19/08/2026
AGOSTO. Un mese che dovrebbe profumare di vacanze, libertà e leggerezza.
E invece, ancora una volta, ci costringe a fermarci.
Non voglio aggiungere l’ennesimo elenco ☑️ di nomi a una lista che non dovrebbe esistere.
Voglio piuttosto chiedermi, e chiedere a tutti noi: quante volte ancora una donna dovrà denunciare, chiedere aiuto, avere paura, prima che quella paura venga presa davvero sul serio?
Perché, se proviamo a guardare una cartina dell’Italia, ci accorgiamo che la violenza non ha un luogo preciso. Da Nord a Sud, i territori cambiano, le storie cambiano, ma il dramma si ripete.
In questo agosto la cronaca ci porta da Camponogara, nel Veneziano, a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano, fino a Colleferro, alle porte di Roma. Comunità diverse, territori lontani, storie differenti. Eppure, ancora una volta, donne uccise da uomini che facevano parte della loro vita.
Ma c’è una storia, quella di Tania Terrin, sulla quale voglio fermarmi. Tania aveva denunciato. Aveva chiesto aiuto.
… le parole di sua madre, Marinella Forner: «Ai carabinieri chiedo di dire alle donne che denunciano che si facciano la valigia, che lascino tutto, la casa e il lavoro e che spariscano.» Parole che fanno male. Ma soprattutto parole che dobbiamo avere il coraggio di ascoltare.
È davvero questo che chiediamo a una donna per poter tornare a vivere?
Dopo una ☑️denuncia, una ☑️querela, un ☑️ammonimento, un ☑️allontanamento… cosa deve ancora fare una donna per riavere semplicemente la propria vita?
Deve lasciare la propria casa? Il proprio lavoro?
Il proprio territorio? Deve essere lei a sparire?
NO!
Una donna che denuncia non dovrebbe essere costretta ad abbandonare la propria vita. Dovrebbe essere messa nelle condizioni di riprenderla.
La protezione deve essere concreta, tempestiva e continuativa. Perché denunciare deve essere l’inizio della protezione, non l’inizio di una nuova vita fatta di rinunce, paura e solitudine.
E allora la domanda non può essere soltanto:
“Perché non ha denunciato?”
Dobbiamo avere il coraggio di chiederci anche:
“Cosa siamo stati capaci di fare dopo che ha denunciato?”
Perché una donna non deve diventare un numero per ricordarci che avevamo un problema.
Come rappresentante delle Pari Opportunità, credo che la nostra responsabilità sia anche questa: non limitarci a contare le vittime quando ormai è troppo tardi, ma contribuire a costruire una rete capace di riconoscere i segnali, ascoltare, proteggere e intervenire prima. E per farlo dobbiamo partire anche dalla cultura, dalle cose apparentemente più semplici, persino dalle parole che utilizziamo ogni giorno.
➡️ Mia. Tua. Sua.
Sono aggettivi possessivi. Dire “mia moglie”, “la mia compagna” non significa, di per sé, possedere una persona. Ma possiamo comunque chiederci quanto il linguaggio possa influenzare il nostro modo di pensare le relazioni. Perché una compagna non è una persona che ci appartiene. È una persona che sceglie di camminare accanto a noi.
Perché la violenza non comincia necessariamente con una mano che colpisce. A volte comincia molto prima: con l’idea che l’altro ci appartenga.
Ed è da qui che deve partire anche una vera campagna culturale: dalle parole, dai modelli che trasmettiamo ai nostri ragazzi, dal modo in cui insegniamo a vivere le relazioni e a rispettare la libertà dell’altro. Dobbiamo imparare a riconoscere i segnali, ma soprattutto a prevenire la cultura che li alimenta.
Perché la violenza non ha una geografia.
Cambiano i luoghi. Cambiano le storie.
Ma non possiamo permettere che cambi il destino.
🟣 Il tuo NO diventa NOI.