Centro Nazionale Vittime Relazionali

Centro Nazionale Vittime Relazionali Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Centro Nazionale Vittime Relazionali, Organizzazione no-profit, Via IV Novembre 20, Orgiano.

Il Centro Nazionale Vittime Relazionale è un'associazione che si occupa di prevenzione, sensibilizzazione e supporto alle vittime di relazioni tossiche e disfunzionali, promuovendo una cultura delle relazioni sane.

Per la rubrica “I Professionisti del CNVR”, oggi vi presentiamo Stefania MontanariAvvocato civilista esperta in Diritto ...
03/09/2026

Per la rubrica “I Professionisti del CNVR”, oggi vi presentiamo Stefania Montanari

Avvocato civilista esperta in Diritto di Famiglia, Stefania Montanari è Mediatrice Familiare associata A.I.Me.F. e Curatrice Speciale del Minore.
Competenze che le consentono di lavorare in un ambito nel quale la dimensione giuridica e quella relazionale spesso si intrecciano: separazioni, conflitti familiari e tutela delle persone coinvolte, con particolare attenzione all’interesse del minore.
Una domanda a Stefania Montanari: Quando una coppia si separa, come si può evitare che il conflitto tra gli adulti trasformi ogni decisione sui figli in un nuovo terreno di scontro?
Stefania Montanari risponde: «È fondamentale riuscire a distinguere il piano della relazione di coppia da quello della responsabilità genitoriale. La separazione può porre fine al rapporto tra i partner, ma non al ruolo che entrambi continuano ad avere nella vita dei figli. Quando rabbia, risentimento o bisogno di rivalsa entrano nelle decisioni che li riguardano, anche questioni quotidiane possono diventare strumenti attraverso cui proseguire il conflitto.
La mediazione familiare, quando ne ricorrono le condizioni, può offrire uno spazio nel quale ristabilire una comunicazione funzionale e riportare l’attenzione dai torti reciproci ai bisogni concreti dei figli. Non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di costruire modalità di confronto che permettano agli adulti di continuare a esercitare responsabilmente la propria funzione genitoriale.»
Una distinzione che può sembrare semplice, ma che nelle separazioni ad alta conflittualità diventa particolarmente complessa: la fine della coppia non dovrebbe trasformare i figli nel luogo in cui la coppia continua a combattere.
Un figlio non dovrebbe diventare un messaggero. Non dovrebbe essere chiamato a schierarsi. Non dovrebbe sentirsi responsabile del benessere emotivo di uno dei genitori.
E non dovrebbe essere utilizzato per ottenere informazioni, esercitare pressioni o colpire indirettamente l’altro.
Quando il conflitto prende questa direzione, proteggere il minore significa anche restituirgli il diritto di rimanere fuori dalle questioni che appartengono agli adulti.
💙 Nel CNVR crediamo nel valore di una rete di professionisti con competenze diverse, capace di leggere la complessità delle dinamiche familiari con un obiettivo comune: tutelare le persone e, soprattutto quando sono coinvolti dei minori, preservarne bisogni, diritti e relazioni.💙

MITO DA SFATARE: “SE NON È GELOSO/A, ALLORA NON CI TIENE DAVVERO.”“Un po’ di gelosia fa piacere.”“Se non gli/le dà fasti...
02/09/2026

MITO DA SFATARE: “SE NON È GELOSO/A, ALLORA NON CI TIENE DAVVERO.”

“Un po’ di gelosia fa piacere.”

“Se non gli/le dà fastidio che qualcuno mi guardi, vuol dire che non gli/le importa.”
“Se mi ama, è normale che abbia paura di perdermi.”
La gelosia può certamente comparire anche in una relazione sana. È un’emozione umana. Ma provare gelosia e trasformarla in un diritto sull’altra persona sono due cose molto diverse.
Essere gelosi può significare sentire paura, insicurezza, timore di perdere qualcuno. Quello che conta è cosa facciamo con quell’emozione. Perché la gelosia non rende automaticamente legittimo: controllare il telefono; chiedere continuamente dove sei e con chi; pretendere password; stabilire come dovresti vestirti; chiederti di interrompere determinate amicizie; considerare ogni persona un potenziale rivale; farti sentire in colpa perché qualcuno ti ha rivolto attenzione.
E soprattutto, l’assenza di questi comportamenti non significa disinteresse. Una persona può amarci profondamente senza sentire il bisogno di controllarci. Può fidarsi di noi senza voler conoscere ogni nostro movimento.
Può sapere che altre persone potrebbero trovarci attraenti senza viverlo come una minaccia. Può desiderare di stare con noi senza pensare di doverci impedire di andare via. Questa è una distinzione importante: “Ho paura di perderti” racconta un’emozione. “Per non perderti devo controllarti” trasforma quell’emozione in un comportamento.
E non sono la stessa cosa. C’è poi una domanda che può aiutarci a cambiare prospettiva: se eliminassimo completamente la gelosia, quali comportamenti utilizzeremmo per capire che qualcuno ci ama?
Forse parleremmo di presenza. Rispetto.
Affidabilità. Interesse. Cura. Libertà di essere se stessi. Capacità di affrontare insieme le difficoltà.
💙La fiducia non è la prova che qualcuno ci ama meno. Può essere uno dei modi più maturi attraverso cui ci ama.💙
Salva questo post se anche tu sei cresciuto/a con l’idea che “un po’ di gelosia è necessaria”.
Condividilo con qualcuno con cui vorresti sfatare questo mito.
Segui il CNVR: ogni settimana proviamo a distinguere ciò che abbiamo imparato a considerare “normale” da ciò che rende davvero sana una relazione.

QUANDO STAI MALE, HAI BISOGNO DI ESSERE ASCOLTATO O CORRETTO?“Te l’avevo detto.” “Era ovvio che sarebbe finita così.” “S...
01/09/2026

QUANDO STAI MALE, HAI BISOGNO DI ESSERE ASCOLTATO O CORRETTO?

“Te l’avevo detto.” “Era ovvio che sarebbe finita così.” “Se mi avessi ascoltato…”
“Il problema è che fai sempre la stessa cosa.” Magari è tutto vero. Magari l’altra persona aveva davvero previsto quello che sarebbe successo. Eppure c’è un momento in cui avere ragione può essere la cosa meno importante. Immagina di aver commesso un errore. Una relazione è finita male. Hai preso una decisione sbagliata. Ti sei fidato/a della persona sbagliata. Hai ignorato qualcosa che oggi ti sembra evidente. Lo sai già.
Probabilmente te lo sei ripetuto molte volte. Poi trovi il coraggio di raccontarlo a qualcuno e senti: “Te l’avevo detto.”
Cinque parole apparentemente innocue che, in quel momento, possono trasformare una richiesta di vicinanza in un processo.
Perché non comunicano soltanto: “Avevo previsto quello che sarebbe successo.”
Possono essere percepite come: “Io avevo capito. Tu no.”
E così chi sta raccontando il proprio dolore può iniziare a difendersi, giustificarsi o semplicemente smettere di parlare. Questo non significa che nelle relazioni sane dobbiamo sempre approvare le scelte degli altri. Possiamo dissentire. Possiamo preoccuparci.
Possiamo dire ciò che pensiamo. E qualche volta è necessario farlo.
Ma il momento in cui diciamo qualcosa può essere importante quanto ciò che diciamo. Davanti a qualcuno che sta soffrendo, prima di spiegargli dove ha sbagliato potremmo chiederci: “In questo momento questa persona ha bisogno della mia opinione o della mia presenza?”
A volte arriverà anche il momento dell’analisi. Ma forse non è quello in cui l’altro è appena caduto.
💙 Essere una persona che aveva ragione non è la stessa cosa che essere una persona accanto alla quale ci sentiamo al sicuro quando sbagliamo.💙
E nelle relazioni sane dovrebbe esserci spazio anche per questo: poter tornare dopo un errore senza temere di essere accolti con un “te l’avevo detto”.
Salva questo post per la prossima volta in cui quelle cinque parole stanno per uscire.
E se conosci qualcuno che sa esserci senza trasformare ogni errore in una lezione, mandagli questo post. Ogni tanto è importante riconoscere anche le relazioni che ci fanno bene.
Segui il CNVR: non parliamo soltanto delle relazioni che fanno male, ma anche di ciò che rende una relazione un luogo nel quale possiamo stare bene.

Per la rubrica “I Professionisti del CNVR”, oggi vi presentiamo Federica FermanteFederica Fermante sta approfondendo la ...
31/08/2026

Per la rubrica “I Professionisti del CNVR”, oggi vi presentiamo Federica Fermante

Federica Fermante sta approfondendo la propria formazione nell’ambito della psicodiagnostica clinica e forense, attraverso un Master di II livello in “Psicodiagnostica per la valutazione clinica, forense e medico-legale”.
È inoltre operatrice qualificata PBLSD e nella gestione del politrauma, facilitatrice Mindfulness e di gruppi AMA (Auto Mutuo Aiuto).
Competenze differenti che hanno un elemento in comune: la capacità di avvicinarsi alla persona utilizzando strumenti diversi a seconda del contesto, dei bisogni e dell’obiettivo dell’intervento.
Una domanda a Federica Fermante: Quando una persona attraversa una situazione relazionale particolarmente complessa, perché una valutazione psicologica accurata è importante prima ancora di decidere come intervenire?
Federica Fermante risponde: «Perché comprendere viene prima di intervenire. Una stessa manifestazione di disagio può avere significati e funzioni differenti da persona a persona e non può essere interpretata isolandola dalla storia individuale e dal contesto nel quale si presenta. Una valutazione accurata permette di raccogliere e integrare informazioni provenienti da fonti diverse, evitando conclusioni affrettate e orientando in maniera più consapevole gli eventuali interventi successivi.
Questo diventa ancora più importante quando ci troviamo in contesti clinici, forensi o medico-legali, nei quali è necessario mantenere distinti ciò che la persona riferisce, ciò che emerge dalla valutazione e le conclusioni che i dati consentono effettivamente di formulare.»
È un principio importante anche al di fuori della psicodiagnostica.
Nel parlare di relazioni utilizziamo sempre più frequentemente parole come narcisismo, dipendenza, manipolazione, trauma, gaslighting.Termini che possono descrivere fenomeni reali, ma che non dovrebbero diventare etichette applicate automaticamente alle persone o alle relazioni. Comprendere una situazione significa raccogliere informazioni, contestualizzarle e distinguere le ipotesi dai dati. Perché dare rapidamente un nome a ciò che accade non equivale necessariamente ad averlo compreso.
💙 Nel CNVR crediamo nel valore di una rete multidisciplinare nella quale formazione, strumenti di valutazione e competenze differenti possano contribuire a una lettura rigorosa della complessità delle esperienze relazionali.💙

STORIE CHE RACCONTANO LE RELAZIONIOggi vi consigliamo: Le ho mai raccontato del vento del NordPuò una persona che non ab...
30/08/2026

STORIE CHE RACCONTANO LE RELAZIONI

Oggi vi consigliamo: Le ho mai raccontato del vento del Nord
Può una persona che non abbiamo mai incontrato diventare emotivamente più presente di quelle che fanno parte della nostra vita quotidiana?
Tutto comincia per errore.
Emma Rothner invia alcune e-mail all’indirizzo sbagliato. A riceverle è Leo Leike. Potrebbe finire lì. Invece i due iniziano a scriversi.
Prima occasionalmente. Poi sempre più spesso. E progressivamente quello scambio diventa uno spazio emotivo importante per entrambi.
Senza anticipare ciò che accadrà, è proprio questa la ragione per cui il romanzo è particolarmente interessante per la nostra rubrica.
Emma e Leo si conoscono quasi esclusivamente attraverso ciò che scelgono di raccontarsi.
Non condividono la quotidianità.
Non vedono le reciproche espressioni mentre parlano.
Non sperimentano davvero l’altro nelle sue abitudini, nelle contraddizioni e nei piccoli attriti della vita reale.
Eppure tra loro può svilupparsi qualcosa che viene percepito come profondamente autentico.
Il romanzo ci porta così davanti a una domanda estremamente contemporanea:
quanto conosciamo davvero qualcuno quando gran parte della relazione esiste attraverso uno schermo?
Le relazioni digitali non sono necessariamente meno autentiche di quelle nate offline.
Le emozioni che producono possono essere assolutamente reali. Ma possiedono una caratteristica particolare: lasciano molto spazio all’immaginazione.
Quando conosciamo solo alcune parti dell’altro, la nostra mente inevitabilmente completa quelle mancanti.
Possiamo iniziare ad amare ciò che sappiamo di quella persona.
Ma anche ciò che immaginiamo di lei.
E più uno spazio relazionale diventa emotivamente significativo, più può diventare difficile distinguere le due cose.
C’è poi un altro elemento interessante.
A volte una relazione vissuta prevalentemente attraverso le parole consente un’intimità sorprendente: possiamo raccontare pensieri e desideri che nella vita quotidiana faticheremmo a esprimere. Ma proprio questa libertà può far nascere una relazione che vive in una sorta di territorio protetto, al riparo dalla prova della realtà. Ed è qui che il romanzo diventa molto più di una storia sentimentale.
Ci invita a riflettere sulla differenza tra:
sentire intensamente qualcuno e conoscere realmente qualcuno.
Non sono necessariamente la stessa cosa.
Una lettura particolarmente interessante oggi, in un’epoca nella quale amicizie, amori e legami possono nascere e diventare emotivamente importantissimi prima ancora che due persone condividano lo stesso spazio.
Se avete voglia di un romanzo scorrevole ma capace di lasciare qualche domanda sulle relazioni, questo è il nostro consiglio della settimana.
Salvate il titolo per la prossima lettura e condividetelo con chi ama i romanzi che continuano a far pensare anche dopo aver chiuso il libro.
💙Seguite il CNVR: ogni domenica un libro, un film o una serie TV per osservare le relazioni da una prospettiva diversa.💙

“MA PRIMA TI ANDAVA BENE.”È una frase che può comparire in molte relazioni. “Prima non ti dava fastidio.”“L’hai sempre f...
29/08/2026

“MA PRIMA TI ANDAVA BENE.”

È una frase che può comparire in molte relazioni. “Prima non ti dava fastidio.”
“L’hai sempre fatto.” “Adesso improvvisamente hai cambiato idea?”
Ed è vero. A volte cambiamo idea.
Possiamo aver accettato per anni qualcosa che oggi non vogliamo più.
Possiamo aver detto sì e, con il tempo, accorgerci che quel sì non ci rappresenta.
Possiamo scoprire un limite che prima non sapevamo di avere.
Possiamo desiderare qualcosa di diverso da ciò che desideravamo cinque anni fa.
Questo non significa necessariamente essere incoerenti. Significa anche cambiare. Il problema nasce quando ciò che abbiamo accettato in passato viene utilizzato per stabilire ciò che dovremmo continuare ad accettare nel presente.
Come se ogni nostro vecchio sì avesse firmato un contratto permanente.
Ma nelle relazioni le persone evolvono.
Cambiano bisogni, priorità, desideri, sensibilità. E questo vale nella coppia, in famiglia, nelle amicizie e persino sul lavoro. Naturalmente, cambiare idea può avere conseguenze. L’altro può rimanerci male. Può non condividere la nostra scelta. Può avere bisogno di capire cosa sia cambiato. E può persino decidere che quel cambiamento non sia compatibile con ciò che desidera dalla relazione.
Rispettare il cambiamento di qualcuno non significa essere obbligati ad accettarne qualsiasi conseguenza.
Significa riconoscergli il diritto di non essere per sempre la persona che era quando lo abbiamo conosciuto.
Ed è qui che una relazione può trovarsi davanti a una domanda molto più adulta di: “Perché sei cambiato/a?”
La domanda può diventare: “Possiamo conoscerci di nuovo per quello che siamo oggi?”
Perché crescere insieme non significa necessariamente cambiare nella stessa direzione e alla stessa velocità.
Significa anche essere disponibili, ogni tanto, a smettere di relazionarci con la versione passata dell’altro.
💙 “Prima ti andava bene” racconta il passato. Non decide automaticamente ciò che deve andarti bene oggi.💙
Salva questo post per la prossima volta in cui ti sentirai in colpa semplicemente perché hai cambiato idea.
E se conosci qualcuno che continua a sentirsi dire “ma tu prima non eri così”, mandagli questo post.
Segui il CNVR: parliamo anche di quelle dinamiche quotidiane che sembrano piccole, ma possono cambiare profondamente il modo in cui viviamo le nostre relazioni.

“SE MI AMASSI DAVVERO, LO FARESTI.”È una frase che può sembrare una semplice richiesta d’amore. Ma contiene un meccanism...
28/08/2026

“SE MI AMASSI DAVVERO, LO FARESTI.”

È una frase che può sembrare una semplice richiesta d’amore. Ma contiene un meccanismo molto preciso: trasformare l’amore in una prova da superare. “Se mi amassi, verresti con me.” “Se ci tenessi davvero, rinunceresti.”
“Se fossi importante per te, non avresti bisogno dei tuoi spazi.” “Se mi amassi, mi daresti la password.”
A quel punto non stiamo più discutendo se una richiesta sia ragionevole.
Stiamo discutendo se amiamo abbastanza l’altra persona.
Ed è proprio qui che può scattare la trappola.
Perché dire NO non significa più semplicemente: “Questa cosa non voglio farla.” Può iniziare a significare: “Forse sono egoista.” “Forse non amo abbastanza.” “Forse sto sbagliando io.”
E così possiamo finire per concedere qualcosa non perché lo desideriamo, ma per non sentirci in colpa. Questo meccanismo può comparire nella coppia, ma anche tra genitori e figli, nelle amicizie e in altri legami affettivi. Naturalmente, non ogni frase pronunciata durante un conflitto è automaticamente manipolazione. La differenza la fanno la funzione, la frequenza e ciò che accade quando l’altro dice no. Perché in una relazione sana possiamo desiderare qualcosa dall’altro. Possiamo perfino rimanerci male se non la otteniamo.
Ma dovremmo poter ascoltare un NO senza trasformarlo nella misura dell’amore che riceviamo.
La prossima volta che qualcuno ti chiede una “prova d’amore”, prova a spostare la domanda da “Se dico di no, significa che non lo/la amo abbastanza?” “Se non dovessi dimostrare niente a nessuno, vorrei davvero dire sì?” Questa seconda domanda può cambiare completamente la prospettiva.
💙 L’amore può chiedere compromessi. Non dovrebbe chiedere continuamente prove.💙
Salva questo post: potrebbe servirti proprio quando sarà più difficile distinguere un sì scelto da un sì dato per paura di deludere. E se leggendo hai pensato immediatamente a qualcuno, mandaglielo. A volte una conversazione importante può iniziare anche da un post.
Segui il CNVR: parliamo delle dinamiche che viviamo nelle relazioni prima ancora di riuscire a dare loro un nome.

Per la rubrica “I Professionisti del CNVR”, oggi vi presentiamo Monica MarroPsicoterapeuta Sistemico Relazionale, con fo...
27/08/2026

Per la rubrica “I Professionisti del CNVR”, oggi vi presentiamo Monica Marro

Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, con formazione in Psicologia giuridica e investigativa e un Master in Psicologia Giuridica, Monica Marro opera anche come Consulente Tecnico di Parte nelle cause di separazione e divorzio.
Si occupa inoltre di sostegno alla genitorialità ed è volontaria dell’Associazione Noi4You di Cuneo.
La sua formazione permette di osservare le crisi familiari da una prospettiva particolarmente importante: quando una coppia si separa, infatti, può terminare la relazione tra i partner, ma non termina la responsabilità genitoriale.
Una domanda a Monica Marro: Quando una separazione è molto conflittuale, qual è uno degli errori più dannosi che i genitori possono commettere nei confronti dei figli?
Monica Marro risponde: «Uno degli errori più dannosi è coinvolgere i figli, direttamente o indirettamente, nel conflitto tra gli adulti. Può accadere chiedendo loro di prendere posizione, utilizzandoli come messaggeri, cercando conferme su ciò che fa l’altro genitore oppure condividendo con loro informazioni e vissuti che appartengono alla relazione di coppia. Anche quando non viene chiesto esplicitamente di scegliere, un figlio può percepire di dover proteggere un genitore, compiacerlo o evitare di manifestare affetto verso l’altro per paura di ferirlo. Proteggere i figli significa invece permettere loro di continuare a vivere la propria relazione con entrambi i genitori, quando non sussistano condizioni che richiedano specifiche misure di tutela, senza renderli responsabili del conflitto degli adulti. È una distinzione fondamentale: essere feriti come partner non autorizza a trasformare un figlio in alleato, confidente, giudice o intermediario.
La separazione può comportare rabbia, delusione e dolore. Sono vissuti che meritano uno spazio nel quale essere elaborati, ma quello spazio non dovrebbe essere occupato dai figli. Perché un bambino o un adolescente non dovrebbe essere chiamato a stabilire chi abbia ragione. E soprattutto non dovrebbe sentire di dover scegliere chi poter amare liberamente.»
💙 Nel CNVR crediamo nell’importanza di competenze cliniche, giuridiche e forensi capaci di dialogare tra loro, soprattutto quando la complessità delle dinamiche familiari richiede di mantenere al centro la tutela delle persone più vulnerabili.💙

CAPIRE L’ALTRO NON SIGNIFICA DOVERLO GIUSTIFICARE“Ha avuto un’infanzia difficile.” “È sotto pressione.” “Ha paura di ess...
26/08/2026

CAPIRE L’ALTRO NON SIGNIFICA DOVERLO GIUSTIFICARE

“Ha avuto un’infanzia difficile.” “È sotto pressione.” “Ha paura di essere abbandonato/a.” “Quando si comporta così è perché sta male.”
Può essere tutto vero. Ma c’è una domanda che spesso dimentichiamo:
e tu, come stai dentro quella relazione?
Comprendere le ragioni di un comportamento è una capacità importante. Ci permette di non ridurre una persona al suo errore, di vedere la complessità che esiste dietro alcune reazioni e, talvolta, di affrontare un problema insieme. Ma la comprensione può diventare una trappola quando viene utilizzata per rendere accettabile qualsiasi comportamento. Possiamo capire perché qualcuno reagisca male e riconoscere contemporaneamente che quel modo di reagire ci ferisce. Possiamo comprendere la sua insicurezza senza accettare che controlli continuamente ciò che facciamo. Possiamo riconoscere la sua paura di perderci senza considerare normale che limiti la nostra libertà.
Possiamo conoscere le ferite della sua storia senza trasformarle nella spiegazione definitiva di tutto ciò che accade nel presente. Perché esiste una differenza fondamentale tra: “Capisco perché fai così.” e “Dal momento che capisco perché fai così, devo accettarlo.”
L’empatia non dovrebbe funzionare in una sola direzione. Quando utilizziamo continuamente la sofferenza dell’altro per spiegare ciò che ci fa stare male, rischiamo infatti di diventare molto bravi a comprendere lui o lei e sempre meno capaci di ascoltare noi stessi. E c’è un altro punto importante: una spiegazione non cancella una responsabilità.
La storia personale può aiutarci a comprendere un comportamento. Non rende automaticamente quel comportamento sano.
💙 Possiamo avere compassione per le ferite di qualcuno senza permettere che quelle ferite diventino le nostre.💙
Salva questo post per ricordarti una distinzione semplice ma importante:
Comprendere spiega.
Giustificare assolve.
Mettere un confine protegge.
Se questi contenuti ti aiutano a leggere le relazioni con maggiore consapevolezza, segui il CNVR.

“SCUSA” NON DOVREBBE ESSERE IL PREZZO DA PAGARE PER AVERE DEI BISOGNI“Scusa se te lo chiedo.” “Scusa se ci sono rimasto/...
25/08/2026

“SCUSA” NON DOVREBBE ESSERE IL PREZZO DA PAGARE PER AVERE DEI BISOGNI

“Scusa se te lo chiedo.” “Scusa se ci sono rimasto/a male.” “Scusa, forse pretendo troppo.” “Scusa se ho bisogno di stare un po’ da solo/a.”
A volte chiediamo scusa per aver commesso un errore. Altre volte, invece, chiediamo scusa semplicemente per esserci. Per avere un bisogno. Per esprimere un disagio. Per mettere un limite. Per dire di no. Per non essere disponibili. Persino per provare un’emozione che potrebbe infastidire qualcuno. E quando quello “scusa” diventa automatico, vale la pena chiedersi che funzione abbia. Perché potremmo non stare realmente chiedendo perdono. Potremmo stare cercando di rendere più accettabile ciò che stiamo per dire. Come se prima di esprimere un bisogno dovessimo rassicurare l’altro: “Non voglio essere un problema.” Questo può accadere soprattutto quando abbiamo imparato che il disaccordo provoca tensione, che dire di no delude, che chiedere qualcosa espone al giudizio o che essere accomodanti aiuta a mantenere la relazione tranquilla.
Così il linguaggio cambia. “Non posso” diventa “scusami, purtroppo non posso”.
“Questa cosa mi ha ferito” diventa “scusa, forse sono troppo sensibile”.
“Non voglio farlo” diventa “mi dispiace tantissimo, spero che tu non te la prenda”. Il problema non è la parola scusa. Saper chiedere scusa quando abbiamo ferito qualcuno è una competenza relazionale importante.
Il problema nasce quando sentiamo di doverci scusare anche per esercitare diritti relazionali perfettamente legittimi.
Possiamo essere gentili senza essere sempre accomodanti. Possiamo rispettare gli altri senza rinunciare ai nostri confini. Possiamo comprendere la delusione di qualcuno senza sentirci automaticamente responsabili di eliminarla. E possiamo dire: “No.” “Non sono d’accordo.” “Ho bisogno di questo.”
senza aggiungere necessariamente:
“Scusa.”
💙 Una relazione sana non dovrebbe richiederti di chiedere perdono ogni volta che occupi il tuo spazio.💙
Salva questo post e la prossima volta che stai per dire automaticamente “scusa”, prova a chiederti: ho realmente fatto qualcosa di cui scusarmi o sto cercando il permesso di esprimere un mio bisogno?
Segui il CNVR per altri contenuti dedicati a riconoscere le dinamiche che, spesso proprio perché quotidiane, facciamo più fatica a vedere.

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