15/08/2026
DOTT.SSA CATIA PEGORARO - ALTRE RIFLESSIONI
In un giorno di qualche mese fa, mi colpisce la frase di una paziente: “ …so di che cosa ho bisogno…ma non so se sia giusto sentirlo…ripenso a mio padre e mi chiedo, visto che non mi è mai stato vicino, se fossi sbagliata io a desiderarlo… ”. Potrebbe sembrare una delle tante risonanze emotive che sono oggetto frequente di esperienza transferale e delle sue elaborazioni, ma, a fine giornata, aveva fatto solco in me, facendomi comprendere quanta verità contenesse quel pensiero rispetto al vivere comune. Quello che voglio dire è che non è necessario avere un disagio psichico per sentirsi “sbagliati”, non visti dall’altro, quasi dimenticati, perché ogni giorno si incontrano persone che non sanno cosa voglia dire stare bene con se stessi e lo dimostrano in tanti modi: provando un’invidia feroce per qualcun altro, affidando ai social la ricerca ossessiva di visibilità, giudicando e aggredendo chi ha la sola colpa di vivere con semplicità e buon senso, e non accorgendosi che, così facendo, perdono ancor più se stessi, costretti a inseguire mode da cui sentirsi rappresentati. Ho capito che tante delle storie raccolte dai pazienti, erano e sono uno specchio perfetto di questo meccanismo. Siamo stanchi, ma cerchiamo soluzioni personali a problemi spesso sociali; pretendiamo di fare meglio e crediamo di essere sbagliati anziché riconoscere di essere stati ingannati; sopportiamo amici superficiali e disinteressati, al posto di cercarne di veri, accettiamo di ve**re sedotti da prodotti di spettacolo tanto illusori nel regalare sogni, quanto desolanti per la pochezza morale, al posto di ridare senso alla realtà e proteggerla da chi non la rispetta. Ce la prendiamo con la Scuola, con la politica, con le agenzie di socializzazione, con il costo della vita, ma cosa facciamo – chiedo – perché funzionino meglio? È vero, l’uomo è stanco, ma stanco di se stesso, della fatica di doversi ritrovare, e se ne lascia deprimere. Il mio percorso in Associazione è esattamente questo: una sfida al dolore e alla rinuncia, una ricerca perseverante di senso nell’incontro con chi chiede aiuto, una prova coraggiosa di fiducia nelle risorse della persona, così messe a dura prova da un sistema di valori sempre più fragile e arrendevole. Si tratta di una sfida onesta e coerente con gli obiettivi di chi, Psiche 2000, l’ha ostinatamente voluta, a dispetto dei silenzi, delle ipocrisie, delle facili promesse che in ogni tempo storico hanno messo a dura prova l’onestà dei semplici e dei buoni. Mi piace sapere che il paziente, confidando nell’aiuto del Centro, contribuisce a nutrirne i principi fondamentali: fidarsi di ciò che è giusto, non piegarsi a compromessi di comodo e mettere in salvo la propria dignità. Nel mio piccolo, mi onora pensarmi strumento di questo bene, aiutando la persona a riqualificarsi, a scegliere da che parte stare e a rendersi consapevole di un diritto che le viene, non da qualcuno, ma dall’inviolabilità del suo esistere.
Catia Pegoraro - Psicologa - Psicoterapeuta