24/08/2025
La notte del 24 agosto 2016 Amatrice è piena di gente. Romani tornati nelle case di famiglia o nelle seconde case per le vacanze, turisti in villeggiatura e chi è venuto per la grande fiera di fine estate. L’ultima della stagione per Matteo, appena arrivato con il suo furgone bianco, carico di vestiti per bambini, insieme a Barbara, sua moglie, che fa la maestra ma che stavolta è venuta a dargli una mano. Alloggiano all’Hotel Roma, famoso per l’immancabile pasta all’Amatriciana. E la mattina sveglia presto che bisogna mo***re i tendoni e allestire gli stand.
Ma alle 3:36 un boato spezza la notte. La terra trema. Improvvisa, potente, che non lascia tempo per reagire. E il centro storico viene giù. La strada principale si spacca. Le case, costruite in pietra e mattoni, crollano una addosso all’altra come tessere di un domino, crollano i tetti e le facciate, che mostrano l’oscenità delle stanze devastate, crolla la chiesa di Sant’Agostino, quella di san Francesco, la Basilica di San Pietro, il Palazzo del Comune, la Torre Civica, la Scuola Media, l’Hotel Roma.
In pochi istanti il paese si riduce a un cumulo di rovine.
Chi non è rimasto ucciso scappa, si riversa in strada, mentre nel crepitio del cemento che si frantuma, dei vetri che si spezzano, nella nube di polveri che addensano l’aria, riecheggiano le grida di chi è rimasto intrappolato sotto le macerie.
Protezione Civile e Forze dell’ordine mobilitano i primi soccorsi, mentre in molti iniziano subito a scavare a mani n**e.
Il paese, circondato da colline e montagne, è difficile da raggiungere, le strade sono interrotte da frane e detriti e i mezzi di soccorso faticano ad arrivare. I primi sono i Vigili del Fuoco di Rieti, raggiunti poi dalle squadre di Roma, Perugia e altre città circostanti.
Amatrice la mattina è un luogo surreale, un paese che sembra bombardato, gonfio di morte. Noi ci arriviamo a piedi dopo aver lasciato la macchina prima del ponte crollato. Già sulla Salaria iniziamo ad incontrare i primi mezzi pesanti di soccorritori e le prime carovane di Esercito, Vigli del Fuoco e Carabinieri. È impressionante, sembra scoppiato un conflitto armato. Alla prima barriera all’altezza del Lago di Scandarello ci ferma l’esercito e ci dicono che non possiamo andare oltre, rispondiamo che Matteo, e la moglie Barbara, sono dispersi e stiamo andando a cercarli, non fanno obiezioni, dall’espressione di quel militare comprendiamo la gravità della situazione, che non dobbiamo aver timore di tutte quelle divise, di quei divieti di mettersi in strada per bloccare i soccorsi, stiamo andando a cercare un fratello e una sorella dispersi, e nessuno ce lo può impedire. Lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi, saliamo lungo una strada secondaria superando frazioni e case sparse, se incontriamo qualcuno ci fermiamo a chiedere dove possiamo cercare i dispersi dell’Hotel Roma. Le persone ci danno informazioni contrastanti e inesatte, ci guardano con sospetto, o forse solo pietà. Mentre camminiamo arriva il boato di una nuova scossa. Ci fermiamo, in mezzo alla campagna che trema. Ci abbracciamo spaventati.
Quando ripartiamo ci affianca una jeep, il conducente chiede se vogliamo un passaggio, diciamo di si, è un signore toscano, sa che la sua macchina può essere d’aiuto in queste situazioni ed è appena arrivato per dare soccorso. Siamo stupiti dalla semplicità con cui si può aiutare gli altri, basta prendere la macchina e partire. Attraversiamo un paio di borghi, uno è completamente distrutto, macerie ovunque, e anche quel potente mezzo fatica ad arrivare in cima, all’altro capo del paese.
È l’imbrunire, c’è tanta confusione, tanta agitazione, tanto dolore, noi cerchiamo il campo con i feriti dell’Hotel Roma. Chiediamo ad una tenda della Croce Rossa, con vicino un elicottero parcheggiato, ma nessuno sa niente, domandiamo al medico elicotterista, che risponde diretto: “sarò sincero, siamo arrivati al momento che se cercate i dispersi dovete cercare tra i morti e non tra i vivi, laggiù troverete l’obitorio”.
L’obitorio è stato allestito nel garage di una palazzina moderna che ha retto all’urto delle 3:36, ci sono delle tende di plastica improvvisate che non fanno vedere dentro e delle transenne che bloccano l’accesso. Fuori c’è un via vai continuo di persone, gruppi di famiglie che si accalcano e come noi cercano notizie e sperano di ritrovare i propri cari. Non si capisce a chi chiedere per sapere qualcosa, ad intervalli irregolari qualcuno si affaccia da quella tenda e dà qualche informazione o indica qualcuno e dice “tu puoi entrare”. Tra quelli che stanno fuori si cerca conforto, si scambiano le poche notizie in possesso, tutte contrastanti e poco chiare, ogni tanto entra una salma e si perde quel minimo di diritto acquisito nella fila per cercare di porre le proprie domande. Quella sera i morti accertati sono 27, quando arriva il nostro turno il funzionario dice cha dalla descrizione fatta tra i morti non c’è una giovane coppia, quelli presenti sono tutti anziani. Sembra una buona notizia, la speranza di trovarli vivi quella notte è ancora molto alta. Andiamo al palasport, che è stato attrezzato a dormitorio, è pazzesco ma da quel punto in poi tutto è rimasto intatto. Le villette nuove, la strada. I primi volontari ci dicono che possiamo prendere un materassino di quelli che si usano per la ginnastica e distenderci per dormire, ci posizionamo sul lato lungo del campo, vicino alla presa elettrica, fondamentale per i nostri cellulari che abbiamo usato ininterrottamente per 15 ore, intanto altri volontari portano le coperte ed i proprietari di una pizzeria consegnano diversi cartoni con pizza calda. Ci sdraiamo con una piccola speranza accesa e il bisogno di trovare alcune ore di riposo. Non è così, intorno alle 23 arriva una scossa che fa scappare tutti fuori, e altre scosse vanno avanti tutta la notte. Finchè all’alba del quarto giorno arriva una foto che ritrae i loro braccialetti, quelli che Matteo e Barbara avevano uguali, e che ci permettono di riconoscerli, inequivocabilmente. I Vigili del Fuoco fanno entrare Marco e suo padre Franco, che ci ha raggiunti insieme a Daniele, il fratello di Barbara, nella Zona Rossa, li portano davanti alle macerie che erano l’Hotel Roma.
Bisogna fare il riconoscimento. Tra 300 morti, ognuno per riconoscere i propri. E poi andare via.
Per lasciare Amatrice, l’unico modo è scendere a piedi, seguendo un gruppo di rocciatori che fanno strada. Con noi c’è Giuliano Santelli, responsabile della Protezione Civile di Orvieto. È stato con noi sempre. Unico punto di riferimento, insieme alla squadra di Orvieto, di questi quattro giorni di orrore surreale. Non ci siamo mai tolti le scarpe. Per 4 giorni. Lo facciamo solo adesso, che per raggiungere la strada dobbiamo guadare il fiume, e mentre avanziamo nell’acqua gelata e poi scendiamo fino alla Statale, realizziamo che ciò che resta di Amatrice, e delle nostre vite fino a questo momento, sarà sempre più lontano.
La catastrofe. La realtà che si capovolge, che si rivolta e va giù, sotto, in basso. Sotto tonnellate di macerie. È quella cosa che ti spezza dentro per sempre e per sempre segnerà un ordine nuovo, inaccettabile, impossibile da comprendere.
La catastrofe è una volta per tutte e sempre si ripete nel mondo, continuamente.
Le ricorrenze non servono a niente.
Solo a rendere più penoso l’oblio e più silenzioso il grido.
A restituire dignità a tutte le vittime della terra può pensarci solo la Storia.
Ci affidiamo a lei. Maestra inascoltata di ogni catastrofe, presente e passata.