05/06/2026
Il caporalato e l’indifferenza uccidono.
Quando, qualche anno fa, il British Medical Journal pubblicava un articolo sulle patologie che colpiscono chi lavora in agricoltura in condizioni di sfruttamento, parlava di disidratazione, dolori articolari, polmoniti, bronchiti, malattie virali. Malattie che proliferano quando le condizioni igienico-sanitarie sono scarse, quando si lavora per ore sotto il sole, quando si vive in dieci in pochi metri quadri, condividendo un solo bagno, spesso in abitazioni di fortuna, senza acqua corrente.
Fuori da quel report, però, restano le persone uccise quando chiedono che i propri diritti vengano rispettati.
Come i braccianti uccisi brutalmente ad Amendolara, come Satnam Singh, morto nel 2024 dopo essere stato abbandonato per strada dal datore di lavoro con un braccio amputato; come le persone morte a causa del freddo, dei roghi accidentali causati da stufe improvvisate negli insediamenti informali e nei ghetti — come è accaduto nelle baraccopoli di Foggia o di San Ferdinando — dove migliaia di braccianti sono costretti a vivere senza acqua né elettricità.
Di solito, a vivere — e a morire — in questo modo sono persone straniere, pagate molto meno di 20 euro al giorno per lavorare in condizioni disumane. Persone che permettono a tutte e tutti noi di comprare la frutta e la verdura che portiamo ogni giorno sulle nostre tavole.
Queste sono le storie che ascoltiamo ogni giorno, nei nostri sportelli e nei nostri centri di accoglienza. Ma tantissime altre storie non abbiamo avuto modo di ascoltarle. E non le ascolteremo mai, perché è impossibile intercettare tutte le persone sfruttate; soprattutto quando non parlano italiano, non hanno accesso ai servizi, non conoscono i propri diritti o vivono sotto il ricatto di chi loro stessi chiamano “padrone”, una parola che restituisce con brutalità il modo in cui il lavoro nei campi, nel nostro Paese, viene percepito da chi lo rende possibile: un lavoro in cui qualcuno sembra poter “possedere” qualcun altro.
Grazie ai servizi che gestiamo proviamo a fornire assistenza legale e psicologica, insegnare l’italiano, orientare e accompagnare i lavoratori e le lavoratrici agricoli in percorsi di fuoriuscita dal caporalato. Eppure, anche mettendo in campo tutto l’impegno e tutte le risorse possibili, sappiamo bene che una società giusta è una società in cui lo sfruttamento lavorativo non esiste, e non è neanche un fenomeno da gestire. Una società in cui le persone hanno il diritto di spostarsi per cercare una vita migliore senza rischiare di morire in mare. Una società in cui lo Stato tutela chiunque sia qui per lavorare, vivere, contribuire al miglioramento della propria vita e di quella degli altri.
La strage di Amendolara non è un evento isolato. È la punta di un iceberg fatto di abusi, di un sistema di produzione agricola non abbastanza controllato, di leggi non applicate, di assenza dello Stato e delle istituzioni nei luoghi di lavoro. Soprattutto quando i luoghi di lavoro sono i campi del Sud Italia, e soprattutto quando i lavoratori e le lavoratrici sono stranieri.