della libertà, ma è corporale, di privazione di bisogni fondamentali: la luce, i suoni, gli odori, i sapori, i contatti umani.

L’opera laica e cristiana di misericordia corporale del “visitare i carcerati” potrà dirsi davvero compiuta solo quando arriverà finalmente a “liberare i carcerati”. Come nel 2007 l’Onu dichiarò una moratoria universale delle esecuzioni dei condannati alla pena di morte, così oggi, nel 2026, occorre dichiarare una moratoria universale dell’esecuzione dei condannati alla pena corporale. Dopo 33 anni di moratorie e abolizioni conquistate nel mondo, Nessuno tocchi Caino mantiene la visione universale dell’infinito, del possibile nuovo orizzonte che non vedono i contemplatori della “realtà concreta” del luogo - di pena e di m***a - in cui sono immersi.

Se vuoi davvero testare la civiltà di un Paese, non devi entrare nelle sue carceri, devi uscire dal sistema carcerario. È ora di superare questo paradigma mentale patibolare che si dà per scontato. Il carcere è irredimibile. Più lo visito e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da fare: l’abolizione del carcere penale. Hic et nunc! È il ruolo dei visionari: rendere attuale l’inattuale, giocare il possibile contro il probabile. Penso agli abolizionisti americani, che avevano la visione della fine della schiavitù, senza la quale avremmo ancora gli schiavi nelle piantagioni di cotone. Senza la visione abolizionista della pena di morte, avremmo ancora ghigliottine, sedie elettriche, forche e altri patiboli in tutti gli angoli del mondo.

Avremmo ancora la tortura come mezzo di prova e prevenzione dei reati. Senza la visione di Franco Basaglia, ci sarebbero ancora i manicomi coi “matti” legati ai letti di contenzione, costretti nelle camicie di forza, curati con l’elettroshock. È il momento della fine del carcere, un luogo in cui non può esservi “stato di diritto”, ma solo “stato di torto”: un torto che volge inesorabilmente alla tortura. Non perché in carcere vi siano torturatori, ma perché esistono condizioni strutturali di tortura. Dove il mezzo di esecuzione della pena distrugge il fine della pena. Riconosciamo il fallimento dell’illusione della rieducazione per via carceraria. Non chiudiamo i carcerati in cella, chiudiamo le celle del carcere e buttiamo via la chiave.

Come Nessuno tocchi Caino, facciamo oltre cento visite all’anno negli istituti di pena. Parliamo coi “detenenti” e parliamo coi detenuti stipati nelle cosiddette “stanze di pernottamento”. È giusto chiamarle così, perché lì, su letti a castello fino a tre piani, mangiano e dormono. A un carcerato non chiedo mai che reato ha commesso; qualche volta chiedo “quanti anni hai fatto, quanti te ne mancano”. E lo prendo in giro quando risponde: mi sono fatto otto, dieci anni, venti “anni di branda”; non di carcere o di galera, ma di branda.

Mariateresa Di Lascia, in un romanzo straordinario, “Passaggio in ombra”, racconta di Francesco che finisce in carcere e non distingue il giorno dalla notte, non riesce a separarsi da quel luogo di conforto che è il suo letto, un giaciglio che, come in un sudario, conserva l’impronta dei corpi passati prima di lui, e si identifica con la branda fino a sentire il cigolio del proprio corpo simile a quello del letto, come fosse divenuto di ferro. Ecco: quando una persona diventa non un fine ma un mezzo, tal quale la cosa in cui è costretto a vivere, penso sia giunta la fine di quel mezzo e di quella cosa.

Per tornare a essere umani, più civili e anche un po’ cristiani, bisogna uscire dal carcere ed entrare in un’altra dimensione. In Ruanda, dopo il genocidio del 1994, furono ricostituite le corti Gacaca, i tribunali sull’erba (questo vuol dire “gacaca”) della giustizia tradizionale. Al centro del villaggio, radunata la comunità, vittima e carnefice, l’una accanto all’altro, dialogano, ricordano il passato, il danno agito e subito. Si riforma una convivenza civile. In Sudafrica, per giudicare i crimini dell’apartheid, Nelson Mandela e Desmond Tutu istituiscono, non un tribunale penale, ma una Commissione Verità e Riconciliazione. Su un piatto della bilancia la verità, la memoria delle vittime; sull’altro la riconciliazione, il futuro di una comunità. È la giustizia che non punisce ma rigenera, che non separa ma ripara, che tiene insieme una storia, quella di Caino e Abele, che sono fratelli, tragicamente separati, ma pur sempre fratelli.

13/10/2026

Chi ha paura della Costituzione? Permessi ai capimafia, anche al 41 bis. Solo propaganda

di Maria Brucale*

Ristretti Orizzonti, 13 ottobre 2026

Un’ondata di giustizialismo un tanto al chilo alimentata da certa stampa e prontamente cavalcata dalla politica: “Permessi premio ai capi mafia, anche al 41 bis”. Zalone direbbe: ma è laureata questa? È davvero necessario rimettere al centro della discussione i fatti, il diritto e la Costituzione. Gridare allo scandalo paventando la scarcerazione indiscriminata di boss mafiosi, perfino al 41 bis, significa ignorare deliberatamente il dato normativo. Il legislatore, con il decreto-legge 162 del 2022 (poi convertito nella legge 199 del 2022), ha disegnato uno sbarramento insormontabile: l’accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative è espressamente e tassativamente escluso per tutte le persone detenute in regime di 41-bis.

Evocare il fantasma dei capimafia che dal carcere duro escono indisturbati per riprendere le redini del territorio è pura propaganda della paura, utile solo a raccogliere un facile consenso elettorale scavando nelle fobie collettive. Se davvero vogliamo rivolgere lo sguardo alla nostra Carta costituzionale, il vero e grave punto di caduta risiede altrove. Sta nella scelta di seppellire vive le persone per trent’anni in regime detentivo di rigore, senza alcuna reale prospettiva di reinserimento. Un isolamento totale, sottratto a ogni contesto relazionale, affettivo e formativo, che finisce per annullare l’individuo anziché interloquire con la sua coscienza.

L’articolo 27 della Costituzione parla chiaro: la pena deve tendere alla rieducazione. E rieducare, nel senso più nobile di e-ducere, insegna Glauco Giostra, significa proprio condurre fuori, accompagnare la persona verso l’apertura del pensiero a una visione della vita diversa da quella criminale. Uno Stato che rinuncia alla riabilitazione rinuncia a sé stesso e si chiude in un inaccettabile processo eliminativo.

La narrazione di una magistratura di sorveglianza “manica larga” descrive una realtà che semplicemente non esiste. Il procedimento per chi è condannato per reati di mafia è già oggi un percorso farraginoso, blindato e quasi insuperabile.

Le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) sono già parte integrante e attiva di questo meccanismo, chiamate a esprimere pareri dettagliati. Gli oneri di allegazione a carico del detenuto richiedente sono pressoché insormontabili: si pretendono prove monumentali di rottura con l’ambiente d’origine e dell’impossibilità di ripristino dei collegamenti, l’adempimento degli obblighi risarcitori e il superamento di capillari indagini patrimoniali estese a interi nuclei familiari.

I magistrati di sorveglianza concedono rarissimi benefici con una prudenza estrema, analizzando meticolosamente la sussistenza di ognuno dei paletti rigidi disegnati dalla nuova normativa e troppo spesso fermandosi alla storia criminale del ristretto cristallizzata nella pronuncia di condanna ignorando ogni sforzo prodotto nel cambiamento in anni e anni di reclusione.

“La mafia, diceva Sciascia, si combatte davvero con il diritto e non con la terribilità. Se lo Stato decide di contrastare il male usando il suo linguaggio - l’annichilimento dell’uomo, la privazione di ogni speranza, la logica del terrore - finisce per somigliargli.

Ogni volta che un condannato per mafia beneficia di una misura alternativa perché ha saputo faticosamente costruire una nuova lettura della vita, ogni volta che un uomo sceglie di abbracciare la cultura del bene accantonando la subcultura dei clan, lo Stato ha vinto. Quella è la vera, definitiva vittoria della legalità sulla criminalità organizzata. Di quel successo dovremmo gioire tutti, come comunità civile, lasciando finalmente indietro il potere di chi scava nella paura e nel populismo penale per farne un misero bacino di consenso”.

*Avvocato

12/10/2026

Bologna. Padre Mattè, cappellano alla Dozza: “In carcere degrado e disumanizzazione”

di Anna Maria Eccli

iltquotidiano.it, 12 ottobre 2026

Padre Marcello, roveretano di nascita ma da anni nel capoluogo emiliano: “In prigione ci sono 850 persone, quando i posti sono 450. Quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore”. In Via del Gomito 2, a Bologna, sorge il penitenziario felsineo intitolato a un agente di custodia ucciso negli Anni di Piombo, Rocco d’Amato, ma la gente del posto continua a chiamare quel posto “La Dozza”, dal quartiere periferico lungo la Via Ferrarese in cui sorge (niente a che vedere con il Comune di Dozza, distante una quarantina di chilometri da Bologna, famoso per la rocca medievale e i murales lasciati dagli artisti che vi sono transitati).

“La Dozza” è un carcere e “la dozza” era il canale d’acqua che un tempo rendeva fertili i campi e alimentava i mulini. “Doccia” portatrice di vita, dunque, che purifica, come dovrebbe fare un carcere, luogo di espiazione ma anche di educazione e crescita, di punizione ma anche di speranza. Incredibilmente, nel Paese dell’illuminista Cesare Beccaria, così non è. La Dozza, non meno di qualsiasi altro carcere italiano, è luogo promiscuo e sovraffollato di abbrutimento.

Da 31 anni, ogni giorno, vi entra padre Marcello Mattè, dapprima come volontario poi come cappellano. Classe 1956, originario di Volano, il sacerdote sarà a Rovereto oggi, ospite della rassegna “IncontrArti” creata dal nipote Claudio Mattè. Con Lucia Di Mauro Montanino (la vedova della guardia giurata uccisa15 anni fa che ha perdonato e accompagnato l’assassino del marito e i suoi figli) parlerà de “Il perdono che fa rinascere”.

Sacerdote dehoniano, padre Marcello è il fondatore di Casa don Giuseppe Nozzi, un complesso agricolo appartenente alla parrocchia di Santi Savino e Silvestro di Corticella che accoglie condannati che godono della misura alternativa al carcere; li affianca per trovare casa e lavoro, abbattendo il fenomeno della recidività, altrimenti attestato attorno al 70 per cento: “Non si batte la spirale del male col male”, dice Mattè. Ultimo di dieci figli, dotato di grande piglio giovanile (“È vero, ce l’ho e me lo tengo caro”), ha 24 nipoti, 37 pronipoti ed è appassionato di musica rock e pop.

Padre Marcello, cosa significa essere sacerdote dehoniano?

“Apparteniamo alla Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, istituto religioso fondato in Francia nel 1878 da padre Leone Dehon, particolarmente votato alla solidarietà umana che caratterizza il cattolicesimo sociale”.

Roveretano di nascita, ma da 50 anni lei vive altrove...

“Sì, ho lasciato la mia famiglia all’età di 10 anni per entrare nel seminario minore dei sacerdoti del Sacro Cuore, a Trento. Poi ho girato un po’, ginnasio a Padova, liceo a Monza, noviziato in provincia di Savona e approdo a Bologna nel 1976 per gli studi di Teologia. A Bologna sono sempre rimasto, fatti salvi i due anni romani per acquisire la licenza in Teologia Morale”.

A Bologna si è interessato subito del carcere?

“No, inizialmente ho lavorato al Centro editoriale dehoniano e per le riviste “Il Regno” e “Settimana”, fino al 2016 quando il vescovo mi ha dato l’incarico di cappellano nella Casa Circondariale. Ma quella Casa la frequentavo già dal 1995 da volontario. Avevo iniziato un po’ per caso, seguendo un ragazzo albanese, solo in Italia. Andavo ai colloqui su autorizzazione del magistrato. La realtà del carcere mi ha subito colpito profondamente, tanto che ancora oggi, da pensionato, sono cappellano volontario”.

Cosa la colpiva?

“La miseria dell’ambiente, il degradato strutturale, la debilitazione dal punto di vista umanitario… Soprattutto mi colpiva che le persone mi chiedessero “perché” fossi lì. Temevano finalità secondarie, pensavano fossi pagato. Di solito chi finisce in carcere ha conosciuto solo rapporti strumentali, non è abituato alla gratuità. Sono tutti sospettosi, ma quando s’accorgono dell’assenza di secondi fini, qualcosa cambia. In carcere sono nate amicizie che continuano. Le persone aiutate a trovare la propria autonomia non recidono i legami con chi le ha aiutate”.

Come si viveva, là dentro, nella torrida estate di quest’anno?

“Era disumano: struttura di cemento armato con tetti di catrame, senza tegole, celle prive di corrente per fare funzionare un ventilatore, a volte mancava l’acqua per lavarsi e ti**re lo sciacquone. A Bologna ci sono 850 persone, quando i posti sono 450 e la situazione è tale che quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore. Mi chiedo se sia andata persa la capacità di indignarsi del Vangelo”.

Eppure si dice che lo standard penitenziario in Europa sia orientato ai diritti umani...

“Si vuole fare credere che il carcere sia l’unica risposta possibile ai reati, ma l’equazione “più carcere, più sicurezza” è menzognera: togliere le persone che hanno sbagliato dalle strade non risolve i problemi loro, né i nostri. Prima o poi torneranno sulle nostre strade piene di rabbia per quanto hanno sofferto; circa il 70 per cento di ex detenuti direttamente immessi in società, senza percorsi di inserimento, ricade degli errori commessi, la percentuale si abbassa al 16 per cento per chi è seguito con un percorso che assicuri dignità oltre a libertà. Davvero, non vale la pena spendere 160 euro al giorno per ogni detenuto tenuto lì a soffrire, meglio spendere per creare opportunità che un futuro più sensato”.

In oltre 30 anni di lavoro quante speranze, successi e fallimenti ha conosciuto?

“Non si entra in un carcere con la pretesa di avere successo; il successo è una grazia ed è un’eccezione. Però, vale sempre la pena di tentare, fosse anche per una sola persona. Vedere che tornano cantando dal servizio di volontariato nella nostra casa d’accoglienza, dà una soddisfazione che ripaga per tutto quello che si è fatto”.

Cosa fa per ricaricarsi?

“Cammino, ascolto musica moderna, dal rock al pop, mi piace il cinema, la compagnia, creare occasioni di ritrovo tra amici. A tavola avvengono sempre cose belle.

Sa cucinare?

“Certo, mi piace molto farlo. A Bologna c’è un’ottima cucina, ma sono gradite anche le specialità trentine, faccio canederli con l’aglio, polenta, crauti, preparo barbecue.

Un ricordo della sua infanzia?

“In famiglia c’erano pochi soldi, ma grande amore. Io mi sono allontanato a 10 anni per entrare in seminario, ma ricordo con nostalgia mia sorella Giannina, di 21 anni più grande, che mi stava accanto quando “gnolavo” e mamma era occupata ad accudire il resto della famiglia. Mi è sempre stata vicina. Poi ricordo il benessere che provavo ad accompagnare mamma alla “messa prima” domenicale delle 6, o 6.30 non ricordo. Noi abitavamo al “Mas de la fam”, in piena campagna, e bisognava percorrere 2 km a piedi per raggiungere la Chiesa. Ricordo con emozione quel percorso, mano nella mano: era l’unico momento in cui avevo mamma tutta per me. Una domenica d’inverno, stava nevicando, impietosimmo persino l’autista della corriera che si fermò a darci un passaggio. Oggi non potrebbe farlo, ma oggi nessuna mamma porterebbe il suo bambino a messa prima, camminando sulla statale”.

Torna spesso a Rovereto?

“Appena posso: basta mi diano una scusa e io torno molto volentieri. A Rovereto ci sono tutti i miei famigliari e c’è la casetta di Folgaria di cui godiamo in tanti”.

Suo nipote Claudio con “IncontrArti” dà vita a una rassegna di arte e cultura che calamita centinaia di persone. Lei ama la musica e il cinema. C’è un filo artistico che corre in famiglia…

“Mamma, benché presa dalla famiglia numerosa, ogni domenica pomeriggio si metteva a dipingere. Siamo cresciuti in mezzo ai suoi quadri e aveva un grande gusto del colore. Questo ci ha impreziosito tutti ed è passato anche alle seconde generazioni”.

Indirizzo

Padua
35136

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 18:00
Martedì 09:00 - 18:00
Mercoledì 09:00 - 18:00
Giovedì 09:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 18:00

Telefono

0039049654233

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