19/06/2026
🔖📚 𝗜𝗹 𝗽𝗮𝘂𝗽𝗲𝗿𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹'𝗢𝘁𝘁𝗼𝗰𝗲𝗻𝘁𝗼: 𝘂𝗻'𝗶𝗻𝗱𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝘀𝘂𝗴𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗶, 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗶 𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝗥𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗗𝘂𝗲 𝗦𝗶𝗰𝗶𝗹𝗶𝗲 (Parte II)
Come abbiamo visto nel post della Parte I, tra le misure adottate a metà Ottocento, sia nel Regno delle Due Sicilie che negli altri Stati Italiani, per combattere la piaga del pauperismo vi erano le Scuole Gratuite Primarie, i Monti Frumentari e la divisione tra poveri dei Demani comunali, cioè delle terre comuni. Misure che, a giudizio di Giambattista Cely-Colaianni, autore del saggio 𝘊𝘰𝘯𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘶𝘭 𝘱𝘢𝘶𝘱𝘦𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰*, pur essendo adeguate non erano state applicate in modo efficace, con la conseguenza che la povertà, sebbene diminuita, era ancora un fenomeno di vaste proporzioni.
I motivi per cui tali istituti non avevano funzionato, secondo l’autore, erano molteplici: le Scuole Primarie erano spesso rette da istitutori incapaci e non sufficientemente preparati e venivano, pertanto, disertate da chi avrebbe dovuto frequentarle.
Quanto ai Monti Frumentari, oltre alla «mala opera avverata spessamente che il grano di tali pie istituzioni venga furbescamente condiviso tra gli Agenti stessi del Monte, tra le famiglie e gli assequi di costoro», una delle ragioni per cui il colono povero non aveva alcun tornaconto da questo strumento era che doveva trovare un garante che si obbligasse a pagare per lui qualora, alla scadenza stabilita, non restituisse al pio stabilimento il grano preso a prestito. L’occasione, 𝘤̧𝘢 𝘷𝘢 𝘴𝘢𝘯𝘴 𝘥𝘪𝘳𝘦, era ghiotta per gli usurai: «perocché la famiglia usuraria si proffere a far tali garenzie» spiega Cely-Colaianni «ma esige per ogni tre tomola di genere la terza parte per suo compenso, cioè uno su tre tomola per le quali garentisce il colono».
Senza contare che i coloni, «padroni di campicelli», erano mal visti dai grandi proprietari terrieri poiché rappresentavano braccianti che si sottraevano al lavoro nei campi e che facevano, di conseguenza, aumentare il costo della manodopera per penuria di lavoratori.
Per quel che riguarda la divisione dei Demani comunali, l’autore racconta che le terre distribuite ai poveri erano nettamente inferiori a quelle usurpate dai ricchi e che, quand’anche i poveri ne entravano in possesso, spesso le rivendevano dopo poco ai proprietari confinanti per «qualche tomolo di legumi o granaglia». I coloni, quindi, restavano poveri e i latifondisti accrescevano le già vaste tenute accaparrandosi le quote demaniali. Una pratica, questa, diffusa sin dai tempi dei Romani, quando i ricchi accrescevano i loro monopoli terrieri usando dei prestanome. E come a quel tempo fu emanata una legge che proibiva di possedere più di cinquecento iugeri di terreno, così nell’Ottocento i vari Stati vietarono ai coloni l’alienazione della propria quota prima del decorso di un certo numero di anni. Ma, fatta la legge, trovato l’inganno: «come al fatto di Roma per mezzo di suppositizi nomi i diviziosi sono ora i domini di fatto, i proletari di voce sulle terre demaniali».
Qual era, dunque, la soluzione secondo Cely-Colaianni? L’autore scarta istituzioni quali le Casse di Risparmio o i Monti di Pegno, che ritiene utili solo per il soccorso immediato ai poveri e prive di una visione strutturale. Scarta anche le teorie economiche di Smith, McCulloch, Ricardo e Say sulle «macchine» le quali, risparmiando braccia umane, ridurrebbero il prezzo dei prodotti e consentirebbero maggiore facilità ad acquistarli, generando una diffusa agiatezza: «ma le macchine in generale» sostiene l’autore «quasi tutte àn per iscopo fabbricazioni di oggetti di lusso, dappoichè, e ciò è a comune notizia, le classi ultime nelle Provincie veston di panno lavorato nelle famiglie, ordito colle lane filate fra domestici lari, e quindi mentre i ricchi, che degli oggetti di lusso sovra ogni altro fanno uso» spenderebbero di meno, i poveri - per nulla avvantaggiati dal progresso delle macchine – si vedrebbero per giunta privati del lavoro.
Tralasciando tutte le «poetiche visioni e l’utopie di menti creatrici che sognarono riformare e ricostruire l’edifizio sociale», Cely-Colaianni torna sulle tre misure governative descritte all’inizio, ovvero le Scuole Primarie, la divisione delle terre demaniali e i Monti Frumentari, considerate le uniche adatte a sradicare la povertà in modo strutturale e bisognose solo di essere rese realmente efficaci.
Per questo motivo, propone un potenziamento delle Scuole Gratuite Primarie con corsi che stimolino le qualità fisiche e morali della persona, impartendo l’insegnamento della religione e della morale, dei doveri verso la famiglia e la società, della storia naturale e dell’astronomia, dell’agricoltura e delle arti e dei mestieri, della geometria, del disegno e della meccanica.
Per migliorare i Monti Frumentari, l’autore sostiene che sarebbe necessario mettere alla loro guida Amministratori onesti e istruiti. Inoltre, sarebbe preferibile favorire il decentramento di questi istituti, affidandone la gestione ad Amministratori Distrettuali poiché questi, stando sul posto, avrebbero una conoscenza più approfondita della situazione locale. In ultimo, andrebbero stabilite regole precise per la distribuzione del grano ai coloni, per il controllo dei loro adempimenti, per il ritiro del raccolto e previste ammende e interdizione dalle cariche pubbliche per gli Amministratori infedeli.
La divisione delle terre demaniali era, per Cely-Colaianni, la questione più spinosa: sebbene, infatti, la legge vietasse i «Maioraschi» (istituto giuridico utilizzato per conservare l’integrità del patrimonio familiare nel corso delle generazioni, trasmettendo a un solo erede, in genere il primogenito, il patrimonio), ancora a metà dell’Ottocento «vedesi in talune grandi famiglie eternizzata la proprietà in alcune Province».
Se vi erano ragioni plausibili per tutelare la stabilità dei capitali e della proprietà privati, quali la loro destinazione ad attività imprenditoriali, commerci, beneficenza pubblica e privata, pubblica istruzione o anche semplicemente soccorsi familiari, secondo l’autore si sarebbe dovuto parimenti sostenere la stabilità, e dunque l’inalienabilità, delle terre demaniali date ai poveri: il Governo sarebbe rimasto «padrone diretto in perpetuo» e il colono e i suoi discendenti «padroni utili». Questa soluzione, a suo avviso, avrebbe posto un freno all’avidità dei grandi possidenti che, pur avendo tenute estesissime, continuavano a impadronirsi dei terreni destinati ai poveri.
* Il saggio, edito dallo Stabilimento Tipografico di Giuseppe Cataneo, Napoli, 1856, è dedicato a D. Ludovico Bianchini, economista, storico, politico e avvocato napoletano, Ministro dell’Interno all’epoca in cui Cely-Colaianni scrive. Il volume proviene dalla Biblioteca “Donato d’Acunto” di Opera Purgatorio ad Arco E.T.S. - Ente Filantropico, settore Miscellanea curato da Giuliana Albano, socia dell’Associazione Amici degli Archivi onlus.