30/08/2026
UNA RIAFFERMAZIONE TOTALE
Si è scritto che l’essenza della militanza si traduce nell’azione impersonale. Agire quindi con lucidità svincolandosi dai personalismi e dalle lusinghe dell’io, agire e non essere agiti, farsì che ogni atto sia una manifestazione della presenza a se stessi e senza lasciarsi travolgere dai turbinii del mondo moderno. Belle parole, scriverle è facile tanto quanto pronunciarle! Sarebbe bello potersi limitare a questo, sentirsi arrivati senza neanche “partire”. Potremmo convicerci di essere persone speciali, uomini e donne capaci di cambiare il mondo senza neanche muovere un dito. Sarebbe bello, ma ci ritroveremmo solo con un mucchio di illusioni vane e vacue tra le mani, con le quali a ingannare la nostra mente. Non saremmo diversi dagli altri che tanto critichiamo, da quelli che tacciamo di mediocrità e superficialità. Quale differenza ci sarebbe tra noi e loro? Nessuna. Eppure i mezzi per distinguerci dalla massa li abbiamo, a noi il coraggio di metterli in pratica. Il termine coraggio non deve far pensare ad azioni eroiche, non stiamo salvando la vita di nessuno e non verremmo certo ricordati per le nostre grandi imprese. Coraggio vuol dire, in questo caso, avere la forza di mettersi in discussione, scavare dentro se stessi e spogliarsi di tutte le maschere che si indossano. Non è un bello spettacolo, perché per quanto possiamo credere di tendere alla perfezione, ognuno di noi ha ancora angoli bui. Questo tipo di introspezione coinvolge tanto l’uomo quanto la donna, che devono essere pronti a intraprendere questo cammino seguendo ognuno la propria natura. Noi non possiamo altro che parlare per noi stesse e in quanto donne apportare il nostro contributo tutto al femminile. All’inizio del nostro percorso, non possiamo non ammettere di essere state travolte dall’euforia e dall’entusiasmo di ritrovarsi a percorrere un cammino comune che ci permettesse di crescere. Noi donne siamo molto brave in questo, la novità ci stuzzica, ci affascina, ci innamoriamo facilmente del nuovo. Inoltre formare un gruppo femminile, cosa non facile da trovare, ci gratifica ancora di più, ci faceva sentirsi diverse, migliori. Quindi come all’inizio di una bella favola che si rispetti, ci sono degli ostacoli che mettono alla prova l’eroe. Per noi donne l’ostacolo principale è rappresentato dal piano sentimentale, o meglio sentimentalistico; abbiamo creduto di aver trovato l’arma per sconfiggere il drago, abbiamo letto testi di Evola, Gùenon, partecipato a conferenze, ma poi ci siamo scontrate con la dura realtà. Infatti la sola lettura e l’approfondimento, seppur importanti, non ti rendono immune. La signorinetta, simbolo emblematico dell’aspetto superficiale e vacuo della donna, che tanto ci faceva rabbrividire, tende continuamente delle trappole nelle quali non è poi così difficile cadere. Rifuggire dall’essere signorinetta non vuol dire solo evitare di assumere atteggiamenti da piccola vamp, o da morigerata donna dai sani principi. Essere signorinetta significa rimanere sulla superficie delle cose, non andare a fondo, accontentarsi del visibile e non tendere verso l’invisibile. Vuol dire sentirsi migliori degli altri senza che questa qualità sia stata effettivamente con l’azione. Noi pensavamo di essere immuni! Non lo siamo state ogni qualvolta abbiamo taciuto ad una nostra sorella un rimprovero cameratesco, per paura di ferirne i sentimenti, non lo siamo quando agiamo per compiacere magari il nostro compagno, tanto per dimostrargli quanto facciamo per lui, non lo siamo quando agiamo senza Amore e ci mettiamo in vetrina solo per far vedere quanto siamo brave. Ma se aspiriamo ad essere qualcosa di diverso, dobbiamo sforzarci e nella consapevolezza dell’errore riscattarci; lo si fa solo se ci si accorge dello stesso e soprattutto se si ha la coscienza di ciò che si è e ciò che si fa. Un nostro limite, seppur affascinante e accattivante, è l’infinita dualità, una forza che ci portiamo dentro e che viene rafforzata dall’amore (scritto minuscolo appositamente). Quando una donna ne sente il cuore colmo si ritrova a fare cose che non avrebbe mai immaginato, a pensare in altri termini e a parlare con altre parole. Nel rapporto di coppia, la donna dona tutta se stessa, (questo non vuol essere un confrontare il modo d’amare di un uomo con quello di una donna) e il benessere del proprio ragazzo viene ancora prima di quello personale. Un amore questo che condividiamo in parte, in quanto la nostra via realizzativa si esplica nella dedizione, ma che cerchiamo di combattere quando si trasforma in annullamento. Dedizione significa dare senza annullarsi, creare le prerogative affinchè il proprio uomo e la stessa comunità possano operare in armonia, senza vincoli o freni che ne rallentino la crescita. Eppure a volte ci siamo sentite trascurate, perché magari essere militanti significa togliere tempo a se stessi per donarlo a qualcosa di più alto. Essere militanti significa trovarsi davanti a delle scelte la cui soluzione il più delle volte è sempre la più difficile, cioè quella che richiede il maggior sacrificio. L’errore delle donne e spesso anche il nostro, è di considerare la vita personale confinata all’interno della sfera dei sentimenti. Questi ultimi sono il nostro nutrimento ma il più delle volte rappresentano un vincolo. Infatti, spesso sentiamo quasi la necessità di lamentarci, considerandoci vittime del ruolo che ci viene cucito addosso. Eppure non sono gli altri a porci dei freni, siamo noi stesse le artefici dei nostri malumori e insoddisfazioni. Infatti, se riuscissimo a trasformare il nostro amare in Amore, il nostro cuore sarebbe sì colmo ma di un principio più alto. Se agissimo con Amore, non avremmo più il timore di far presente ai nostri fratelli o sorelle gli eventuali errori, la compassione si tradurrebbe in nutrimento o non in un semplice scambio di cortesie e agiremmo come Donne e Uomini.