04/03/2026
Le bellissime parole che il Prof. Luigi (Gigi) Spina ci ha regalato ieri in occasione della mattinata di studi❤️
Alle soglie della modernità: storie di confini, sconfinamenti e nuove identità
Fondazione Banco di Napoli, 3 marzo 2026
I confini del linguaggio, ovvero l’opus continuum del pensiero critico
Intervento di Luigi (Gigi) Spina
«L’Arte cammina sempre», si legge alla fine dell’esergo del Catalogo curato da Selene Salvi, un aforisma di Francesco Netti, che certo non conobbe limiti ai suoi viaggi nel mondo in pieno Ottocento. Con coraggio, il collettivo che ci ha invitati a questo incontro si è definito Opus continuum, un agire che non si ferma, che lavora senza soluzioni di continuità.
Ha scelto per questo il tema del limen, della soglia, del confine per la mattinata di studi?
Perché anche il continuum ha bisogno di tappe per non esaurire, come diceva qualcuno una volta, la spinta propulsiva?
Tappe per ripartire con nuova passione, starei per dire con nuova virtute e canoscenza?
La risposta, in tutti e tre casi, mi pare debba essere: sì.
Per questo mi sono permesso di superare la soglia del mio intervento definito dal titolo che trovate nella locandina. Ho aggiunto un sottotitolo: l’opus continuum del pensiero critico. In qualche modo parlare dei confini del linguaggio è stata una tappa,
ispirata dall’invito di Selene. Ma questo era ieri, ed è leggibile nel Catalogo. Quell’articolo è stata una sosta benefica, scelta come una sorta di autolimitazione, ma solo per ripartire più motivato.
Quello, in fondo, che fece e non fece allo stesso tempo Odisseo nell’incontro con le Sirene. Si limitò, volle ascoltare ma ebbe paura di fermarsi, fidandosi delle parole di Circe, che l’aveva messo in guardia dal canto delle Sirene, capace di far perdere il controllo di sé, capace di irretire fino alla consunzione.
Era reale quel pericolo? Odisseo non poté mai saperlo, perché il combinato disposto di cera e corde gli impedì di accostarsi al prato fiorito.
Tentò di sperimentarlo, invece, Bute, il meno noto degli Argonauti, che si tuffò dalla nave Argo proprio mentre Orfeo con la sua cetra sovrastava il suono (non il canto) delle sirene, suono contro suono. Ma anche in quel caso intervenne una dea, Afrodite, che fermò Bute prima che sperimentasse la reale consistenza del pericolo.
Per questo ho definito coraggioso l’Opus continuum, perché vuole ogni volta, li conosco da qualche anno, sperimentare il nuovo, senza temere i possibili contraccolpi che magari qualcuno prospetta. Ed è sempre pronto a ripartire, facendo un bilancio e
cercando nuovi porti.
Una volta partecipai a una specie di concorso indetto dal Sole24ore; si trattava di indovinare quale ossimoro davvero originale sarebbe piaciuto a Giuseppe Pontiggia, che scriveva, prima della morte, eravamo agli inizi del 2000, sulle pagine del
supplemento domenicale. Mi balenò un nesso che forse nessuno aveva mai sentito come contraddittorio, perché viene ripetuto senza problemi da milioni di persone: la vita eterna.
Ma prima qualche parola sull’ossimoro. Ecco un esempio di una linea di confine che sembra separare, non avendo nulla in comune le due parole che lo compongono, separare come due Stati ciascuno con le proprie regole, leggi semantiche, definizioni,
appunto. Eppure basta poco a mescolarle, a trovare proprio in quell’ibrido una nuova forza comunicativa, qualcosa che inizialmente spiazza – ecco un’altra immagine di confine: la piazza è mia, la piazza è mia, ricordate Nuovo Cinema Paradiso?; come a dire : se vuoi una piazza, sceglitene un’altra. Ma dopo lo spiazzamento, ecco la conciliazione: le due parole definiscono un nuovo orizzonte di senso, che arricchisce la comunicazione. Orizzonte, copio e incollo solo questo dal mio contributo al Catalogo: l’orizzonte è un confine sempre in movimento, variabile a seconda del punto di osservazione, anche se dalle caratteristiche univoche. Vi ricordo “l’ultimo orizzonte” di Leopardi, non percepibile per intero per via della siepe. Ma anche una divertente definizione cinematografica attribuita a John Ford nel film I Fablemans di Steven Spielberg (USA 2022): “When the horizon is at the bottom, it’s interesting; when the horizon is at the top it’s interesting; when the horizon is in the middle, it’s boring as sh*t”. Ricordiamo che il giovane aspirante regista protagonista del film sta descrivendo a Ford dei quadri, non dei film!
Torno, dunque, alla vita eterna. La vita, per come la conosciamo, è scandita da due confini, da due soglie, una con cui comincia, una con cui finisce. Per immaginarla eterna bisogna dunque scardinarle entrambe, quelle soglie, forzando l’esperienza umana. E chi non compie questa operazione, chi non immagina un continuum
soprattutto nel dopo, accetta le due soglie come i veri grandi limina, entro i quali si possono sfidare e superare i confini minori, per così dire. Entro queste due soglie si giocano le nostre complesse identità, la possibilità di lasciare segni alle generazioni
successive, quelli sì capaci di continuare, scomparendo e riapparendo come in un percorso carsico. E questa mostra ne è una testimonianza. Questa è la grande forza del pensiero critico, che costruisce sempre fra passato e presente, guardando al futuro.
Sarà questa la vita eterna non ossimorica, la capacità di prevedere i ponti che colleghino con soglie inedite?
Una trentina di anni fa insieme ad alcuni amici e amiche (non tutti sono ancora fra noi) costruimmo un volume proposto da Lucio Saviani, dal titolo Limina coralia. Parodiavamo, nel titolo, i Minima moralia di Adorno, ma volevamo soprattutto dare voci diverse al senso del limite, del confine nei campi più vari in cui ce li troviamo davanti. Segnati come siamo dalle due soglie maggiori e ineluttabili, ciascuno/a sceglie il modo di leggere i limiti e i confini quotidiani, personali e collettivi, per farne oggetto di analisi critica, per decidere.
E possiamo farlo con le parole, con le immagini, con la musica, tutte arti apparentemente circoscritte da un rettangolo editoriale (volumi, spartiti, quadri), ma tutte capaci di superare i confini per lo stesso fatto di esistere in quanto limitate: nella ricezione, nella esecuzione. Eccola, l’arte che cammina sempre, verrebbe da dire, per una vita che si vorrebbe eterna, ma non per i singoli: solo in quanto corale, nello spazio e nel tempo.
Buona strada e buona vita, opus continuum!