16/05/2026
L'illusione del lavoro di cura: se l'altruismo diventa sfruttamento
di Corrado Gabriele
C'è un filo rosso che lega la solitudine di un anziano non autosufficiente, le fatiche di una famiglia con un figlio disabile e le dimissioni di massa di infermieri ed educatori. Quel filo si chiama lavoro di cura, un pilastro fondamentale del nostro welfare che in Italia, ormai da anni, sta scricchiolando fino quasi a crollare. La verità, cruda ma innegabile, emerge da una dettagliata inchiesta pubblicata da Vita, il mensile che da oltre trent'anni fotografa il mondo dell'attivismo civico e del terzo settore: fare lavoro di cura, oggi, non conviene più.
Il sistema socio-sanitario italiano si regge su un paradosso drammatico. Da un lato si invoca la centralità della persona, dall'altro si gestisce il welfare con rigide logiche di bilancio e di risparmio esasperato. Nei bandi pubblici si premiano i ribassi d'asta, si finanziano i progetti a termine ma ci si dimentica di finanziare le persone. Il risultato? Stipendi inadeguati, turni massacranti e condizioni di lavoro semplicemente insostenibili. Le passioni, i talenti e lo straordinario coraggio di chi sceglie di dedicare la propria vita agli altri vengono costantemente umiliati.
La carenza di professionisti non è una percezione, ma un'emergenza quantificabile. Una crisi strutturale che vede i giovani fuggire da queste professioni e chi ci è già dentro abbandonarle per eccesso di solitudine e promesse mancate.
In Italia mancano all'appello ben 100.000 infermieri. Nel frattempo, circa 30.000 infermieri italiani hanno scelto di emigrare all'estero, attratti da retribuzioni dignitose e da un maggiore riconoscimento sociale. Per tamponare l'emorragia, il sistema importa professionisti da Romania, Albania, India e Polonia.
Gli educatori laureati in Italia sono 280.000, ma ne servirebbero almeno 35.000 in più. I concorsi pubblici restano deserti. Il motivo è drammaticamente semplice: lo stipendio di un educatore, in molti casi, sfiora il paradosso di essere simile agli assegni di assistenza delle persone che ha in carico.
E poi c’è il fenomeno odioso del dumping contrattuale: esistono "dettagli" contrattuali che gridano vendetta, come il caso degli operatori che passano la notte nelle strutture d'accoglienza: se non intervengono per un'emergenza, quelle ore di sonno sul posto di lavoro non vengono pagate. Diventano così una "specie rara", introvabile.
Dalla scuola alla sanità il prezzo che si paga per i tagli investe l'intero comparto pubblico e formativo.
In Italia lo stipendio di un insegnante è mediamente del 18% inferiore rispetto a quello dei colleghi europei. Non solo: le disparità sono interne al sistema stesso, con i maestri della scuola primaria che, a fine carriera, percepiscono ben 10.000 euro all'anno in meno rispetto ai colleghi delle scuole secondarie, a parità di titolo di studio (laurea).
Quando la politica decide i bilanci dello Stato, i tagli alla sanità e al sociale sono storicamente i primi a essere sacrificati. Ma i tagli alla spesa pubblica non sono numeri neutri su un foglio di calcolo: si traducono immediatamente in servizi negati.
Il prezzo più alto di questa miopia politica non lo pagano i burocrati, ma i soggetti più fragili della nostra comunità. Sono gli anziani, i malati cronici, le persone con disabilità e le loro famiglie che il Servizio Sanitario Nazionale non riesce più a raggiungere.
Occorre cambiare decisamente logica prima che sia tardi, parlare di cura oggi avere il coraggio di guardare in faccia questa realtà.
Non si può fare retorica sugli "eroi" della sanità o del sociale se poi quegli stessi eroi non riescono a pagare l'affitto. Un Paese che non investe su chi si prende cura degli altri è un Paese che rinuncia al proprio futuro e alla propria umanità. Finché welfare e istruzione saranno considerati un costo da sforbiciare e non l'investimento più prezioso per la tenuta sociale, la fuga dal lavoro di cura continuerà. E a restare soli saremo noi, tutti, fragili e meno fragili.