Cerchiamo di sopportare l’incertezza e accogliere le diversità, perché lavoriamo soprattutto attraverso la relazione: condizione dedicata al “comprendere” e all’ “andare verso”, non certo allo “spiegare”, che tiene lontano l’oggetto per osservarlo con obbiettività nelle sue caratteristiche e funzioni. Nella relazione realiziamo i nostri bisogni e ci avviciniamo alla felicità: si sta insieme, si fa
insieme, si condivide e si partecipa.
“Quando lo sguardo non è clinico è il malato e non la malattia ad essere considerato e visto” U.Galimberti
Il nostro “rigore scientifico” è basato sulla centralità della persona, perciò, manteniamo alto il livello della riflessione, sapendo che anche i contrasti compongono un nuovo pensiero e che le azioni pratiche si fondano su un disegno collettivo, non definibile a priori perché, bisogni e risorse di una comunità vanno scoperti “entrandoci” e “avvicinandosi” alle persone. Riflettiamo su “Quanto strano sia a volte il destino della psichiatria per cui incomprensibilmente assume dignità scientifica e plausibilità terapeutica la parola e non l’assume l’azione. II colloquio può essere terapeutico ma non il fare insieme, cambiare casa, andare a teatro o leggere poesie, cambiare lavoro o conoscere qualcuno, iscriversi ad un partito o uscirne, comprarsi un vestito nuovo o litigare, andare in barca o intervenire in una assemblea, avere degli amici o una nuova idea, avere una risposta al proprio bisogno di amore, poter esprimere un sentimento anomalo … per la psichiatria giusta tutto ciò non ha valore terapeutico in senso forte” U. Galimberti
Per dire quello che “accade veramente” nella vita di tutti i giorni, serve un linguaggio diverso da quello accademico e scientifico, inadeguato alla ricchezza delle esperienze di affetto, fantasia, singolarità che sono “cambiamento” continuo ed inarrestabile.