16/06/2026
Di Isidoro Pennisi
“Spesso le finalità estetiche dell’architettura, che storicamente sono in primo piano negli obiettivi e nei giudizi che si danno sui risultati di quest’arcaica arte del costruire, trovano un’oggettiva emancipazione in rapporto agli usi, alle funzioni alle forme dell’abitare che non solo si rinnovano di continuo, ma alle volte riescono a valorizzare qualitativamente esperienze edilizie anche frutto del lavoro di architetti che, nel momento di realizzare e disegnare uno specifico progetto, avevano altri obiettivi, soprattutto formali. Come nel caso dell’edificio residenziale progettato da Paolo Portoghesi a Orbetello, dove le intenzioni di progetto, soprattutto legate a delle funzioni previste e al linguaggio architettonico scelto, sono state “plus valutate”, si potrebbe dire, da un’idea innovativa d’uso. In un edificio pensato come fabbrica esclusivamente residenziale, un’iniziativa lungimirante ha deciso di allocare un progetto d’inclusione sociale con finalità pubbliche, usando un edificio pensato per scopi esclusivamente privati. La “Casa di Mario”, e cioè un progetto di Co-Housing finalizzato a sostenere e aiutare persone con disabilità e le loro famiglie, attraverso un progetto di convivenza in cui le parti occupate dall’assistenza, dalla vita quotidiana e dalla ricreazione attiva (che sono il ritmo di una vita domestica, e presupposto di quella pubblica) sono composte insieme come in uno spartito di vita quotidiana misurata sui problemi da risolvere.
Perché un edificio frutto di un ragionamento puntuale, che deve rispettare regole di vario genere, e tradotto in base alla funzione prevalente per cui era stato commissionato, può riuscire a sostenere anche idee funzionali diverse e forse in astratto non conciliabili con la realtà dell’edificio come quelle animate dall’Associazione Oltre lo Sguardo? Esiste una questione importante, che spesso anche gli architetti sottovalutano: la capacità delle forme, degli spazi formati, di produrre benefici, anche differiti e non immaginati in fase di progetto. Ciò che guida e misura la riuscita di un progetto, alla lunga, è la percezione visiva attraverso cui sono veicolati nella nostra mente, le forme del nostro mondo, che possono produrre sia benefici e sia il loro contrario. Un progetto riuscito, una città formalmente di qualità, produce benefici non solo funzionali ma anche d’altro genere. Quando Antonello Venditti, nella sua canzone famosa dedicata a Roma, dice che quando cala il tramonto, quel paesaggio urbano lo spinge a essere più buono e più vivo, indirettamente assegna questo merito proprio alla forma urbana e architettonica della città di Roma. A che cosa servono le forme che pensiamo e realizziamo, quindi? Se è soltanto per divertire le persone non dovrebbe interessarci. Se sono un mezzo per avere successo, economico e non, non dovrebbero interessarci. Se sono un’attività cui il nostro ego trova una soluzione, non dovrebbero interessarci. Quale, quindi, la finalità vera del costruire andando oltre l’evidente? Le forme del costruito devono fare del bene alle persone. Devono produrre dei benefici, tra cui anche essere il sostegno, come nel caso della Casa di Mario, per una vita non convenzionale o non prevista in fase di progetto. Devono fare stare bene chi le vive. Tutto questo è bello, ed è forse il valore estetico maggiore di quello puramente legato alla visibilità. Quest’anno è il centenario della nascita di Antoni Gaudì. Quando realizzo le famose sedute pubbliche colorate che stanno al margine della piazza rialzata di Park Guel a Barcellona, quelle, per capirci, disegnate in maniera sinuosa e non rettilinea, composte da curve e da continuità, e quindi diverse da quelle chi definiamo panchine, forse nemmeno lui immaginava il bene che stava producendo. Nessuno fino a quel momento aveva immaginato una forma di quel genere, e quindi per generazioni quando ci si andava a sedere su una panchina, si stava spalla con spalla, senza guardarsi negli occhi, quasi pronti per una fucilazione. Quelle panchine continue, ricurve, invece, hanno dato modo a chissà quante persone di arrivare da sconosciuti e andare via da potenziali amici se non da innamorati, perché la maniera con cui sono state disegnate e costruite permette di arrivare in quel posto da luoghi diversi, da vite differenti, per soddisfare un’identica esigenza di riposo dopo aver camminato, ma anche e soprattutto di potersi guardare negli occhi, osservarsi, diventare lentamente qualcosa di diverso, potenzialmente, da come si era arrivati sin lì prima di sedersi sotto il sole e il cielo. >.