22/10/2026
Il carrello della spesa è diventato il luogo in cui le famiglie misurano la distanza tra i numeri dell’economia e la propria vita. Davanti allo scaffale si rinuncia, si sostituisce, si rimanda. Poi si arriva alla cassa e si scopre che aver comprato meno non basta a spendere meno.
La stima preliminare ISTAT di settembre porta l’inflazione nazionale al 4,2% annuo. Un dato che non descrive da solo la situazione della Sardegna, ma rende ancora più urgente capire quanto gli aumenti pesino sui bilanci delle famiglie dell’isola.
Quando rincarano alimentazione, energia e trasporti, parlare di “libertà di scelta” diventa quasi una provocazione. Si può rinunciare a un acquisto superfluo. Molto più difficile rinunciare a mangiare, illuminare casa o raggiungere il lavoro.
Eppure, la risposta rivolta ai cittadini è spesso la stessa: confrontate, risparmiate, consumate meno. Consigli utili, finché non diventano un modo per consegnare alle famiglie tutta la responsabilità di un problema che non hanno creato.
Tanti lo sono ma non ogni rincaro è speculazione. Proprio per questo servono controlli e trasparenza che distinguano gli aumenti giustificati da quelli che non lo sono. Invocare genericamente i costi delle materie prime o dei trasporti non può chiudere ogni discussione sul prezzo finale.
In Sardegna chiediamo un monitoraggio territoriale dei prezzi dei beni essenziali, verifiche sulle anomalie e sostegni capaci di raggiungere chi è maggiormente esposto. Le medie aiutano a leggere l’economia, ma possono nascondere la fatica di chi deve scegliere quale necessità rimandare.
La capacità delle famiglie di arrangiarsi non è una risorsa inesauribile. E un’economia che resta in piedi soltanto perché i cittadini rinunciano a una parte della propria vita, ha un problema che nessuna promozione al supermercato può risolvere.
✍️ Giorgio Vargiu
Presidente Adiconsum Sardegna