LMO

LMO Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di LMO, Sindacato, Naples.

03/11/2025
Spiegato in pochi minuti la riforma della giustizia. Vogliono il controllo su chi dovrebbe indagare. Vergogna
03/11/2025

Spiegato in pochi minuti la riforma della giustizia. Vogliono il controllo su chi dovrebbe indagare. Vergogna

02/11/2025

Il settore automobilistico italiano è in coma. Il governo Meloni rimane in silenzio.
Verso la conclusione del mese sembra ormai chiaramente irrealizzabile il piano del ministero delle imprese per la realizzazione del milione di veicoli entro il 2030; il settore auto e l’apparato industriale associato sono da mesi in un accelerato declino causato da una politica di disinteresse e tacito favoreggiamento alla delocalizzazione delle imprese, come conferma il recente approccio al laissez-faire del governo.

La politica economica attuale sta portando silenziosamente una emorragia sempre più allarmante in uno dei punti di forza dell’industria del nostro paese che rischia sempre più seriamente di uscire dalla competizione europea; ad oggi con un crollo del 31,5% della produzione complessiva di auto entro la fine dell’anno è il peggior risultato di sempre prodotto dal settore Italiano.

Intanto Meloni tace e soprattutto non si muove, senza stanziare fondi o prendere alcun tipo di iniziativa contro un approccio economico liberale senza limiti che potrebbe compromettere uno dei rami di produzione più simbolici dal punto di vista storico e importanti dal punto di vista produttivo per l’Italia.

delocalizzazione

02/11/2025

Da LMO Lavoratori Metalmeccanici Organizzati - Taranto - Comunicato Stampa

Le sette associazioni
“Medici per l’Ambiente ISDE Italia”
“Genitori Tarantini”
“Giustizia per Taranto”
“Peacelink”
“Ambiente e Salute per Taranto”
“Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”
“Lavoratori Metalmeccanici Organizzati”
hanno impugnato, davanti al Tribunale Amministrativo Regionale di Lecce, l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per la prosecuzione dell’attività siderurgica a combustione fossile ex Ilva di Taranto, contestandone sia la legittimità sia la sua adeguatezza al contesto, come noto qualificato dall’ONU «zona di sacrificio» e «peso sulla coscienza collettiva dell’umanità», a causa proprio delle attività di combustione fossile presenti sul suo territorio.

Il ricorso si basa sulla constatazione che quella impugnata è la prima AIA di un’industria italiana fossile, adottata dopo che, in Europa, è stata riconosciuta ufficialmente la situazione di emergenza climatica e ambientale, dichiarata espressamente anche dalla Regione Puglia sin dal 2019.

Queste dichiarazioni di emergenza climatica e ambientale hanno fatto maturare una serie di novità, specificamente riferite ai tempi e modi di decarbonizzazione e dunque di abbandono della combustione fossile, al fine di rispettare sia i cicli naturali di funzionamento dell’integrità ambientale sia la tutela intergenerazionale della salute, da quei cicli dipendente.
Inoltre, di queste novità hanno preso atto, negli ultimi due anni, importanti decisioni di Tribunali e Corti internazionali, sovranazionali europee, e italiane, a partire, in particolare, dalla Corte Europea dei Diritti Umani, la quale ha individuato, anche per l’Italia, i requisiti necessari da possedere, da parte dello Stato, prima di adottare singole misure concrete in tema di mantenimento della produzione a combustione fossile o di decarbonizzazione rispetto agli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi del 2015 e per la tutela effettiva, intertemporale e intergenerazionale, dei diritti umani.
L’Italia è totalmente sprovvista di questi criteri necessari.

Per tale motivo, il nuovo scenario è stato volutamente ignorato dal Governo, pur di legittimare la prosecuzione della produzione di acciaio a ciclo integrale a carbone, addirittura per dodici anni, e pur di favorire l’installazione siderurgica, nella speranza – rivelatasi poi vana col fallimento del bando di cessione – di renderla appetibile sul mercato.

Dunque l’AIA è illegittima e inadeguata, perché il Codice dell’Ambiente impone – al contrario di quanto fatto dal Governo - di tener conto dei nuovi scenari, così come lo richiede pure il diritto dell’Unione europea, alla luce della sentenza della Corte di Giustizia del giugno 2024, riferita proprio all’installazione di Taranto.

Nel dettaglio, l’AIA è stata impugnata con riferimento ai seguenti sei profili di illegittimità:
- il mancato rispetto dei requisiti necessari all’esercizio del potere di decisione sulla decarbonizzazione, stabilito dalla Corte Europea dei Diritti Umani;
- l’erronea rappresentazione dei fatti dell’emergenza climatica e ambientale (dichiarata anche in Puglia sin dal 2019), per di più in assenza dell’analisi dei rischi e benefici a base del principio di prevenzione su tale emergenza;
- la totale violazione dei contenuti vincolanti, indicati dalla Corte di Giustizia UE proprio per l’Ilva di Taranto;
- l’elusione delle c.d. BAT ovvero delle migliori tecniche disponibili di tutela ambientale e della salute;
- la mancata partecipazione effettiva del pubblico tarantino alle decisioni del Governo, in violazione del diritto europeo e della Convenzione di Aarhus, che invece quella partecipazione impone;
- la conseguente violazione del Codice dell’Ambiente.

Inoltre, per la prima volta, è stata eccepita anche la questione di legittimità costituzionale dei c.d. “decreti salva Ilva”, in ragione della riforma del 2022, che ha introdotto l’obbligo di tutela dell’ambiente e della salute in prospettiva intergenerazionale. Di conseguenza, il Tribunale Amministrativo si dovrà esprimere sia sulla illegittimità dell’AIA sia sulla incostituzionalità dei “salva Ilva”. Questo significa che della vicenda si potrà occupare anche la Corte costituzionale italiana. In ogni caso, ove i Giudici italiani dovessero negare la tutela ai tarantini, il ricorso è stato impostato per arrivare direttamente pure di fronte alla Corte Europea dei Diritti Umani, dove l’Italia è stata già condannata per ben sei volte nella sua colpevole inerzia su Taranto, con l’esplicita richiesta, questa volta, di una messa in mora definitiva del Governo sul risanamento di Taranto (con la c.d. “sentenza pilota”).

Il ricorso è stato elaborato dagli Avvocati Ascanio Amenduni, Michele Macrì e Maurizio Rizzo Striano, affiancati dal Prof. Michele Carducci dell’Università del Salento, nella sua qualità di docente di Diritto climatico comparato.

12/09/2025

🔴STELLANTIS REPORTAGE:
-La crisi di un sistema-

La produzione nazionale di Stellantis in Italia, è critica, Pomigliano, nonostante fosse il sito produttivo trainante con il 64% della produzione nazionale, continua la rincorsa agli ammortizzatori sociali ininterrottamente sin dal lontano 2008.
Nonostante i vari piani industriali che prevedevano il rilancio occupazione dello stabilimento e produzioni enormi, mai nessuno di questi si è concluso positivamente.

Pomigliano Nel primo semestre del 2025 ha prodotto 78.975 vetture. Lontanissimo da quanto rivendicato dai piani produttivi annunciati dai vari amministratori delegati.
L’unica certezza è che tutti i siti produttivi si mantengono grazie al continuo e costante ricorso agli ammortizzatori sociali.
A Pomigliano d’Arco è stato infatti firmato, pochi giorni fa, un pre-accordo tra l’azienda e le sigle sindacali che estende di un ulteriore anno, fino all’8 settembre 2026, la cassa integrazione in regime di solidarietà in deroga per 3.750 lavoratori. La misura, che prevede una riduzione media dell’orario di lavoro fino al 75%, arriva dopo il biennio concesso dalla cassa integrazione ordinaria, ormai esaurito.

Inoltre, Stellantis ha comunicato ai sindacati la necessità di prolungare la durata della solidarietà per 2.297 lavoratori dello stabilimento di Mirafiori (Torino) fino al 31 gennaio. La produttività dell’azienda è in calo in tutti gli stabilimenti italiani, con flessioni fino al 72% rispetto all’anno scorso.
Lo stabilimento di Melfi è quello che ha subito il calo più drastico. Nei primi sei mesi del 2025 la produzione è scesa del 59,4%, con sole 19.070 vetture prodotte. Qui gli ammortizzatori sociali sono stati rinnovati per 4.860 metalmeccanici, ma i lavoratori guardano al futuro con grande incertezza.
Lo stabilimento di Termoli rappresenta uno dei casi più emblematici della crisi Stellantis.

Dopo la chiusura della produzione del motore Fire, le linee attive sono ormai limitate ai V6, 2.0 T4 e Gse. A
peggiorare il quadro, il progetto della gigafactory per le batterie non è mai realmente partito, lasciando i lavoratori nell’incertezza. Per i 1.823 dipendenti è stato firmato un accordo di solidarietà
fino al 31 agosto 2026. Nel mentre, l’azienda sta delocalizzando la produzione in Paesi africani come in Marocco e Algeria.

In sostanza Stellantis, ricordiamolo, società privata, in Italia continua a mantenere aperti i siti produttivi solo grazie al sovvenzionamento statale, e ciò sta garantendo disoccupazione, riduzione
di personale, crisi e riduzione dei salari per i lavoratori e nel contempo, enormi profitti per gli azionisti il CDA e il CEO.

A tutto ciò le richieste delle O.S. e partiti di opposizione si limitano a chiedere l’intervento dello stato, Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil, « È necessario che il governo chiami
Stellantis alle proprie responsabilità per definire un vero piano di ricerca, sviluppo e produzione». Anche la Fim-Cisl, attraverso il segretario generale Ferdinando Uliano, chiede un incontro urgente con il nuovo CEO e con l’esecutivo per discutere un piano industriale credibile per l’Italia, capace di garantire nuove produzioni e consolidare gli investimenti. Sulla stessa linea Rocco Palombella, leader della Uilm, che sollecita il governo a convocare rapidamente il Tavolo Stellantis.

L’AVVERTIMENTO“Gaza non è un vuoto da occupare.È una terra satura, impregnata del sangue dei suoi martiri. Non sarà “Tel...
10/08/2025

L’AVVERTIMENTO

“Gaza non è un vuoto da occupare.
È una terra satura, impregnata del sangue dei suoi martiri. Non sarà “Tel Aviv” a governarla. Non sarà nessuna capitale straniera. La governerà il suo popolo, quello che resiste.”

È arrivato l’avvertimento. Forte e chiaro.

«Stiamo entrando in un buco nero». È l’ammissione del Capo di Stato Maggiore di Israele, Eyal Zamir.
Quel buco nero ha un nome: Resistenza.

Temono che l’invasione si trasformi in mesi di sabbia e sangue. In corpi ricoperti da lenzuoli e sacchi neri.
Temono la pazienza armata. Temono il prezzo. Perché sanno che sarà alto. A Gaza, tra le macerie e nelle vene sotterranee di una città che non si piega, c’è ancora una parola che resiste.

Non è Hamas.
Non è la jihad.
Non è il Fronte Popolare per la Liberazione.
Non è Fatah.

È Resistenza.

Con l’occasione, lasciatemelo dire: qui da noi, la parola “Resistenza” fa storcere la bocca a molti. Troppi. Nei salotti, nelle bacheche, nelle conversazioni “impegnate” da aperitivo, la Resistenza è un termine che stona, che rovina la foto profilo. Si preferisce parlare di “pace” in astratto, di “dialogo” senza dire mai da che parte stare. È un sostegno sterilizzato, senza rischio, senza storia, senza sangue. Insopportabile.

Una parola che i pro-Palestina della domenica non pronunciano mai. Ma la Palestina non è un hashtag. Non è un orrore da commentare per sentirsi “giusti” per un pomeriggio. È una ferita aperta da decenni.

Chi sta con la Palestina, ci sta sempre. Oppure non ci sta affatto. Ci sta quando le piazze sono piene e soprattutto quando sono vuote. Non ha bisogno di spettatori occasionali. Stare dalla parte della Palestina significa stare, prima di tutto, dalla parte della Resistenza. Senza se. Senza ma.

La Resistenza non si fa in guanti bianchi e livrea. Non è gentile. Non arriva con il permesso dell’occupante. Non si presenta con i fiori, e nemmeno con la Costituzione in mano. Si fa con quello che si ha. Perché chi non ha più nulla da perdere, lotta con tutto ciò che gli resta.

Non spetta a noi dire come si resiste. Né nel loro nome, né nel nostro.

Alfredo Facchini

P.S

La Risoluzione dell’Onu 3070, del 1973, afferma che il "diritto di ogni popolo a resistere in qualsiasi modo di fronte alla barbarie colonizzatrice e criminale, inclusa la resistenza armata. È un diritto inalienabile".

La Risoluzione dell’Onu 3246 del 1974 "riafferma la legittimità della lotta di un popolo per liberarsi da una dominazione coloniale e straniera, con tutti i mezzi possibili, inclusa la lotta armata". Lo ha stabilito l’ONU come si fa la Resistenza. Oltre 50 anni fa.

Netta condanna dell’attacco terrorista di Israele all’IranLe dichiarazioni del governo italiano, dell’opposizione tutta,...
14/06/2025

Netta condanna dell’attacco terrorista di Israele all’Iran

Le dichiarazioni del governo italiano, dell’opposizione tutta, dei presidenti: Usa, Francia, Inghilterra, sono tutte subalterne ad un obiettivo imperialista.
Si nascondono dietro falsi pretesti e non affrontano in modo univoco l’attacco e l’invasione di uno stato sovrano da parte di Israele.

● L'attacco aereo e missilistico, da tempo pianificato e mirato di Israele contro l'Iran, che ha causato la morte di funzionari iraniani, scienziati nucleari e centinaia di civili, alimenta il fuoco della guerra in Medio Oriente e minaccia la distruzione dei popoli dell'intera regione.

L'attacco è stato compiuto con il pretesto del programma nucleare iraniano, ma il vero obiettivo è l'imposizione dei piani imperialisti di Israele e degli Stati Uniti nella regione. Anche perché ora si è concesso un pretesto giuridicamente corretto all’Iran per uscire dal trattato nucleare TNP e quindi, di sviluppare e produrre armamenti nucleari in totale legalità e indipendenza.

Le minacce di Trump all’Iran di firmare un accordo sul nucleare, svelano inoltre la strategia brutale e demenziale di USA-ISRAELE, ossia cercare di costringere l’Iran a firmare un accordo, mettendolo però in condizione di non poterlo firmare.
Infatti, se ora l’Iran firmasse, si scatenerebbe un precedente agghiacciante in diritto internazionale: ogni Stato potrà bombardare il proprio vicino senza essere condannato, qualora si senta in diritto di farlo per ragioni territoriali.

Lo Stato di Israele, che uccide in massa il popolo palestinese, commette genocidio e impone la fame, che bombarda il Libano, la Siria, lo Yemen e che ora sta intensificando l'attacco contro l'Iran, è sostenuto militarmente, politicamente ed economicamente dagli USA e dall'UE, che sono complici e corresponsabili.

Grande è la responsabilità del governo Meloni, ma anche dei partiti della falsa sx di opposizione, che coprono il ruolo criminale dello Stato di Israele in nome del diritto all'autodifesa, mentre sostengono da tempo la cooperazione militare del nostro Paese con uno Stato terrorista.

E’ compito nostro, di chi si ritiene libero, democratico e sovrano, privo di ogni subalternità ideologica, ed economica, dei lavoratori, intensificare la lotta, soprattutto ora che si moltiplica il rischio di coinvolgimento del nostro paese in avventure belliche.

Dobbiamo esigere l'immediata interruzione delle relazioni militari, politiche ed economiche del governo Italiano con lo Stato di Israele, il riconoscimento dello Stato palestinese ed esprimere in modo ancora più massiccio la solidarietà al popolo palestinese, ai popoli dell'Iran, del Libano, della Siria, dello Yemen e a tutti i popoli del Medioriente .

https://www.sindacatogeneralediclasse.it/?p=2624

ECCO IL NUOVO NUMERO DI “MONDO LAVORO”-Edizione Maggio 2025.Foglio informativo per dar voce ai lavoratori.Redatto in pro...
30/05/2025

ECCO IL NUOVO NUMERO DI “MONDO LAVORO”
-Edizione Maggio 2025.
Foglio informativo per dar voce ai lavoratori.
Redatto in proprio, dai lavoratori per i lavoratori.
👇🏼👇🏼👇🏼
https://www.sindacatogeneralediclasse.it/?p=2617

26/05/2025

DICHIARAZIONE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE SULLA QUESTIONE PALESTINESE
Diffusa in tutto il mondo in tutte le lingue del mondo. Ovviamente i governi italiani tutti sia di dx di sx o transg... Sono ben lontani da condividere il documento, in particolare quando cita il riconoscimento dei confini come prima del 1967.
********************************************************
"Compatrioti, membri della comunità internazionale e illustri rappresentanti delle nazioni del mondo:
A nome del governo della Repubblica Popolare Cinese, con profonda preoccupazione e con un incrollabile senso di responsabilità per la pace, la giustizia e il rispetto del diritto internazionale, oggi alziamo la nostra voce per esigere la cessazione immediata dell’invasione e dell’aggressione militare che attualmente Stati Uniti e Israele stanno perpetrando contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Questa catastrofe umanitaria ha raggiunto livelli inaccettabili e minaccia non solo la stabilità regionale, ma anche la coscienza morale dell’intera Umanità.
La Striscia di Gaza non è un territorio conteso né una terra senza identità. Gaza è parte inseparabile del territorio storico palestinese. Gaza non è merce di scambio per negoziati politici, né è un terreno di disputa dove possa imporsi la volontà del più forte attraverso la guerra. Ogni bomba che cade su Gaza è una ferita aperta nel corpo del diritto internazionale e un affronto a un popolo che ha subito decenni di occupazione, di esilio forzato e di violenza.
Dalla Cina osserviamo con crescente allarme come le forze militari israeliane, con il sostegno logistico e diplomatico degli Stati Uniti, proseguano una campagna militare sproporzionata e devastante. Centinaia di migliaia di vite civili sono messe in pericolo, intere famiglie cancellate dalla mappa, ospedali, scuole, rifugi e centri umanitari attaccati. Il popolo palestinese è intrappolato tra le macerie, il fuoco incrociato e l’abbandono internazionale.
Gaza è già devastata. Le sue strade sono macerie, i suoi bambini, orfani; le sue madri, sepolte; le sue case, cenere. La situazione è di una miseria indicibile. Non è possibile, né moralmente né giuridicamente accettabile, che la comunità internazionale resti impassibile di fronte a tale orrore. Per questo esigiamo la cessazione immediata e incondizionata delle operazioni militari israeliane e il loro ritiro da Gaza. Esigiamo inoltre che gli Stati Uniti, in quanto membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, abbandonino la loro politica di veto sistematico alle risoluzioni volte a fermare la violenza e proteggere il popolo palestinese.
La Cina ha sempre mantenuto una posizione ferma a favore dei diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese. Riconosciamo il loro diritto all’autodeterminazione, a uno Stato indipendente e al rispetto incondizionato della loro integrità territoriale. In questo senso, la Cina ribadisce la sua opposizione a qualsiasi piano o tentativo di trasferimento forzato della popolazione di Gaza. Espellere un popolo dalla propria terra non è una soluzione: è un crimine, e come tale non può essere tollerato né ignorato.
La pace in Medio Oriente non sarà possibile senza giustizia, e la giustizia può nascere solo dal riconoscimento dello Stato di Palestina, con piena sovranità, entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Questa non è una posizione ideologica, ma un’esigenza sostenuta da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, dalla coscienza globale e dalla stessa storia. Qualsiasi approccio che ignori questi principi è destinato al fallimento e a perpetuare la sofferenza di intere generazioni.
La Cina lancia un appello urgente alla comunità internazionale, in particolare alle grandi potenze, affinché non siano complici per omissione. È tempo di agire con coraggio morale, di chiedere responsabilità, di imporre sanzioni a coloro che violano il diritto internazionale umanitario, e di intraprendere azioni concrete per fermare il genocidio in corso a Gaza. Non bastano dichiarazioni vuote: serve pressione diplomatica, economica e politica. Ribadiamo inoltre la nostra disponibilità a collaborare con tutti gli attori internazionali nell’ambito di una conferenza internazionale di pace, fondata sui principi del multilateralismo, del rispetto reciproco e del dialogo inclusivo. Questa conferenza deve puntare a una soluzione politica giusta, duratura e ampiamente condivisa del conflitto israelo-palestinese. Ogni soluzione imposta unilateralmente, senza il coinvolgimento attivo dei palestinesi, sarà priva di legittimità e destinata al fallimento.
La guerra non può essere il linguaggio della diplomazia. Le armi non possono sostituire il diritto. La Cina condanna gli attacchi contro i civili, da qualunque parte provengano. Ma ammoniamo anche che non si può equiparare la resistenza legittima di un popolo oppresso all’uso massiccio della forza da parte di una potenza occupante. La simmetria nella narrazione non può nascondere l’asimmetria brutale dei fatti. Oggi, Gaza è l’epicentro di una tragedia umana, ma è anche lo specchio della volontà reale della comunità internazionale. O ci uniamo per fermare questo massacro, oppure diventiamo testimoni codardi di una pulizia etnica nel pieno del XXI secolo.
Come Cina, proponiamo immediatamente: primo, l’instaurazione di un cessate il fuoco immediato garantito da osservatori internazionali. Secondo, l’apertura di corridoi umanitari sotto supervisione ONU. Terzo, il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Quarto, la convocazione urgente di una conferenza internazionale di pace con tutti gli attori coinvolti. Quinto, il dispiegamento di una missione internazionale per la ricostruzione di Gaza, finanziata dalle principali economie mondiali.
Ai nostri amici in Israele diciamo: la strada verso la pace non risiede nella superiorità militare, ma nel riconoscimento dell’altro. Il futuro di Israele non può costruirsi sulle rovine di Gaza. Solo il rispetto reciproco, la coesistenza e il dialogo onesto possono garantire la pace. Agli Stati Uniti chiediamo di onorare i principi sui quali si sono fondati come nazione, di ascoltare non solo i loro alleati, ma anche i popoli. Di smettere di bloccare le iniziative multilaterali e di partecipare alla soluzione del conflitto sulla base della giustizia e non dell’egemonia.
Il tempo sta per scadere, ogni minuto di silenzio è un minuto in più di dolore, distruzione e ingiustizia. È ora di scegliere. È ora di agire. La pace della Palestina è un debito morale verso la storia, e la Cina non si fermerà finché questo debito non sarà saldato."
Dichiarazione di Wang Yi, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, 17 maggio 2025

Con i referendum di CGIL, sostenuti da PD, 5 Stelle, + Europa e false sinistre, NON SI ABOLISCE IL JOBS-ACT, come voglio...
13/05/2025

Con i referendum di CGIL, sostenuti da PD, 5 Stelle, + Europa e false sinistre, NON SI ABOLISCE IL JOBS-ACT, come vogliono farci credere con una campagna pubblicitaria ingannevole, ma solo parti
di alcune norme, in parte già superate.

Prima di chiederci a cosa dovrebbero servire i referendum, per i quali si è chiamati al voto, è bene chiederci a chi servono.

Servono a recuperare il crollo del consenso del PD dovuto alla sudditanza al potere finanziario e padronale.
Servono a rilanciare la credibilità della CGIL nei luoghi di lavoro e a ricostruirne la devastante collaborazione con i poteri forti.

Questa organizzazione è inserita nei consigli di amministrazione dei fondi pensionistici e sanitari privati, raccoglie adesioni con l’uso distorto dei servizi di patronato e di assistenza fiscale. CGIL e PD sono corresponsabile della situazione in cui si trova la classe lavoratrice oggi.

Non intendiamo dare un’indicazione di voto, ma semplicemente, con coraggio, svelare la verità e i compromessi che vi sono dietro.
clicca sotto per leggere-

Con i referendum di CGIL, sostenuti da PD, 5 Stelle, + Europa e false sinistre, NON SI ABOLISCE ILJOBS-ACT, come vogliono farci credere con una campagna pubblicitaria ingannevole, ma solo partidi alcune norme, in parte già superate. Prima di chiederci a cosa dovrebbero servire i referendum, per i q...

13/05/2025

Indirizzo

Naples

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando LMO pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Digitare