Fatti di Napoletani perbene

Fatti di Napoletani perbene Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia è un delinquente. Bertolt Brecht. Pagina Antifascista.

Il negazionismo identitario Tutte le volte che un marciapiede viene occupato dall'inciviltà, che si produca una discaric...
05/09/2026

Il negazionismo identitario

Tutte le volte che un marciapiede viene occupato dall'inciviltà, che si produca una discarica abusiva per il centro città , che un cassonetto va a fuoco o che il codice della strada diventa un elemento opzionale, scatta un meccanismo perfettamente collaudato: la corsa al depistaggio morale.

La formula è collaudatissima e viene ripetuta a memoria da anni: se la città affoga nel disordine quotidiano, la colpa non è mai di chi lancia la spazzatura dal finestrino o di chi la città dovrebbe pulirla e governarla.

La colpa è sempre altrove.

È del 1861, dei criteri del PNRR, del complotto mediatico che vuole affossare il Mezzogiorno o del solito nemico esterno che non capisce la nostra "complessità".

È un gioco di prestigio tossico.

Si prende l'assenza di regole, la maleducazione dei singoli e il fallimento della gestione pubblica, e li si traveste da ferita storica o da incomprensione culturale.

Chiunque osi far notare che il rispetto della cosa pubblica parte prima di tutto dall'educazione dei cittadini viene immediatamente accusato di servilismo, di razzismo interiorizzato o di complicità con chi vuole denigrare la comunità.

Questo cortocircuito produce due danni devastanti:

Un salvagente per la classe politica locale: Se ogni disfunzione è causata da ingiustizie storiche o statali, i sindaci, gli assessori e i dirigenti locali non dovranno mai rendere conto della propria incapacità gestionale. Basta sventolare l'orgoglio ferito per cancellare ogni responsabilità amministrativa.

Una licenza di inciviltà per i singoli: Trasformare il degrado in una conseguenza inevitabile dell'oppressione esterna offre al cittadino peggiore una giustificazione morale per continuare a fregarsene del bene comune.

Così, mentre una certa intellighenzia si rifugia sotto lo scudo del riscatto simbolico e dei torti del passato, a pagare il conto sono i cittadini perbene.

Quelli che le tasse le pagano, le regole le rispettano e sono costretti a vivere in un caos quotidiano che qualcuno, con un intollerabile cinismo, si ostina persino a difendere per quella che possiamo definire la monetizzazione del riscatto identitario

il risvolto economico per la filiera di saggisti, opinionisti, conferenzieri e politicanti di professione che su questo paradigma hanno costruito intere carriere.

Attorno alla difesa dell'indifendibile è nato un vero e proprio mercato.

Libri e saggi che assolvono il territorio da ogni responsabilità e puntano il dito contro "i pregiudizi del Nord" garantiscono royalties, vendite di copie nei tour di presentazione, click sui social con centinaia di migliaia di visual e presenze fisse nei salotti televisivi.

La retorica dell'identità negata apre le porte a contributi per eventi culturali, patrocini, consulenze per la "valorizzazione della memoria" e incarichi politici retribuiti con soldi pubblici.

Si crea così un cortocircuito in cui chi lucra sull'alibi identitario ha un preciso interesse economico e politico a fare in modo che il problema non venga mai risolto.

Per questa classe dirigente e per gli intellettuali che le fanno da cassa di risonanza, l'inciviltà non è un dramma da debellare, ma la risorsa principale da coltivare.

finché la città affoga nel caos, loro continueranno a monetizzare il rancore e a incassare dividendi elettorali.

E alla fine Napoli non verrà mai assolutamente la luce.

Cari Fatti Napoletani Perbene, mentre Napoli brucia, cosa si può fare? Osservando la combustione della città viene la sp...
04/09/2026

Cari Fatti Napoletani Perbene,
mentre Napoli brucia, cosa si può fare?

Osservando la combustione della città viene la speranza che la “soluzione finale”, scritta dal sacco sancito di Napoli, può innescare fenomeni di Resistenza.

Che Napoli non sia un cantone svizzero, nonostante le brutali operazioni contro ogni forma di “sopravvivenza spontanea”, denota però due aspetti inconfutabili.

A) il feroce classismo delle nostre élite.
B) che dove ci sta una combustione, ci sta anche uno scarico, altrimenti si muore asfissiati. Il coma profondo delle intelligenze cittadine è come una pre-morte che fa da specchio alla agonica sopravvivenza degli Ultimi e dei Penultimi.

La combustione delle povertà, nel suo cronicizzarsi, ha sempre trovato meccanismi di allegria.

Un filo d’aria, per intenderci, che riuscisse a far fuori uscire i fumi sprigionati dalle alienazioni della fame. Per questo Napoli, pur avendo una feudale/parassitaria/chiusissima borghesia, è città aperta.

Perché la fame accumuna, condivide, non si gonfia, mentre lo strozzo delle classi dirigenti fa l’esatto contrario: accumula, concentra, si gonfia come una metastasi. Il conflitto hegeliano tra questi due mondi è andato avanti sino ai sinistri rosa confetto che pretendono di cannibalizzare del tutto identità e risorse della città.
Basta camminare sul cimiteriale lungomare, oppure dare una sbirciatina a Bagnoli o San Giovanni per intendere appieno che (bradisismo DOCET) per questo territorio non ci sta futuro.

Zone rosse, borghesizzazione snob degli spazi di margine o di agibilità esistenziale, lotta ai tarallari, lotta ai venditori, lotta ai vu cumprà…insomma una regia che vuole “normalizzare” una città da secoli anormale e vuole farlo senza mettere in campo nessun Welfare d’inclusione, oltre al tavolino da pingpong posto a Piazza Garibaldi.

Provate voi a spegnere un fuoco della cucina senza chiudere il gas: la fiamma scompare, vero, ma il gas continua a fuoriuscire.

Del resto se uno deve fare i lavori in casa e la ristrutturazione prevede anni di inagibilità due sono le soluzioni: si cambia casa per un periodo, oppure si fanno i lavori senza imporre la inabitabilità dell’appartamento.

Visto che non si possono deportare ad Ischitella milioni di napoletani residenti in città o nel suo acido hinterland, questa inagibilità circolare ci rende tutti oltre l’orlo di una crisi di nervi. Inoltre il volto della Napoli che verrà sarà quello di un mostro grigio, pacchiano, ambulatoriale ad uso e consumo, finché non si esaurirà anche questo triste flusso mestruale, di turisti smutandati.

Venditori di calzini a rate o schiavi nei lager delle logistiche, questo sarà il nostro dilemma.

Ieri ero in un bar con un gruppo di amici: tutti colti, benestanti ed informati.

Bene: tutti si lamentavano, tutti hanno però votato Manfredi e con intenzione di ri-votarlo.

Non si trattava di persone “intrallazzate” al sistema, né tanto meno di vannacciani travestiti da radical chic: semplicemente leggono come inevitabile la cancellazione della città, compreso l’invio a discarica sociale o ad emigrazione morbosa di una parte consistente di essa.

OPINIONE PERSONALE:
Costruire un’alternativa politica, attorno e attraverso la figura dell’ex sindaco de Magistris in questo non basta: lo scontro con i poteri sozzi è talmente impari che si rischia l’ennesima br**ta figura a continuare una opposizione estetica e poco coinvolgente. Dai salotti antagonisti, è storia, non escono voti, ma nemmeno militanze, consapevolezze, competenze: eserciti di riserva che si auto preparano alle eterne danze del trasformismo.
Bisogna “narrarsi”, attraversare e attraversarsi senza scuorno, senza esclusione: creare una nuova scrittura Resistente sulla città, fatta dal basso, da ciascuno di noi.

Grazie
Luca Musella

NOTA DELL 'ADMIN

Pur condividendo gran parte dell'analisi di Musella, ci dissociamo sulla necessità di trovare una sintesi sulla figura di De Magistris.
Da quel punto di vista crediamo che la città abbia già dato.

Condivisione nella sostanza delle analisi, ma assolutamente bisogna cercare una alternativa agli utlimi 15 anni.

La somma di tutte le autorizzazioni temporanee che negano i luoghi per più della metà di un anno andrebbe considerata il...
04/09/2026

La somma di tutte le autorizzazioni temporanee che negano i luoghi per più della metà di un anno andrebbe considerata illegittima.

Faccio un ragionamento semplice, valutando il tempo massimo previsto dalla norma per un'opera temporanea pari a 120/180 giorni a seconda dei casi (art.6 comma 1 lett.ebis DPR 380/2001+ Voce A.16 e A.17 dell'Allegato A del D.P.R. 31/2017).

Il codice dei beni culturali dispone i vincoli affinché l'interesse pubblico al godimento dei culturali sia preservato. Come può considerarsi preservato quando praticamente ogni settimana un evento nega ai cittadini la vista dei luoghi?

Il singolo evento sarà certamente in regola, ma la somma degli eventi produce un'illeggittimità.

Mi sono stufata di vedere le nostre piazze e strade storiche che sono state restaurate senza un albero o un filo d'erba con la scusa di preservare un'immagine storica presunta, in molti casi una scusa non veritiera come per il lungomare o come piazza Municipio, diventare il sito ormai fisso per mo***re fiere, palchi, di tutto e di più, di fatto negando quella stessa immagine storica usata come scusa per realizzare lande deserte e invivibili.

Basta.

Arch. Raffaella Forgione

pH Maurizio Minucci

Il borgo di Sant'Antonio resta una delle poche oasi in città dove è ancora possibile comprare frutta e verdura a buon pr...
04/09/2026

Il borgo di Sant'Antonio resta una delle poche oasi in città dove è ancora possibile comprare frutta e verdura a buon prezzo, una vera e propria ancora di salvezza per i cittadini.

Questi i prezzi del fruttivendolo dove vado ogni mattina , che mi consente di bypassare la follia della gdo.

E voi dove riuscite a fare la spesa in modo da rientrare nel vostro budget quotidiano ?

Nonostante il mese estivo Agosto la pagina non ha conosciuto un calo delle visual Ringrazio tutti per essere qua e per t...
03/09/2026

Nonostante il mese estivo Agosto la pagina non ha conosciuto un calo delle visual

Ringrazio tutti per essere qua e per trovare interessanti i temi proposti.

Mi chiedo una cosa , solo il 7% di chi legge e interagisce poi decide di seguire la pagina .

Mi sono sempre chiesto io perché

Se trovi interessanti gli approfondimenti proposti , non limitarti ad interagire , ma seguici

A te non cambia nulla, alla pagina da davvero una grande mano

Grazie !

03/09/2026

Il Governo sta rendendo inutili le targhe polacche, guidi una targa polacca in Italia ? Devi fare una assicurazione autorizzata ad operare in Italia.

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Par o frat ro c*zil rientro da quindici giorni di soggiorno in Catalogna, terra che conserva un'idea di comunità e di ri...
03/09/2026

Par o frat ro c*z

il rientro da quindici giorni di soggiorno in Catalogna, terra che conserva un'idea di comunità e di rispetto dello spazio pubblico che dalle nostre parti pare irrimediabilmente perduta, pone una questione antropologica prima ancora che logistica. Ritornare alla cosiddetta normalità quotidiana della nostra città è un esercizio di faticosa, e direi persino umiliante, resistenza.

Quando si proviene da un contesto in cui la precedenza al pedone è un fatto culturale spontaneo, le rotatorie non sono intese come un'arena gladiatoria e i sensi unici vengono persino rispettati, l'impatto con la rozzezza nostrana diventa insostenibile. E l'aspetto più grave, se vogliamo, è la totale perdita di motivazione nel volersi ancora riadattare a questo stato di degrado civile.

Prendiamo l'episodio di questa mattina.

Attraverso sulle strisce pedonali rialzate.

Giunge un'automobile il cui conducente, un signore sulla cinquantina, palesemente sprovvisto delle basi elementari dell'educazione civica, non ipotizza neppure di rallentare, fermandosi con arroganza a metà della carreggiata pedonale.

Al che gli ho rivolto un rilievo di pura evidenza: «Ma lei le strisce non le vede proprio?».

L'individuo ha abbassato il finestrino esibendosi in un'invettiva vocale di spiccata eleganza dialettale: «CHE RE, NAGG CAPIT BUON, PAR O FRAT RO CAZZ».

Un repertorio di minacce e auspici nefasti per la mia salute, mentre la consorte, dal sedile passeggero, cercava con scarso successo di contenerne la foga.

Un tempo mi sarei fermato.

Avrei replicato, esercitando quel minimo di ironia socratica che solitamente infastidisce gli interlocutori meno dotati.

Oggi no. Difetto totalmente di passione per queste schermaglie. Mi sono limitato a un sorriso di commiserazione e ho proseguito per la mia strada.

Semplicemente, non ne vale la pena.

Nel 1834 Giacomo Leopardi definiva i miei conterranei «degnissimi di spagnuoli e di forche».

A distanza di quasi due secoli, devo constatare con un certo rammarico che l'analisi del recanatese pecca, semmai, di un eccesso di indulgenza.

IL COMUNE DI NAPOLI HA ABBANDONATO 30 CANI IN MEZZO ALLA STRADA.Mentre ti scrivo c'è una vecchia ciotola di plastica gia...
03/09/2026

IL COMUNE DI NAPOLI HA ABBANDONATO 30 CANI IN MEZZO ALLA STRADA.

Mentre ti scrivo c'è una vecchia ciotola di plastica gialla consumata nella periferia di Napoli.

Non vale un c***o, se la capovolgi, sul fondo c'è ancora l'etichetta scolorita del discount: un euro e cinquanta centesimi.

Non vale un c***o. Eppure per Rocky, un bastardino di 13 anni, rappresentava il mondo. La sopravvivenza.

Dentro c'era una volta un dito d'acqua tiepida.
Un altra volta delle frattaglie.
Qualche volta delle crocchette.

Dipende da quanti soldi c'erano in quel momento. Da quanti volontari lavoravano. Da quanto generose erano state le persone quel mese.

Funzionava così nel rifugio "La Fenice". Ognuno si rimboccava le maniche, perché lì dentro - uomini e cani - in fondo erano tutti la stessa cosa: meravigliosi animali.

Mani lunghe e nasi umidi. Tutto qui.

Ti pare poco?
L'11 agosto, mentre mezza città caricava i trolley e cercava un parcheggio al mare, dal Comune di Napoli è partito un foglio.

Una notifica amministrativa, di quelle stampate con l'inchiostro freddo dei toner delle stampanti.

C'è scritto che l'associazione La Fenice deve lasciare l'area "libera e vuota da persone e cose".
Venti giorni per sgomberare.
Venti giorni. In pieno agosto.
Quando in giro non trovi aperto nemmeno un ferramenta, figuriamoci un tetto per 30 cani senza una casa!

Si, hai letto bene: TRENTA CANI SBATTUTI FUORI DALLA LORO UNICA SALVEZZA.

Trenta cani definiti "cose" da un foglio A4.
Solo che quelle trenta "cose" hanno un cuore che batte.

Hanno paura dei tuoni.
Hanno cicatrici di vecchie botte sulla schiena.
Hanno nomi: c'è il meticcio che zoppica perché qualcuno lo ha lanciato da un'auto, c'è la c***a anziana che mangia solo se sente la voce di Melina, la donna che manda avanti questa trincea da vent'anni, senza chiedere nulla a nessuno.

20 anni di sacrifici privati, di domeniche passate a pulire la m***a dalle gabbie e medicare ferite, mentre le istituzioni guardavano altrove.

Perché guardano sempre altrove.
In una città dove ogni cosa è in ritardo: dal rattoppo della buca sull'asfalto al più sfigato degli autobus, l'avviso di sfratto per il rifugio La Fenice è arrivato con una puntualità eccellente
La puntualità vigliacca di chi aspetta che gli uffici chiudano per non farsi rompere i co****ni da nessuno.

Questo è il volto più ottuso ed infame della burocrazia: quando qualcuno si mette in gioco per dare salvezza, il potere interviene non per aiutare, ma per cancellare con un timbro.

Trattando la vita come un rifiuto. Chiamando trenta vite delle "cose".

Che aspettano una carezza.
Che guaiscono nel silenzio di periferia.
Che tremano quando vedono gli sconosciuti.
Cose che ti guardano con occhi che sanno perdonare l'uomo persino quando l'uomo decide di buttarli in mezzo a una strada.

Ma chi riduce l'amore a una pratica burocratica non ha mai guardato dentro quegli occhi.
Perché la dignità non si sgombera con un'ordinanza

Adamo Romano

Bianca e la teoria dei buchi neriLuca, Valentina, la piccola Bianca e il cane Theo sono stati inghiottiti dal nulla, pri...
02/09/2026

Bianca e la teoria dei buchi neri

Luca, Valentina, la piccola Bianca e il cane Theo sono stati inghiottiti dal nulla, prima, molto prima, della tragedia finale che li ha visti soccombere al loro stesso dolore. La speranza è atto dovuto, come l’amore, ma i buchi neri dell’abbandono cancellano entrambi e finisce che chi ci cade dentro si odia. La vergogna di non ammettere di non reggere più, di non essere in grado di portare la croce che il destino ti ha affibbiato. Ed è esattamente in quel punto del sentire che scatta la molla che cancella tutto: identità, pudori, equilibri…uno tsunami dove lo spettro della morte diventa ancella dolce, unico perdono verso sé stessi.

Denazificare la nostra società, denazificare noi stessi, impone un rispetto verso queste scelte estreme: un silenzio dove sospendiamo il giudizio, l’analisi, l’invettiva e ci colleghiamo ad un ascoltare, quel ticchettio del tempo infame, che corrompe il cervello di chi è caduto o di chi morbosamente tenta di stare vicino a chi è caduto.

Le onde del destino non seguono percorsi logici, ma travolgono le esistenze dove la “malattia” diventa identità, scopo, routine ma dove la comparsa della fragilità umana può sconquassare tutto, forse più della “malattia” in sé, fagocitando pensieri e ansie in un “ce la devo fare”, che contiene tutti i fiori del male del fallimento. È quando uno si percepisce solo “quella cosa lì”, qualunque essa sia e non si vede all’orizzonte nessuna fiammella ad indicare un cammino possibile, sostenibile, condivisibile.

Persino Cristo, nel suo Calvario, trova chi lo sostituisce a portare la Croce, ma trova anche gli occhi delle donne che ama: fedeli non tanto e solo alla sua sofferenza, quanto alla sua vergogna.

Siamo diventati mostri, torturatori seriali delle esistenze di margine che insozziamo anche di uno stigma solido, invalidante più della stessa invalidità. Stupratori a cottimo, vili e acidi nel sentenziare, ma sempre e solo quando il dolore tocca agli altri.

“Verrà la morte e avrà i suoi occhi”, forse ha pensato Luca o Valentina prima di premere il gr*****to, prima di offrire in sacrificio tutto ciò che amava e anche sé stesso. L’attimo prima di annegare, l’attimo prima di gettare la spugna, l’attimo prima di sentenziare a sé stesso che non era più in grado di portare quella croce. Senza lasciare traccia del suo transito terreno, quasi a voler chiedere scusa per essere stato tra noi, cancellando le impronte sulla sabbia, prima che il mare le confonda.

Così i martiri delle superficialità, delle criminali strafottenze, dei lassismi, dei tagli, delle burocrazie ottuse della bontà certificano ogni giorno una palese inutilità ad incidere sui destini che saltano in aria. Che sia il ragazzino non curato che dopo poche ore ammazza la madre, che sia lo stupratore dispiaciuto, mandato subito a casa, che sia un pezzo di nostro territorio dove, sotto gli occhi di tutti, si vendono corpi di ragazzini per una dose di crack, la nazistificazione del nostro sentire ci rende tutti complici di questi massacri.

Quella indifferenza cinica che trova salvifico intervallo tra una tragedia e un’altra nella sterile indignazione, ma che non mette mai questi cadaveri dell’abbandono uno accanto ad un altro, componendo la fila apocalittica di una società finita nella sua Umanità, travolta da un male di egoismi e ignoranze che ci condurranno ad una nuova Era Glaciale. Un’auto estinzione Etica, oltre che ambientale.

Pretendere, Pretendere, Pretendere prese in carico serie, con risorse, personali qualificati, opportunità esistenziali e farlo con forza, a costo di bloccare ad oltranza questo triste paese.

Luca Musella

02/09/2026

La nostra attivista Nicoletta Musella ci presenza la discarica di via Pavia.

In quarta municipalità dove tutto funziona perché ci si sveglia presto la mattina ...

Indirizzo

Naples
80133

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