05/04/2026
Ci sono mattine in cui scendi una scalinata napoletana e senti sotto i piedi il peso di tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. E pensi: qui erano stati stanziati fondi. Qui erano stati promessi interventi. Qui c’era chi, silenziosamente, passo dopo passo, aveva lavorato da volontario – perché quell’impegno si realizzasse.
Dieci anni fa.
Da allora i cantieri sono arrivati, sì, ma lentamente, timidamente, come ospiti ed invece non doveva essere così. E soprattutto – ed è questa la cosa che pesa di più – in dieci anni nessuno ha davvero messo mano al capitolo delle risorse. Nei bilanci pubblici, le scalinate spariscono come se non esistessero. Sparisce il verde urbano. Sparisce quella che ormai tutti amano chiamare la Napoli Verticale: duecento percorsi che non sono solo gradini, ma memoria, identità, tessuto connettivo vivo tra quartieri e persone.
Ma c’è qualcosa che pesa ancora di più della lentezza: il voltafaccia delle promesse fatte a chi si era fidato. Quando arrivarono i fondi, ci era stata promessa la progettazione partecipata. Un percorso condiviso, in cui le comunità avrebbero avuto voce su come trasformare gli spazi che abitano ogni giorno. Poi, per lanciare comunicati stampa a cose fatte, quella progettazione partecipata svanì. Arrivò allora una nuova promessa, il cantiere partecipato. Ma neanche questo è andato in porto. Due promesse, due silenzi. E chi aveva scelto di credere nelle promesse si è ritrovato, ancora una volta, spettatore di decisioni prese altrove.
E allora ecco il paradosso. E stato lanciato un comunicato istituzionale che annunciava, con toni trionfali, la pulizia della scalinata di Montesanto. Rifiuti rimossi, vegetazione infestante eliminata, la scala restituita al suo decoro. Un passo importante, si dice.
Mi fermo. Respiro. E mi chiedo: davvero stiamo festeggiando la pulizia ordinaria di una scalinata pubblica? Sì. Perché quando l’ordinario viene abbandonato abbastanza a lungo, il suo ritorno sembra straordinario. È la matematica dell’abbandono. Se non pulisci per mesi, per anni, allora quando qualcuno arriva finalmente con scope e attrezzature sembra quasi un evento. Ma non lo è. O non dovrebbe esserlo. Quel comunicato, più che celebrare un risultato, fotografa involontariamente il degrado che lo ha reso necessario. E fa male. Perché quella scalinata la attraversano ogni giorno cittadini, ragazzi, turisti che cercano la Napoli vera – quella che non sta nelle guide, ma nei gradini.
Ho camminato tante volte su quelle pietre. Ho imparato che una città si capisce dai suoi percorsi a piedi, dalla cura con cui tratta gli spazi di transizione, i luoghi di soglia tra un quartiere e l’altro. Le scalinate napoletane sono questo: soglie. E le soglie, se le lasci in abbandono, smettono di connettere e cominciano a separare.
Eppure qualcosa di straordinario è già accaduto, e viene troppo spesso omesso. Cittadini e associazioni riuniti nel Coordinamento Scale di Napoli hanno trasformato luoghi che molti temevano attraversare in un patrimonio vivo e riconosciuto. Il Festival delle Scale di Napoli, le rassegne “Tu scendi dalle scale” e “La Collina Gentile” non sono iniziative folkloristiche: sono atti di cura civica che hanno restituito dignità e frequentazione a percorsi abbandonati, costruendo un brand autentico che ha raggiunto le pagine del New York Times e di numerose testate nazionali e internazionali. Se le scale di Napoli sono oggi un simbolo, lo si deve prima di tutto alle Associazioni.
Per questo, con rispetto ma senza mezzi termini, chiedo a certi amministratori e ad alcuni politici: ricordatevi della Napoli verticale, non solo quando c’è da mandare un comunicato stampa. Ricordatevene quando scrivete un bilancio. Inserite una voce stabile, seria, adeguata per la manutenzione ordinaria e la valorizzazione straordinaria delle scalinate. Non lasciate che siano ancora una volta associazioni, volontari e cittadini a portare avanti un patrimonio che appartiene a tutti.
Dieci anni sono tanti. Troppi. Napoli, che sa essere paziente come poche città al mondo, non può aspettare altri dieci anni per vedere le proprie scale nei bilanci istituzionali.
Pubblicato Su GREENEWSDEAL MAGAZINE autore Carmine Maturo
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