05/08/2025
📌 Come può uno zoologo, un conservazionista, essere anche un cacciatore?
Me lo chiedono spesso. C’è chi percepisce questa mia condizione come una contraddizione insanabile. Eppure, forse, la vera contraddizione è altrove.
Potrei rispondere partendo da lontano, dalla nostra storia evolutiva: l’uomo ha cacciato per oltre due milioni di anni. La ricerca della carne, la sua condivisione, e soprattutto la sua cottura, sono tra gli elementi che hanno plasmato il nostro cervello, la nostra organizzazione sociale, il nostro linguaggio. La caccia non è un incidente nella storia dell’uomo: è parte dell’uomo.
Ma non è questo il cuore del discorso.
Viviamo in un’epoca in cui molte pratiche ancestrali vengono considerate anacronistiche, talvolta persino crudeli. Eppure, la stessa compassione per gli animali che oggi ci porta a riflettere sul dolore e sulla morte è frutto di un processo evolutivo nutrito anche da quelle proteine nobili e da quella relazione millenaria con la natura selvatica.
L’animalismo, ci piaccia o no, è un prodotto della mente umana, e senza l’uomo, non esisterebbe alcuna coscienza del “diritto animale”.
Chi percepisce la mia figura come incongruente spesso lo fa perché è distante dalla realtà naturale, quella vera: selvaggia, complessa, interconnessa. Si battono per difenderla, ma da lontano. Ignorano che ogni nostra azione, anche la più quotidiana, ha un costo biologico. Coltivare, costruire, trasportare, vestire, cliccare: tutto impatta, tutto lascia traccia, tutto versa sangue, anche quando non lo si vede.
E se non siamo noi a farlo direttamente, lo farà qualcun altro al posto nostro. Con le mani magari pulite, ma con il fardello sulle coscienze di chi continua a ignorare il nesso fra gesto e conseguenza.
Questa distanza tra l’atto e il suo impatto è la vera illusione collettiva.
Nascondere il sangue non significa non versarlo.
Durante la mia formazione ho imparato che parlare di conservazione significa anche affrontare realtà scomode. Ecco perché chi ama davvero la natura non può permettersi di raccontarsela facile.
Molti di coloro che mi pongono domande lo fanno in buona fede: hanno a cuore la Terra, proprio come me. Per questo credo che il punto non sia scegliere tra caccia e animalismo, ma capire cosa davvero serve alla conservazione oggi, senza slogan né capri espiatori.
È ora di riconoscere che tanti cacciatori, quelli veri, amano profondamente la natura, la studiano, la osservano e spesso si battono per conservarla più di tanti che la difendono solo a parole. Ed ecco perché non trovo incongruente avere aderito all'Associazione Wilderness, ed esserne stato nominato alla Vicepresidenza.
Anche chi non caccerà mai, chi non pescherà, non raccoglierà un’erba, un fungo, non alleverà o non coltiverà mai nulla, può fare un gesto importante: fermarsi, ascoltare, conoscere chi vive la terra, chi la tocca, chi ci lavora, chi la custodisce ogni giorno.
Parlate con un contadino, un pastore, un cacciatore. Guardate il mondo coi loro occhi. Non per approvare tutto, ma per capire meglio ciò che davvero va cambiato.
Io stesso mi interrogo ogni giorno. So che la vera sfida è impegnarsi per una sostenibilità autentica, senza etichette, senza scorciatoie mentali.
Colmare le distanze, invece che costruire barricate: è così che si difende ciò che ci sta a cuore. Insieme.
Dr. Giuliano Milana, Naturalista
PhD in Biologia Animale,
Agrotecnico laureato
Vicepresidente AIW (Associazione Italiana per la Wilderness)