Club del Disco Nero

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di Roberto Zecchini L’8 settembre 1949 moriva Richard Strauss.Ogni volta che penso a lui, penso a quell’arrampicata del ...
08/09/2026

di Roberto Zecchini
L’8 settembre 1949 moriva Richard Strauss.
Ogni volta che penso a lui, penso a quell’arrampicata del clarinetto piccolo nel “Till Eulenspiegels lustige Streiche”: Till che sale i gradini del patibolo. E poi la discesa. Poche battute, quasi una smorfia davanti alla morte. Strauss riesce a conservare la sua ironia persino lì.
Poi penso ai “Vier letzte Lieder”. Ed è un altro Strauss, o forse è sempre lo stesso, arrivato alla fine: “Im Abendrot” due persone anziane camminano insieme, dopo aver attraversato gioia e dolore. Davanti a loro scende la sera. ("Ist dies etwa der Tod?" È forse questa la morte?). E la musica continua dove le parole non possono più arrivare.
A venticinque anni, Strauss aveva composto “Tod und Verklärung”, “Morte e trasfigurazione”, immaginando gli ultimi istanti di un uomo. Poco prima di morire disse: «Morire è esattamente come io l'ho composto in “Morte e trasfigurazione”».
Stasera cercherò di trovare un po' di tempo e riascolterò i “Vier letzte Lieder”, nientepopodimeno che sul disco autografato dalla Schwarzkopf. So già cosa succederà quando arriverà “Im Abendrot”, che ho avuto anche la fortuna di suonare, anni fa. Pelle d’oca.
E va bene così.

A curious correspondence between the Second Symphony and Ich bin der Welt abhanden gekommen.A curious correspondence bet...
06/09/2026

A curious correspondence between the Second Symphony and Ich bin der Welt abhanden gekommen.
A curious correspondence between the Second Symphony and Ich bin der Welt abhanden gekommen.

In the “Resurrection”, Mahler begins with death itself: the death of others, the death of the individual, and ultimately the question of what may lie beyond it. The final movement took shape after Hans von Bülow’s funeral in 1894, when Mahler heard Klopstock’s Aufersteh’n. He later described the experience as a kind of revelation.

Seven years later, with Rückert, death has become something quite different:
“Denn wirklich bin ich gestorben der Welt”
“For truly, I have died to the world.”
This is no longer the resurrection of the dead, but a withdrawal from the noise and demands of the world, leading to another kind of existence: “Ich leb’ allein in meinem Himmel, in meinem Lieben, in meinem Lied.” Mahler’s manuscript is dated 16 August 1901, and the song belongs to a remarkably intimate period of his work.
Perhaps the deepest link is therefore not musical, nor necessarily intentional, but psychological and spiritual:
In the Second, dying makes resurrection possible. In the Rückert song, dying to the world makes another form of life possible.
Two different answers to the same fundamental Mahlerian question: how can death become a transformation rather than an ending?
In 1894, the answer seems to be sought on a cosmic scale — resurrection, redemption, eternity. In 1901, it has become inward: solitude, love, and song as a private form of transcendence.

And there is something profoundly Mahlerian in this paradox: to find another kind of life, one must first be willing to die — if not to existence itself, then at least to the world as we know it.

I would not claim a conscious connection between the two works. But as two moments in Mahler’s spiritual and psychological landscape, the resonance is striking.

A benchmark interpretation with  naturally sprung rhythms, warm phrasing, and a joyful, glowing finale.
05/09/2026

A benchmark interpretation with naturally sprung rhythms, warm phrasing, and a joyful, glowing finale.

Radio Classica la Radiio del Club del Disco Nero
04/09/2026

Radio Classica la Radiio del Club del Disco Nero

Radio Classica, il network radiofonico di Classeditori che, per la prima volta in Italia, offre un'alternanza di musica classica e notizie con aggiornamenti in diretta sui principali mercati finanziari.

Arturo Toscanini and Carlo Maria Giulini 🇮🇹
03/09/2026

Arturo Toscanini and Carlo Maria Giulini 🇮🇹

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30/08/2026

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Il Teatro alla Scala si unisce al cordoglio del mondo musicale per la scomparsa del maestro Antonino Fogliani. Il suo debutto alla Scala avviene nel 2003 con Ugo Conte di Parigi per il progetto giovani. Nel 2007 torna con i complessi del teatro di San Carlo di Napoli per Socrate immaginario di Paisiello, mentre nel 2008 dirige i complessi scaligeri in Maria Stuarda ancora di Donizetti con la regia di Pierluigi Pizzi e Mariella Devia e Anna Caterina Antonacci protagoniste.

di Gianluigi Iovane🖤 Johnny Cash: l’uomo che cantò dal bordo dell’abissoC’è chi nasce per la musica.  E poi c’è Johnny C...
30/08/2026

di Gianluigi Iovane

🖤 Johnny Cash: l’uomo che cantò dal bordo dell’abisso

C’è chi nasce per la musica.
E poi c’è Johnny Cash, che è nato per la verità.
Una verità ruvida, agricola, sporca di polvere dell’Arkansas e di dolore antico.

🌑 Le origini: povertà, fede, ferite
“Mi chiamo John R. Cash, ma il mondo mi ha conosciuto come Johnny.”
È il modo in cui cominciano le leggende: con un nome che cambia, ma con un destino che resta.

Nato nel 1932, figlio di mezzadri durante la Grande Depressione, Cash impara presto che la vita non fa sconti.
Nel 1944 perde suo fratello Jack in un incidente alla sega.
Quel taglio non è solo fisico: è un solco che gli rimarrà dentro per sempre, come una nota bassa che non smette mai di vibrare.

🎸 Le prime fughe: fabbriche, Germania, cinque dollari
Prima del mito, c’è il ragazzo che canta gospel, che lavora in una fabbrica di auto, che vola in Germania con l’Aeronautica.
Lì compra la sua prima chitarra per cinque dollari.
Cinque dollari per un destino.

🔥 Memphis, 1955: l’ingresso nel mito
Alla Sun Records nasce il suono di un uomo che non vuole piacere: vuole dire.
“Folsom Prison Blues”.
“I Walk the Line”.
La voce è già un marchio: scura, verticale, come una preghiera detta con i pugni chiusi.

Poi arriva “Ring of Fire”.
E con il fuoco arrivano i tour massacranti, trecento date l’anno, e le pillole che lo tengono sveglio mentre lo consumano.

🕯️ June Carter: la mano che lo riporta alla luce
Negli anni Sessanta Cash è un uomo che sta per spezzarsi.
Arresti, scandali, notti che sembrano non finire.
A salvarlo è June Carter, che nel 1968 diventa sua moglie e la sua ancora spirituale.

🔗 Folsom Prison: il concerto che non doveva funzionare
Davanti a duemila detenuti, Cash registra Johnny Cash at Folsom Prison.
L’industria discografica lo considera un azzardo.
In realtà è un rito.
Un uomo in nero che canta ai dimenticati, ai condannati, ai fantasmi della società.
Due Grammy.
Un ritorno che sembra una resurrezione.

L’anno dopo arriva San Quentin.
Poi The Johnny Cash Show, dove porta Bob Dylan, Joni Mitchell, e affronta il Vietnam, i nativi americani, le ferite dell’America.

💊 Le ricadute, la famiglia, la fede
La dipendenza torna nel 1978.
Cash cade di nuovo.
E di nuovo si rialza, grazie alla famiglia.
La fede non è un ornamento: è la sua ultima corda di chitarra.

🏆 Le consacrazioni
1980: Country Music Hall of Fame.
1992: Rock and Roll Hall of Fame.
1996: Kennedy Center Honor.
1999: Grammy alla carriera.
Sono medaglie, sì.
Ma Cash resta soprattutto un uomo che ha trasformato la sofferenza in una forma di musica.

⚰️ 12 settembre 2003 – Nashville
Johnny Cash muore.
Ma l’Uomo in Nero resta.
Resta nelle prigioni, nelle strade polverose, nelle voci di chi non ha voce.
Resta in ogni nota che non cerca la perfezione, ma la verità.

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🎧 Perché Johnny Cash è Club del Disco Nero
Perché pochi artisti hanno trasformato la caduta in un atto di verità musicale.
Cash non ha cantato nonostante il dolore.
Ha cantato attraverso il dolore.
E ogni volta che la sua voce entra in un giradischi, sembra che stia raccontando una confessione che non avevamo il coraggio di ascoltare.

di Claudio Ottaviano Sakuma è un personaggio così controverso che ogni audiofilo dovrebbe conoscerlo: rappresenta il lat...
30/08/2026

di Claudio Ottaviano

Sakuma è un personaggio così controverso che ogni audiofilo dovrebbe conoscerlo: rappresenta il lato imponderabile della nostra passione.
Susumu Sakuma: il monaco, il mago e il guastafeste dell’hi‑fi Ci sono tecnici. Ci sono ingegneri. E poi c’è Susumu Sakuma, che costruiva amplificatori come fossero preghiere meccaniche e li spiegava come poesie zen. Se gli chiedevi perché avesse messo una 300B a pilotare una 300B, rispondeva: “Perché il suono deve respirare.” E tu annuivi, perché come fai a contraddire uno così. Luce n.1 Il poeta delle valvole. Sakuma non progettava: componeva. Ogni circuito era un haiku saldato a mano. Ogni scelta sembrava uscita da un tempio più che da un laboratorio. Per lui l’amplificatore era un paesaggio, un viaggio, un’emozione. Una visione che ha fatto innamorare generazioni di appassionati. Ombra n.1 Il poeta… ma anche il provocatore. C’era l’altro lato: quello che incendiava i forum. Accoppiamenti improbabili, trasformatori enormi, teorie che sfidavano logica e pazienza. Sakuma era così: geniale e irritante nella stessa frase. Luce n.2 Il fascino dell’imperfezione. I suoi ampli non erano perfetti. Non volevano esserlo. Erano vivi, pieni di carattere e scelte che oggi nessun ingegnere approverebbe. E proprio per questo avevano un’anima. Chi li ascoltava parlava di “presenza”, “respiro”, “umanità”. Ombra n.2 Il culto del maestro. Intorno a Sakuma è nato un culto, con i suoi estremisti: quelli del “Sakuma‑style o niente”, quelli della 300B come risposta universale, quelli del “basta il cuore”. A volte, però, anche il cuore ha bisogno di elettroni ben gestiti. Luce n.3 L’uomo che ha reso l’hi‑fi una storia da raccontare. Sakuma ha trasformato l’hi‑fi in narrazione. In un mondo di grafici e numeri, lui riportava tutto alla poesia, al gesto, al rito. Un contributo enorme. Ombra n.3 Il confine sottile tra arte e follia. Alcune sue idee erano geniali. Altre… creative. Altre ancora semplicemente folli. Ma è lì che nasce il mito: nel confine tra intuizione e delirio, tra arte e ostinazione. Susumu Sakuma è stato luce e ombra, poesia e provocazione. Un uomo che ha diviso, ispirato e fatto discutere. E soprattutto: uno dei pochi che ha trasformato un amplificatore in una storia da raccontare.

di michele miranda𝐋𝐀 𝐏𝐔𝐍𝐓𝐈𝐍𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐋𝐄𝐆𝐆𝐄 𝐒𝐎𝐋𝐓𝐀𝐍𝐓𝐎: 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐏𝐑𝐄𝐓𝐀 𝐎𝐆𝐍𝐈 𝐄𝐑𝐑𝐎𝐑𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐆𝐄𝐎𝐌𝐄𝐓𝐑𝐈𝐀Nel vinile non esiste un contatto...
26/08/2026

di michele miranda

𝐋𝐀 𝐏𝐔𝐍𝐓𝐈𝐍𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐋𝐄𝐆𝐆𝐄 𝐒𝐎𝐋𝐓𝐀𝐍𝐓𝐎: 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐏𝐑𝐄𝐓𝐀 𝐎𝐆𝐍𝐈 𝐄𝐑𝐑𝐎𝐑𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐆𝐄𝐎𝐌𝐄𝐓𝐑𝐈𝐀

Nel vinile non esiste un contatto “approssimativo”.

La puntina lavora dentro un solco minuscolo. Per estrarre musica senza aggiungere distorsioni, deve incontrare quel solco con la geometria per cui testina e braccio sono stati progettati.

Quando l’assetto non è corretto, la testina non smette di suonare. Ma può tracciare con minore precisione: la voce perde fuoco, le sibilanti si induriscono, la scena si confonde e, nei casi più evidenti, aumenta la distorsione verso la fine del lato.

𝐈 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞.

𝟏. 𝐅𝐨𝐫𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚. È il punto di partenza. Va impostata nel campo indicato dal costruttore della testina, poi verificata con una bilancina affidabile. Troppo poca forza può favorire il mistracking; troppa può sovraccaricare la sospensione. Il valore corretto non è una leggenda audiofila: è il valore previsto dal progetto.

𝟐. 𝐀𝐥𝐥𝐢𝐧𝐞𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨. Overhang e orientamento della testina determinano come lo stilo percorre l’arco del braccio. Una dima non è un accessorio estetico: serve a ridurre l’errore di tracciamento lungo il disco. Nei bracci imperniati il compromesso è inevitabile; la qualità sta nello scegliere e applicare correttamente la geometria prevista per quel braccio.

𝟑. 𝐀𝐧𝐭𝐢𝐬𝐤𝐚𝐭𝐢𝐧𝐠. Durante la lettura si genera una forza laterale diretta verso il centro del disco. L’antiskating serve a compensarla in parte. Si parte dal manuale del braccio, non da una formula universale: il valore dipende dalla geometria, dalla testina e dal metodo di verifica.

𝟒. 𝐀𝐳𝐢𝐦𝐮𝐭𝐡. È l’inclinazione laterale dello stilo rispetto alle due pareti del solco. Se è errato, la separazione tra canali e la stabilità dell’immagine stereo possono risentirne. La regola seria è iniziare da una posizione meccanicamente neutra e, se il braccio lo consente, rifinire con strumenti o disco test; non inseguire numeri a scapito della corretta verticalità dello stilo.

𝟓. 𝐕𝐓𝐀 𝐞 𝐒𝐑𝐀. Riguardano l’angolo con cui lo stilo entra nel solco. Sono parametri delicati e dipendono anche dallo spessore del disco. Se il braccio non prevede una regolazione sicura, non bisogna improvvisare. Un buon punto di partenza è seguire il manuale e mantenere l’assetto previsto dal costruttore.

La sequenza conta più dell’ansia da perfezione: piatto in bolla, stilo pulito, forza di lettura, allineamento, antiskating, azimuth e infine VTA/SRA solo se regolabili. Una modifica alla volta. Sempre.

Il vero obiettivo non è inseguire un suono artificiosamente spettacolare. È permettere alla testina di leggere il disco con stabilità, equilibrio e rispetto per il materiale inciso.

La geometria non aggiunge musica. Evita che il sistema ne perda una parte lungo la strada.

Il tuo giradischi è stato regolato con dima e bilancina, oppure ti sei fermato alle tacche del contrappeso? Raccontamelo nei commenti.

di Roberto Zecchini Il 25 agosto 1918 nasce Leonard Bernstein.Bernstein mi affascina per il suo modo di vivere la musica...
25/08/2026

di Roberto Zecchini

Il 25 agosto 1918 nasce Leonard Bernstein.
Bernstein mi affascina per il suo modo di vivere la musica senza compartimenti: dirige, compone, suona, insegna, racconta. Tutto appartiene allo stesso linguaggio.
È forse l'aspetto che sento più vicino. La musica non finisce nello strumento, sul podio o dentro una partitura. Passa attraverso il corpo, l'esperienza, il carattere di chi la fa e diventa inevitabilmente un modo di comunicare.
Basta guardare Bernstein dirigere. È fisico, istintivo, a volte persino eccessivo, incapace di nascondersi dietro il gesto tecnico. Prima ancora di guidare l'orchestra, sembra attraversato lui stesso da ciò che sta suonando.
E mi piace moltissimo il Bernstein che parla di Beethoven ai ragazzi con la stessa serietà con cui affronta Mahler. Non abbassa mai la musica per renderla comprensibile: porta chi ascolta verso di lei. È una differenza enorme.
Forse è questo che continua a rendermelo così vicino: quella curiosità inesauribile, quel bisogno quasi fisico di capire la musica, farla e condividerla.
Perché una vita intera può non bastare per conoscerla. Ed è proprio questo il bello.

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