05/06/2026
Stringevo le mani dei miei nonni e battevo il piede per terra, con gli occhi fissi sulla porta davanti a me. Mia madre era in sala parto, e io non vedevo l’ora di conoscere mio fratello. Poi, di colpo, alcuni medici sono corsi fuori, e ho visto Agostino dentro un’incubatrice.
Mia mamma è stata subito sincera con me, anche se avevo solo sette anni: Agostino aveva la sindrome Charge. Non vedeva da un occhio, non sentiva e aveva un ritardo cognitivo. Non poteva lasciare l’ospedale, e lei doveva restargli accanto. In quel periodo, io ho vissuto dai nonni. Sentivo mia mamma al telefono ogni giorno. A scuola sorridevo, anche se la mia mente andava sempre ad Agostino.
Mio fratello è tornato a casa dopo sette mesi. Nessuno sapeva come comunicare con lui. Allora mia madre ha contattato la Lega del Filo d’Oro e, dopo la diagnosi iniziale, Agostino ha iniziato il suo percorso. Poco alla volta, ho visto mio fratello giocare con le palline, andare in piscina, fare fisioterapia. Le educatrici sembravano parlare la sua stessa lingua, ma avevano attenzioni anche per me. E poi mia madre si ritagliava sempre dei momenti per stare insieme, ci piaceva costruire e dipingere modellini. Ancora oggi è una passione che ci unisce.
Negli anni Agostino è riuscito a camminare, comunicare, andare a scuola. Quando lui imparava una parola nella Lingua dei Segni Italiana, la imparavo anche io. La sera giocavamo sul letto a farci il solletico, e ridevamo un sacco. Io gli davo sempre un pizzicotto sulla guancia, e Agostino ha iniziato a chiamarmi proprio con quel gesto, che è diventato il mio segno nome.
In un secondo siamo diventati grandi. Io ho lasciato casa per andare all’università a Milano. Sono felice, ma sento la mancanza di mio fratello. Mi basta sapere da una telefonata che Agostino ha imparato una nuova parola per capire che anch’io posso superare ogni difficoltà.
Oggi sto per laurearmi, dopo continuerò a studiare all’estero. Agostino metterà il broncio perché ci vedremo meno, ma poi gli darò un pizzicotto sulla guancia e salteremo di nuovo sul letto, come facevamo da bambini.
Tommaso