18/06/2026
Quattro cuccioli di ratto. Neonati. Pochi giorni di vita.
Sono stati trovati sull’asfalto e segnalati. Tante persone li hanno visti. Tante persone li hanno fotografati. Tante persone hanno provato disgusto, paura, schifo.
Ma quasi nessuno ha provato compassione.
Quando sono arrivata, ormai era troppo tardi. Quei piccoli corpi innocenti erano stati calpestati, investiti, presi a calci. Morti.
E forse qualcuno, tornando a casa, si sarà persino sentito un eroe. Convinto di aver liberato il mondo da quattro “ratti schifosi e pericolosi”.
Eppure non riesco a smettere di pensare a una cosa: chi è davvero l’animale pericoloso?
E c’è un’altra immagine che non riesco a togliermi dalla testa. Da qualche parte probabilmente c’era una madre. Una madre che li cercava. Una madre che li aveva partoriti, scaldati e accuditi. Chissà quanto li avrà cercati. Chissà se è tornata dove li aveva lasciati, trovando solo il vuoto.
Perché per noi erano “solo ratti”. Per lei erano i suoi figli.
Finché una società considera normale infierire su dei neonati indifesi solo perché appartengono a una specie che non piace, non stiamo parlando di igiene o sicurezza. Stiamo parlando di assenza di empatia.
E quando l’essere umano si abitua a ignorare la sofferenza dei più deboli, a ridicolizzarla o a giustificarla, c’è sempre da aspettarsi qualcosa di peggio. Sempre.
Perdonateci, piccoli. Siamo arrivati tardi. E troppo spesso la cattiveria corre più veloce dell’aiuto.
P.S. La prossima volta che trovate un animale selvatico in difficoltà, invece di fotografarlo con disgusto, raccoglietelo usando una scatola, dei guanti, un panno, qualsiasi cosa abbiate a disposizione, e contattate un CRAS.
Fatevi una domanda:
Cosa vale di più?
Lo schifo, l’impressione, la paura...
o una vita?