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GLI INCENDI E LA POLITICA (SBAGLIATA) DEI RIMBOSCHIMENTI DI PINO NERO“Il fallimento di una politica fatta di divieti e a...
31/08/2026

GLI INCENDI E LA POLITICA (SBAGLIATA) DEI RIMBOSCHIMENTI DI PINO NERO

“Il fallimento di una politica fatta di divieti e abbandono” ha titolato un articolo apparso su uno dei tanti siti Internet. Prendendosela con il protezionismo ambientalista in genere, quale causa del grande incendio che anche quest’anno, come già in altri precedenti, ha imperversato sulla Montagna del Morrone, settore occidentale del Parco Nazionale della Majella.

Peccato che non sia propriamente così, sebbene il fallimento di una certa politica ci sia stato; ma non è quella che ha impedito la realizzazione di strade sulla montagna e la mancata pulizia dei sentieri, dei boschi e l’apertura di strade antincendio e viali tagliafuoco (che non sono mai servite e serviti a nulla, ed hanno arrecato solo altre forme di danno!), ma caso mai quella che negli anni ’30, ’40, ’50 e ’60 del secolo scorso portò a far rimboschire molte zone dell’Appennino centro-meridionale con il Pino nero d’Austria, specie arborea particolarmente adatta ai terreni calcarei.

Una politica che, sebbene poi sconfessata di fatto da rarissimi rimboschimenti sperimentali di faggio (ma poteva essere anche carpino nero), che ancora oggi sono esempio di quello che doveva essere la politica giusta e saggia da farsi (un esempio eclatante si trova sul versante meridionale della Forca d’Acero del Parco Nazionale d’Abruzzo, talmente ben riuscito che solo gli esperti oggi sanno comprenderne l’origine non naturale!), si preferì la scelta del pino nero d’Austria, sia perché ne erano pieni i vivai, sia perché paesaggisticamente poteva evidenziare agli occhi di tutti l’opera di riforestazione portata avanti in quell’epoca dal Corpo Forestale dello Stato, cosa che un rimboschimento diretto di faggi e carpini neri non avrebbe consentito, confondendosi con quelli a vegetazione spontanea.

E, si sa, anche all’ora, la pubblicità in politica aveva il suo pregio per chi governava!
Fu allora che tra i tanti rimboschimenti appenninici fatti con pino nero d’Austria, vi fu chi decise di “tracciare”, con sapiente piantumazione di alberi, la famosa “M” sul Monte Giano, sopra Città Ducale, dove esisteva ed esiste ancora la nota scuola forestale – lettera, oggi, anch’essa in gran parte danneggiata da passati incendi!

Dietro a quella politica c’era poi il solito mondo della scienza, il quale aveva stabilito che le pinete sarebbero state solo transitorie in quanto “preparatorie” del suolo, per favorire il sottobosco delle specie originarie le quali avrebbero poi dovuto prendere il sopravvento. Cosa che in realtà non avvenne mai, perché le pinete anziché preparatorie alle specie originarie, hanno poi inacidito il terreno, e alle specie originarie hanno impedito la crescita!

Ed ecco perché, a distanza di quasi 100 anni, ci troviamo di fronte alle grandi distese monospecifiche di foreste ormai d’alto fusto di Pino nero d’Austria; foreste che ogni anno ovunque vengono devastate dagli incendi. In pratica, quella fu sì una politica di fallimentare, perché a distanza di tanti anni le nostre montagne appenniniche stanno ritornando allo stato se non originario, almeno a quello pascolivo che durava da centinaia di anni.

Ma non solo, senza quelle inutili e sbagliate operazioni di rimboschimento, oggi molte di quelle zone, con l’avvenuto abbandono della pastorizia, si sarebbe naturalmente rimboschite con quelle specie spontanee che l’uomo aveva estirpato per creare i pascoli. Per non dire poi del fatto che alla fin fine, questi incendi causati dall’uomo, ma su situazioni create dall’uomo, non fanno altro che operare naturalmente quel ripristino ambientale di cui oggi tanto si parla dopo le ultime Direttive habitat della UE (facendo lo stesso, ma inverso, errore che si fece in quegli anni succitati!): anziché lasciare fare alla natura, che raramente sbaglia.

Così, per avere la motivazione di sperperare milioni e milioni di euro, si portano avanti opere di rimboschimento che la natura farebbe meglio da sola, perché la cosa migliore da farsi per rimboschire una montagna è semplicemente quella di chiuderla al pascolo degli armenti domestici (di cui, peraltro, non c’è quasi bisogno, visto il sempre più scarseggiare di quest’attività rurale)!

Purtroppo per alcuni che la pensano diversamente, è dove non passa l’uomo che non scoppiano gli incendi! Peraltro, una “manutenzione pubblica” avrebbe costi iperbolici ed anti-economici per la collettività, e non impedirebbe comunque il rischio di incendi, visto che l'uomo sarà ancora più favorito nel frequentare le montagne, proprio perché non più lasciate selvagge: e gli incendi sono sempre stati e sempre saranno opera di qualche mano, e quasi mai da effetti naturali!

E qualche volta anche a causa proprio di quel mondo rurale tanto spesso vilipeso, contrastato e non difeso nei suoi diritti! Meno gente in montagna, meno incendi in montagna. È un calcolo semplicissimo, anche se, purtroppo, a tanti non piace per egoistici interessi materiali. E, infine, non ci si dimentichi che non sempre gli incendi forestali sono un danno per la biodiversità, anzi a volte servono proprio, e per preservarla e per ripristinarla dove l’uomo ha operato sbagliando “gestione”, come nel caso di tanti rimboschimenti di pinacee, a partire dalla Liguria alla Calabria e Sicilia; senza voler citare il solito esempio americano degli “incendi prescritti”, o il successo, per la biodiversità, del grande incendio del Parco Nazionale dello Yellowstone. Valgano proprio gli esempi della Liguria, dove la macchia mediterranea originaria dopo ogni incendio ha ripreso il suo splendido posto.

Franco Zunino
Segretario Generale AIW (Associaizone Italiana Wilderness)

NELL' ICONICO YOSEMITE PARK SONO GLI STESSI TURISTI A DIRE BASTA!Sì, pare proprio che in California questo vogliano i tu...
23/08/2026

NELL' ICONICO YOSEMITE PARK SONO GLI STESSI TURISTI A DIRE BASTA!

Sì, pare proprio che in California questo vogliano i turisti che vanno a visitare uno dei più bei Parchi Nazionali del mondo. Dopo un eccesso di “liberazioni” in nome del turismo, i gestori di quel Parco, per soddisfare la volontà politica del governo guidato da Donald Trump notoriamente affascinato più dal dollaro che non dalle stupende cascate dello Yosemite, dovranno probabilmente fare marcia indietro.

Prima si era costretti a prenotazioni e numeri chiusi, ma la nuova politica imposta dal National Park Service ha spinto i gestori a togliere i vincoli e le riduzioni numeriche. Peccato che l’affollamento sia stato tale che gli stessi turisti hanno cominciato a protestare a richiedere le riduzioni, le prenotazioni e i numeri chiusi.

In pratica, quella che è sempre stata la politica guida dell’ideologia Wilderness: meglio meno visite, ma visite più apprezzabili, che non la folla ovunque (ovviamente con un occhio ben lontano dall'idea del profitto ad ogni costo).

Ricordiamoci che tutto il Parco Nazionale di Yosemite è vincolato come Area Wilderness, e solo le strade, i parcheggi, i resort turistici, zone da picnic ed altre attrezzature ne restano fuori; che poi è dove la grande massa dei visitatori si riversa e dove, appunto, erano stati poste limitazioni con un sistema di prenotazioni. Quel sistema che ora sono gli stessi visitatori a volere nuovamente applicato: “rivogliamo i limiti”! Chissà se la politica trumpiana glielo consentirà…

Intervento di Saverio De Marco, Delegato Basilicata Associazione Italiana Wilderness
23/08/2026

Intervento di Saverio De Marco, Delegato Basilicata Associazione Italiana Wilderness

La narrazione che ne esce è quella di una grottesca “gara a chi ce l’ha più lungo”: il ponte tibetano più lungo, l’altalena più alta e la pista da sci di plastica più lunga

PISTA DA SCI IN PLASTICA IN BASILICATA: ANCORA UN PARCO INUTILE E PROBLEMI CONSEGUENTI. Riprendiamo dal quotidiano Il Ma...
23/08/2026

PISTA DA SCI IN PLASTICA IN BASILICATA: ANCORA UN PARCO INUTILE E PROBLEMI CONSEGUENTI.

Riprendiamo dal quotidiano Il Manifesto del 17 agosto scorso: «In Basilicata si sta costruendo una pista da sci di plastica finanziata con 6 milioni di fondi statali destinati all’inclusione sociale. I lavori in corso stanno abbattendo 951 alberi nel Parco nazionale dell’Appennino lucano per fare posto al telone sintetico lungo 480 metri e ad altre strutture turistiche.

Il progetto è stato presentato e autorizzato nel giro di tre mesi dalla Regione. L’opera riguarda il comprensorio di Sellata-Pierfaone, 20 chilometri a sud di Potenza, che rientra in una Zona speciale di conservazione della rete Natura 2000. Qui alla fine degli anni Sessanta, quando non era ancora stata istituita l'area protetta, fu costruito un impianto sciistico.

Oggi a causa del riscaldamento globale la neve naturale è molto rara e quella artificiale si scioglie; perciò si è pensato di aggiungere una pista di plastica presentata come «la più lunga d’Italia» per poter sciare senza neve “365 giorni all’anno”. In risposta alla mancanza di neve, negli ultimi anni altre località montane hanno costruito piste di plastica.

Queste infrastrutture replicano in modo artificiale un’esperienza che la natura rende ormai impossibile, ma non possono risolvere il declino dell’industria sciistica che non ha futuro a causa della crisi climatica. Anziché favorire il turismo escursionistico più sostenibile e meno impattante, che ha bisogno solo dell’ambiente naturale, molti comuni continuano a perseguire un’idea di montagna fondata sull’antropizzazione e sul divertimento da luna park.

È avvenuto anche nell’Appennino lucano, dove sono sorte attrazioni come il volo dell’angelo e la slittovia a Castelmezzano, il ponte tibetano a Sasso di Castalda e numerose panchine giganti sparse per il territorio. Questa zona della Basilicata si sta trasformando così in un grande carosello che attrae il turismo più invasivo e non aiuta a contrastare lo spopolamento in corso nelle terre alte.»

Ora, a prescindere dal fatto che lo scandalo primario non è il taglio di 951 alberi – si ha idea di quanti alberi si tagliano durante un semplice taglio boschivo per legname da riscaldamento! –, ma, caso mai, l’apertura della vecchia pista, più ancora di quanto non sia il suo attuale allargamento.

Se si volevano queste cose, perché qualcuno ha voluto istituirvi un Parco Nazionale, se poi se ne sono violati tanto palesemente e proditoriamente i vincoli e i principi?

O i nostri politici sono convinti che in nome del turismo si possa fare di tutto, anche nelle aree protette. Come, non ci stancheremo mai di dire, succede finanche nell’iconico Parco Nazionale d’Abruzzo e col silenzio di tante, troppe, cosiddette forze ambientaliste altrettanto iconiche, per le quali riserve integrali, habitat primari e “foreste vetuste” non hanno più alcun valore e sono ogni anno svendute al turismo e a chi col turismo ci fa i soldi!

AREE PROTETTE E ANIMALI: POCHE E GRANDI O TANTE E PICCOLE?Spesso gli ambientalisti si dibattono su aspetti che lasciano ...
20/07/2026

AREE PROTETTE E ANIMALI: POCHE E GRANDI O TANTE E PICCOLE?

Spesso gli ambientalisti si dibattono su aspetti che lasciano un poco interdetti. Le aree protette hanno tantissime funzioni, e non si possono inserire in un unico calderone. Se si ragiona della protezione di una specie animale, allora il suddetto dilemma ha un senso.
Ma se si parla di aree protette no. In quanto esse vanno protette a seconda della loro funzione, per cui se si vuole salvare aree di wilderness che siano “roadless” (come avviene negli USA), ovvio che si può salvare solo più ciò che resta delle aree che possiedono ancora questo valore.

Se si parla di un biotopo di una piccola specie zoologica o botanica, ovvio che sia sufficiente proteggere la piccola area dove è sopravvissuta.

Se lo scopo è tutelare uno scenario naturale per la sua bellezza, ovvio che vi si deve comprendere tutto lo scenario che lo compone.

Se lo scopo è difendere un albero secolare o anche un emergenza rupestre e/o geologica, ovvio che sia sufficiente proteggere i pochi metri quadrati o ettari loro attorno.

Se si vuole preservare un ecosistema particolare, ovvio che l’area debba essere la più grande possibile per comprendervelo tutto.

In conclusione, solo se si parla della protezione di una grande specie animale sorge il problema di cui alla domanda che titola questa nota. Ma allora, appunto, bisognerebbe parlare non tanto di aree protette quando di come si tutela una specie animale.

Ma applicare questo criterio a tutto il concetto delle aree protette non ha senso. Purtroppo, non per ba***re il solito tasto, ma è l’animalismo che oggi sempre più si abbina alla difesa della natura, a stravolgere le cose, e ad imbrogliarle; perché si ragiona non tanto e già in funzione della difesa della natura (cosa che comprende una gamma vastissima di motivazioni) ma solo degli animali e loro esigenze.

Ma un’area protetta non serve solo e sempre a difendere gli animali. Anzi, spesso proprio i troppi animali arrecano non pochi danni agli stessi altri valori delle aree protette (negli USA si spara anche nei Parchi Nazionali, proprio per difendere i loro valori di biodiversità!).

Ancora una volta il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump la sta facendo grossa, almeno per noi conservazi...
20/07/2026

Ancora una volta il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump la sta facendo grossa, almeno per noi conservazionisti.

Il 13 luglio scorso ha firmato il solito decreto esecutivo presidenziale mediante il quale, come già fece durante il suo primo mandato, riduce drasticamente il vincolo di Monumento Nazionale (sono aree protette equivalenti ai Parchi Nazionali, sebbene aperti all’attività venatoria ed altre iniziative di Outdoor) per due selvagge e meravigliose aree naturali dello Utah.

Dopo diversi decenni di battaglie, alla fine il Presidente Obama (2016) aveva designato i Monumenti Nazionali Grand Staircase-Escalante e Bear Ears. Andato Trump al potere, subito li ridusse drasticamente (2017). Eletto Biden, questi li ricostituì (2021) nella loro originaria integrità.

Ora Trump ha rifatto la stessa scelta di quasi dieci anni fa, riducendoli nuovamente e drasticamente: Grand Staircase-Escalante, da 756mila Kmq a soli 73mila ettari; Bear Ears, da 550mila Kmq a soli 49mila ettari.

Questo perché le due aree sono appetite dai produttori di petrolio, gas e minerali in genere. Tornando al commento iniziale, non resta ora che sperare che, qualora avvenisse un cambiamento politico sia alla presidenza che al parlamento, un nuovo Presidente possa ribaltare ancora una volta la situazione, e riconfermare per le due aree quei vincoli che Trump ha abrogato per meri interessi di mercato.
Bisogna sperare che nel frattempo esse non vengano devastate dalle concessioni di sfruttamento "dormienti" da anni, e dalla conseguente apertura di strade di accesso: concessioni e strade che sono le vere minacce di iniziative antropiche contro le quali da anni stanno opponendosi gli ambientalisti americani, peraltro richiedendo per le stesse due aree numerosi settori di Aree Wilderness, ancora più severamente vincolati.

ANCORA UNA FERRATA! L'associazione Mountain Wilderness ha lanciato l’ennesimo attacco alla moda delle ferrate. Ne condiv...
12/07/2026

ANCORA UNA FERRATA!
L'associazione Mountain Wilderness ha lanciato l’ennesimo attacco alla moda delle ferrate. Ne condividiamo la critica. La riprendiamo con piacere e la facciamo nostra.

«Una ferrata nel cuore del Parco dello Stelvio: è davvero questa la direzione che vogliamo dare alle nostre aree protette? La nuova Ferrata Jacopo Compagnoni, inaugurata nei pressi del Ghiacciaio dei Forni, viene presentata come un'opera per avvicinare le persone alla montagna. Ma ci chiediamo: in un Parco Nazionale, la natura ha ancora il diritto di rimanere libera da nuove infrastrutture permanenti? Non è una critica alla memoria di Jacopo Compagnoni, guida alpina profondamente legata a queste montagne, né al valore umano dell'iniziativa. È una riflessione sul modello di sviluppo che continua a trasformare anche i luoghi più preziosi in spazi da attrezzare, rendere più accessibili e "valorizzare" attraverso nuove opere.

I Parchi Nazionali sono nati per tutelare gli ecosistemi, non per rincorrere la logica dell'attrattività turistica. In un'epoca segnata dalla crisi climatica, dal rapido ritiro dei ghiacciai e dalla crescente pressione antropica, la vera sfida dovrebbe essere imparare a frequentare la montagna con più rispetto e meno infrastrutture. La montagna non ha bisogno di altra ferraglia. Ha bisogno di tutela, silenzio e visione.»

Purtroppo, non è la “moda delle ferrate” a minacciare ciò che resta delle montagne libere da opere antropiche, ma la moda di fare soldi trasformando le montagne (e la Natura tutta!) in meretrici, e le ferrate come i ponti tibetani, le croci di vetta, ecc., delle “case chiuse” al servizio della politica locale del fare soldi a tutti i costi sfruttando il turismo! Colpevoli, quindi, sia chi le propone, come chi le progetta, ma soprattutto chi, sentendosi amante della montagna, ne va alla ricerca!

https://www.mountainwilderness.it/editoriale/ferrata-jacopo-compagnoni-unaltra-ferita-nel-cuore-del-parco-dello-stelvio/

LUPI E LUPETTI IN ABRUZZO. Non è che si voglia a tutti i costi sempre criticare qualsiasi azione e/o operazione delle au...
09/07/2026

LUPI E LUPETTI IN ABRUZZO.

Non è che si voglia a tutti i costi sempre criticare qualsiasi azione e/o operazione delle autorità del Parco Nazionale d’Abruzzo, ma certo è che il suo servizio informazione non poche volte latita o, almeno, sembra piuttosto utilizzato per dare solo buone notizie o quelle ritenute tali, che non informare sui vari problemi che il Parco si trova ad affrontare, e che per forza di cose non possono essere sempre e solo positivi.

Prendiamo l’esempio dei quattro cuccioli di lupi recentemente nati nel recinto di Civitella Alfedena e di cui si è dato, giustamente, l’enfatica notizia dopo quella del criminale avvelenamento per mano ignota di ben 21 esemplari nell’area esterna del Parco.

Ebbene, i quattro cuccioli sono morti, uccisi dai maschi dopo che i lupetti hanno superato la rete di recinzione che isolava loro e la loro mamma dal resto del branco. Se il fatto è vero, come sembra che sia visto che lo hanno confermato le stesse autorità, certamente qualcuno ha sbagliato, perché dal momento che li si è isolati per evitare una cosa del genere, ovvio pensare che la recinzione dovesse essere a “prova di lupetti”; evidentemente così non è stato, se i quattro cuccioli hanno fatto la br**ta fine di ve**re uccisi dai maschi adulti presenti nel recinto a fianco.

Vista la semplicità della spiegazione, perché le autorità e il servizio stampa del Parco hanno impiegato tanto ritardo nel darne notizia? Forse perché si è voluto cercare di tenere nascosta la colpa e responsabilità del Parco? E, se hanno a lungo taciuto su questo fatto, come non avere il dubbio che si sia taciuto anche su tanti altri aspetti negativi della gestione di questo Parco (peraltro in passato già noto per identici comportamenti omissivi nell’informazione al pubblico)?

Ad esempio, ribadiamo: che fine ha fatto l’orsetta “Nina”? L’opinione pubblica sta aspettando di averne notizie. O il perdurante silenzio, a fronte dell’enfasi della sua salvezza e gestione prima della liberazione, è segno di una non buona notizia?

Franco Zunino (Segretario Generale AIW)

Foto di: PNALM e di Paolo Forconi

Indirizzo

Via Bonetti 71
Murialdo
17013

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