05/09/2026
Il negazionismo identitario
Tutte le volte che un marciapiede viene occupato dall'inciviltà, che si produca una discarica abusiva per il centro città , che un cassonetto va a fuoco o che il codice della strada diventa un elemento opzionale, scatta un meccanismo perfettamente collaudato: la corsa al depistaggio morale.
La formula è collaudatissima e viene ripetuta a memoria da anni: se la città affoga nel disordine quotidiano, la colpa non è mai di chi lancia la spazzatura dal finestrino o di chi la città dovrebbe pulirla e governarla.
La colpa è sempre altrove.
È del 1861, dei criteri del PNRR, del complotto mediatico che vuole affossare il Mezzogiorno o del solito nemico esterno che non capisce la nostra "complessità".
È un gioco di prestigio tossico.
Si prende l'assenza di regole, la maleducazione dei singoli e il fallimento della gestione pubblica, e li si traveste da ferita storica o da incomprensione culturale.
Chiunque osi far notare che il rispetto della cosa pubblica parte prima di tutto dall'educazione dei cittadini viene immediatamente accusato di servilismo, di razzismo interiorizzato o di complicità con chi vuole denigrare la comunità.
Questo cortocircuito produce due danni devastanti:
Un salvagente per la classe politica locale: Se ogni disfunzione è causata da ingiustizie storiche o statali, i sindaci, gli assessori e i dirigenti locali non dovranno mai rendere conto della propria incapacità gestionale. Basta sventolare l'orgoglio ferito per cancellare ogni responsabilità amministrativa.
Una licenza di inciviltà per i singoli: Trasformare il degrado in una conseguenza inevitabile dell'oppressione esterna offre al cittadino peggiore una giustificazione morale per continuare a fregarsene del bene comune.
Così, mentre una certa intellighenzia si rifugia sotto lo scudo del riscatto simbolico e dei torti del passato, a pagare il conto sono i cittadini perbene.
Quelli che le tasse le pagano, le regole le rispettano e sono costretti a vivere in un caos quotidiano che qualcuno, con un intollerabile cinismo, si ostina persino a difendere per quella che possiamo definire la monetizzazione del riscatto identitario
il risvolto economico per la filiera di saggisti, opinionisti, conferenzieri e politicanti di professione che su questo paradigma hanno costruito intere carriere.
Attorno alla difesa dell'indifendibile è nato un vero e proprio mercato.
Libri e saggi che assolvono il territorio da ogni responsabilità e puntano il dito contro "i pregiudizi del Nord" garantiscono royalties, vendite di copie nei tour di presentazione, click sui social con centinaia di migliaia di visual e presenze fisse nei salotti televisivi.
La retorica dell'identità negata apre le porte a contributi per eventi culturali, patrocini, consulenze per la "valorizzazione della memoria" e incarichi politici retribuiti con soldi pubblici.
Si crea così un cortocircuito in cui chi lucra sull'alibi identitario ha un preciso interesse economico e politico a fare in modo che il problema non venga mai risolto.
Per questa classe dirigente e per gli intellettuali che le fanno da cassa di risonanza, l'inciviltà non è un dramma da debellare, ma la risorsa principale da coltivare.
finché la città affoga nel caos, loro continueranno a monetizzare il rancore e a incassare dividendi elettorali.
E alla fine Napoli non verrà mai assolutamente la luce.