09/01/2025
ALBINO CROCAMO, novese, brigante, emigrato in Uruguay 1867. PRIMA PARTE
(Pubblichiamo la ricerca che gentilmente ci ha fatto avere in carissimo amico Peppino Palladino, appassionato ricercatore di tradizioni e storie cilentane)
Nelle ricerche che ho dedicato ad Albino Crocamo, ho avuto difficoltà a reperire documenti relativi alla sua attività di brigante ed ai crimini da lui commessi, sia quello iniziale che lo ha costretto alla latitanza, sia nel prosieguo della sua vicenda. Ho trovato, invece, con facilità le carte relative all'accordo con le autorità governative per il suo espatrio nelle Americhe in cambio della presentazione della sua banda. Nella memoria orale di una famiglia novese trasferitasi in Angellara nel corso dell'800 un tal Crocamo Antonio, parente di Albino,, ((al quale noi angellaresi avevamo appioppato il nomignolo di "Patana" per la forma della sua testa) mi raccontava che Albino Crocamo, dopo aver ucciso un uomo nella località "foresta", era andato a rifugiarsi presso questi parenti di Angellara, che lo avevano nascosto per qualche tempo prima di darsi alla latitanza. Ho trovato, poi, nel registro della leva del 1863 che non si era presentato. Era andato il padre Giuseppe per giustificarne la non presentazione, ma la Commissione, che evidentemente era in possesso di precise informazioni, lo registrò come renitente perché BRIGANTE. Una signora di origine novese sposatasi a Salento, mi raccontava che il padre, vaccaro novese, che pascolava nella difesa Massanova,"vicino Salento, quando la vedeva con i capelli scarmigliati la rimproverava e le diceva “ccù sti capiddi scigliati me pari Albino Crocamo". Ho trovato che nel giugno del 1866 faceva parte della banda Battagliese di Alfano, che dopo un inseguimento fu attaccata dai carabinieri sul promontorio di Palinuro, nella notte tra il 6 ed il 7 giugno, e, nello scontro a fuoco, Il capo banda Pietro Battagliese fu preso prigioniero mentre Albino Crocamo riuscì a fuggire precipitandosi in mare da un altissimo costone. La sua fuga era sembrata tanto rocambolesca che tutti lo credettero morto annegato. Invece era sopravvissuto e divenne lui il capo della banda residua. Nella seconda metà del 1866, dopo la conclusione della guerra vittoriosa contro l'impero austriaco, siccome era tramontata ogni possibilità che la dinastia borbonica potesse ritornare sul trono di Napoli e la colonizzazione del Sud era stata completata e consolidata con una capillare occupazione militare (giustificata con il pretesto - di fatto pretestuoso!!- della lotta al brigantaggio), il governo di Firenze decise di distruggere definitivamente le piccole bande residue ancora scorrazzanti nelle zone interne e, difatti, nella nostra zona (le montagne dei circondari di Vallo-Novi, Laurino- Piaggine e Laurito-Rofrano) il brigantaggio fu completamente sradicato già alla fine di Ottobre 1866. Le autorità civili e militari ricorsero ad ogni mezzo per raggiungere l'obiettivo. Fra l'altro, misero alle strette i proprietari che proteggevano i briganti e li costrinsero a collaborare con i militari, minacciando dure ritorsioni e sanzioni economiche; promisero riduzioni di pena per chi si presentasse spontaneamente, ricompensavano lautamente chi forniva informazioni utili ad individuare i rifugi di montagna o i nascondigli nei paesi. Ricorsero anche ad una misura particolare: favorire l'espatrio verso le Americhe per i capibanda che favorissero la consegna dei propri affiliati alle forze militari. Le autorità avevano stilato gli elenchi dei briganti, minutamente e con l'indicazione delle bande di appartenenza e dei paesi natii, aggiornando gli elenchi man mano che si procedeva agli arresti o alle uccisioni negli scontri a fuoco. Albino Crocamo risultava nei primi elenchi, ma in seguito non risultò in nessun elenco e si ipotizzava che fosse morto, senza che la sua morte fosse stata registrata. Come risulterà in seguito, Albino si era accordato con le autorità tramite la mediazione di don Raffaele Passarelli di Vallo e con il consenso del procuratore del Re presso il tribunale di Vallo, don Francesco Alario di Moio: avrebbe fatto presentare la banda ed in cambio avrebbe avuto un passaporto falso per espatriare con una somma di denaro per le spese di viaggio. Come prima abbiamo accennato, il Governo di Firenze, -all’epoca Capitale del Regno e quindi sede del Governo- pur di estirpare il fenomeno del brigantaggio, a cominciare dalla seconda metà del 1866, ricorse a tutti i mezzi pur di raggiungere in tempi brevi quest'obiettivo. Fra l'altro, servendosi della mediazione dei proprietari che, quando occorreva, utilizzavano i briganti come braccio armato sia per salvaguardare le proprietà e la vita propria e dei loro familiari dagli attentati o dai rapimenti a scopo di ricatto, sia per ridurre a miti consigli sottoposti riottosi o ribelli, promettevano premi e sconti di pena ai briganti che collaborassero con la Giustizia per favorire la cattura dei loro compagni. Per i capibanda che inducessero i loro affiliati a presentarsi alla Giustizia in cambio di sconti di pena, era previsto l'espatrio verso le Americhe con la fornitura di un passaporto falso e la somma di lire 2.000 per le spese di viaggio. La trattativa con Albino Crocamo, per convincerlo ad accettare una proposta di questo tipo fu condotta da don Raffaele Passarelli, allora il più ricco proprietario della zona e vero dominus della economia e della politica locale,, dietro incarico del procuratore del Re presso il Tribunale di Vallo don Francesco Alario di Moio della Civitella. L'accordo fu raggiunto. Albino convinse la banda a presentarsi e la presentazione avvenne una sera di ottobre presso il frantoio di S. Nicola di proprietà di don Raffaele Passarelli. La banda entrò nel frantoio attraverso la porticella secondaria, rivolta verso Novi, alla presenza dello stesso don Raffaele che rassicurò i briganti del rispetto degli accordi fatti. Albino Crocamo, ricevuto il passaporto falso e le 2.000 lire, si nascose in attesa di imbarcarsi per l'Uruguay la primavera successiva,, nel mese di Marzo del 1867, quando sarebbero ripresi gli imbarchi per l'America,, sospesi durante la stagione invernale.. Intanto le autorità militari, a cui era stato affidato il compito di distruggere il brigantaggio, lo cancellarono dagli elenchi dei latitanti con la motivazione che risultava ucciso. Venne l'epoca degli imbarchi (primavera del 1867) e Albino Crocamo si presentò alla Questura di Napoli per il visto sul passaporto che gli avrebbe consentito di partire per l'Uruguay. Ma ebbe la sfortuna di imbattersi in un individuo di Castellabate, che era stato condannato al domicilio coatto a Napoli ed ogni mattina si doveva recare in Questura a firmare per attestare la sua presenza. Questi lo riconobbe e, per intascare la taglia di lire 600 che veniva pagata a chiunque facesse catturare un brigante, lo denunziò. Fu verificato il passaporto che risulto falso e lo arrestarono. Il passaporto era stato rilasciato dal Sottoprefetto di Vallo,, la Questura di Napoli, quindi, scrisse al Sottoprefetto di Vallo, chiedendo spiegazioni su questo documento anomalo.. Il sottoprefetto, che aveva avuto parte nella stipulazione dell'accordo con Albino Crocamo ed aveva redatto il passaporto falso, immediatamente riscontrò la nota della Questura di Napoli, fornendo tutti i chiarimenti e raccomandando caldamente di non consegnare l'arrestato al ramo giudiziario, per evitare che l'accordo con il brigante venisse reso di pubblica evidenza. Alla lettera del Sottoprefetto fece seguito una nota dello stesso Procuratore del Re Francesco Alario, il quale, assumendosi tutta la responsabilità dell'operazione di accordo con il brigante, arrivava a minacciare le sue dimissioni se la Questura di Napoli avesse consegnato il Crocamo all'autorità Giudiziaria,, perché in tal caso sarebbero state compromesse altre trattative analoghe in via di definizione.. Sulla vicenda intervenne direttamente il Ministro dell'Interno di Firenze, avocando a sé la soluzione del cas. Fu da Firenze notificata al Crocamo una convocazione ad interve**re in un processo a Genova come testimone. Il brigante venne accompagnato a Genova da un agente della Questura di Napoli. Arrivati a Genova Albino Crocamo fu imbarcato su una nave che andava in Uruguay ed il questurino accompagnatore fece un rapporto al Ministero nel quale denunziava il fatto che il brigante era riuscito a sottrarsi alla sua vigilanza ed era scappato ed ogni ricerca di ricatturarlo era risultata inutile. E così si chiuse la vicenda, con Albino Crocamo emigrato in Uruguay. In Uruguay Albino Crocamo, tempo dopo, fu raggiunto dalla sua fidanzata Carmela di Polito, anche lei novese, con la quale contrasse matrimonio. Carmela di Polito rientrò in Italia due volte: nella prima venne per ve**re ad incassare la sua eredità, e fra i beni ereditari figurava anche una forgia;. la seconda volta, intorno al 1890, munita della procura del marito, venne a partecipare alla divisione dell'eredità del fu Giuseppe Crocamo, padre di Albino. Sempre intorno al 1890, un commerciate esportatore di vino di Pellare, un certo Ruggiero, sposò in Uruguay la figlia di Albino di nome Carolina (come la mamma di Albino che si chiamava Carolina Filpi). Carolina se ne venne con il marito a Pellare, dove è morta nel 1942. Un nipote, Bartolomeo Ruggiero, ha fatto il costruttore a Vallo. Un altro nipote di Carolina era il giudice Carlo Ruggiero, che, da pensionato, se ne venne a Vallo e vi ha passato gli ultimi suoi anni insieme alla moglie (che era stretta parente del prof. Luigi Rossi).
Peppino Palladino