ArcheoAmbiente

ArcheoAmbiente "ArcheoAmbiente"
Associazione O.N.L.U.S.

Pagina culturale, di conoscenza, d'informazione generale (ambientale, archeologica, architettonica, artistica, storica del territorio e non solo, sociale).... .... .... Monteleone di Spoleto (PG)

Si è costituita nel Dicembre del 1998 come “Centro di ricerche e studi storici, artistici, archeologici ed ambientali” nella bellissima città medioevale di Monteleone di Spoleto, all’interno del Parco Na

turale Coscerno–Aspra (Valnerina - Umbria). L’esigenza di dare vita ad una tale struttura i cui oggetti di studio andassero dall’area storico – archeologica a quella ambientale, è nata dalla necessità di scoprire o meglio riscoprire, di imparare ad apprezzare ed a considerare come tesoro inestimabile, quindi da tutelare, tutto ciò che ci circonda. L'ArcheoAmbiente si propone, tra l’altro, di organizzare attività culturali dirette a favorire la promozione sociale e la tutela dei diritti civili, ma anche attività di formazione scolastica ed extrascolastica delle persone, attraverso: seminari, corsi di formazione professionale, convegni, mostre, dibattiti, escursioni di studio, nonché di suscitare il più vivo interesse per i problemi inerenti alla conservazione del paesaggio urbano, rurale e dei caratteri della campagna.

Analizziamo le proprietà meccaniche della bio-fibra più tenace in natura: la seta del Caerostris darwini.Spesso sentiamo...
20/12/2025

Analizziamo le proprietà meccaniche della bio-fibra più tenace in natura: la seta del Caerostris darwini.

Spesso sentiamo dire che la ragnatela è un materiale straordinario, ma quella prodotta da questo ragno del Madagascar gioca in un campionato a parte.

Parliamo di una seta con una tenacità dieci volte superiore al Kevlar – il materiale usato per i giubbotti antiproiettile – e due volte più resistente di qualsiasi altra seta di ragno conosciuta.

Tuttavia, c’è un dettaglio evolutivo affascinante che un recente studio su Integrative Zoology ha messo in luce: questa "super-fibra" non è una dote di tutti gli esemplari.
È un'esclusiva tecnologica delle femmine adulte.

Perché questa differenza?
La risposta sta nel dimorfismo sessuale e nella pressione evolutiva.

Se guardiamo le dimensioni, le femmine sono dei giganti rispetto ai maschi (possono essere grandi oltre tre volte tanto!).

Per sopravvivere, le femmine devono costruire ragnatele enormi – fino a 25 metri di larghezza – sospese sopra fiumi e laghi. Queste strutture devono resistere al vento, all'acqua e all'impatto di prede grandi e veloci, come le libellule.

Per riuscirci, la natura ha fornito alle femmine una composizione chimica unica: la loro seta contiene una proteina chiamata MaSp4, ricca di prolina, che conferisce un'elasticità e una robustezza che ai maschi – molto più piccoli e con esigenze nutrizionali diverse – semplicemente non serve.

In pratica, la natura non "spreca" risorse: l'ingegneria estrema si è sviluppata solo dove era strettamente necessaria per la sopravvivenza della specie.

Geopop

Fine Ottocento, Shelbyville, Illinois.Josephine Cochrane viveva nel mondo delle cene eleganti, dei salotti perfetti, del...
20/12/2025

Fine Ottocento, Shelbyville, Illinois.
Josephine Cochrane viveva nel mondo delle cene eleganti, dei salotti perfetti, delle buone maniere.

E come in molte case “di livello”, c’era una cosa che contava quasi più dell’argento: la porcellana di famiglia.

Il problema era banale e frustrante: ogni lavaggio a mano era una lotteria.

Una piccola botta, una crepa, un bordo che salta.
E non era solo una questione di soldi: quei piatti erano memoria, erano “noi”, erano la storia di casa.

La società, intanto, aveva già scritto il copione per lei: sorridere, organizzare, decorare.
Ingranaggi, tubi e meccanica?
Roba “da uomini”.

Josephine, però, aveva un difetto meraviglioso: quando una cosa non esiste… non si rassegna.

Un giorno la disse semplice, senza scena:
“Se nessuno inventa una macchina che lavi i piatti senza rovinarli… allora la invento io.”

E lo fece davvero.

Senza lauree tecniche, senza manuali, senza un modello da copiare.
Si mise nel capanno dietro casa e iniziò come iniziano le invenzioni vere: con prove, errori e test ossessivi.

Misurò piatti, tazze, piattini uno per uno.

Costruì cestelli di filo metallico su misura, perché ogni pezzo stesse fermo e protetto.

Capì una cosa chiave: non servivano spazzole che strofinano (e graffiano). Serviva la pressione dell’acqua, diretta nel modo giusto, con acqua calda e sapone, per pulire senza “combattere” contro la porcellana.

A un certo punto assunse anche un giovane meccanico, George Butters, per aiutarla a trasformare i suoi schizzi in una macchina vera.
E nel 1886 arrivò il momento in cui non era più un’idea: funzionava.

Josephine non si fermò all’invenzione.
La trasformò in impresa.

Invece di provare a venderla “alle case” (dove spesso mancava l’acqua calda e l’impianto adatto), puntò dritta dove avrebbe avuto senso: hotel e ristoranti.

Presentava lei la macchina, spiegava come funzionava, trattava i contratti.
In un’epoca in cui non era affatto normale vedere una donna fare una cosa del genere.

E poi arrivò il salto: l'"Esposizione Universale" di Chicago, 1893.

Il suo lavapiatti venne installato e usato davvero, non solo “mostrato”.
E vinse un riconoscimento per costruzione, durata e praticità.

Col tempo, la sua azienda sarebbe finita dentro il percorso industriale che porterà anche al nome KitchenAid.
Ma il punto non è solo “chi ha inventato la lavastoviglie”.

Il punto è questo:
Josephine era stata “parcheggiata” in un salotto… e si è scelta un laboratorio.
Ha guardato un problema che tutti accettavano come inevitabile e ha detto:
“Si può fare meglio”.

Storia che passione

In porta vincono ancora loro: dopo il Pallone d’Oro ecco anche il riconoscimento Fifa.Loro sono Gigio Donnarumma e Hanna...
20/12/2025

In porta vincono ancora loro: dopo il Pallone d’Oro ecco anche il riconoscimento Fifa.

Loro sono Gigio Donnarumma e Hannah Hampton.
Di lui sappiamo tutto, di lei molto meno.

Da bambina i medici le avevano detto che non avrebbe mai potuto praticare sport perché strabica.
Ma Hannah adorava il calcio.

I medici spiegarono ai suoi genitori che lei non avrebbe potuto fare sport perché non era in grado di percepire le distanze, dunque anche la palla che le veniva incontro. Dissero che sarebbe stato pericoloso.

Oggi lei è la portiera del Chelsea e della nazionale inglese.

Come può giocare in porta una ragazza affetta da strabismo e incapacità di distinguere la profondità?
“Non lo so, ma funziona”.

E funziona così bene da essere stata giudicata, ieri sera, al Pallone d’Oro, la migliore al mondo nel suo ruolo.

Perché quando si desidera, si desidera.
È una cosa straordinaria.

Fuori dal campo Hannah ha problemi anche a versare l’acqua senza tenere una mano sulla bottiglia e una sul bicchiere.
Quando gioca, tutto sparisce.

Che magnifica lezione di desiderio la tua, cara Hannah Hampton.

Labodif

In tanti fanno confusione fra le specie di cervidi presenti nel nostro Appennino Umbro-marchiagiano. Fra i cervidi hanno...
20/12/2025

In tanti fanno confusione fra le specie di cervidi presenti nel nostro Appennino Umbro-marchiagiano.

Fra i cervidi hanno le "corna" chiamate scientificamente palchi solo i maschi, che perdono una volta l'anno e poi gli ricrescono in "velluto", quindi in certi periodi dell'anno i maschi potrebbero essere confusi con le femmine.

Altra confusione che spesso fanno anche i giornalisti fra capriolo e "cerbiatto", il cerbiatto è il cucciolo del cervo, il capriolo è una specie a se.

Fra l'altro il manto pomellato dei cuccioli di capriolo e cervo è presente spesso anche negli adulti di daino.
Spero di avervi dato qualche spiegazione in più.

Simone Gatto (biologo)


Il Daino ancora è assente o poco frequente nei Sibillini, invece è molto comune nell'Appennino pesarese.

Il Capriolo vive oramai ovunque fino alla costa e in tutte le campagne marchigiane , non ha bisogno di grandi aree forestali o selvatiche.

Il Cervo in forte diffusione su tutto il nostro Appennino, è soprattutto molto frequente ora nei Sibillini.

Camoscio Sibillini - Promozione del Territorio

(Illustrazione dal web)

https://www.facebook.com/share/p/16G35Zo72s/

Camoscio Sibillini
20/12/2025

Camoscio Sibillini

LA STRINA CALABRESE: IL CANTO CHE BUSSA ALLE PORTE DEL TEMPOC’è un momento, nelle notti d’inverno calabresi, in cui il s...
20/12/2025

LA STRINA CALABRESE: IL CANTO CHE BUSSA ALLE PORTE DEL TEMPO

C’è un momento, nelle notti d’inverno calabresi, in cui il silenzio dei vicoli viene spezzato da una voce antica.

È la strina e quando risuona, non sta semplicemente annunciando il Natale, sta bussando alle porte del tempo, ricordando alla Calabria chi è stata e chi, forse, può ancora essere.

Nota nel resto d'Italia come "strenna", ovvero dono di buon augurio che ci si scambia nel periodo delle feste natalizie, la strina di Natale in Calabria è un'usanza che ha a che fare con la musica tradizionale legata ai cosiddetti "canti ad aria".

A uno sguardo distratto potrebbe sembrare folklore.
Ma chi ascolta con attenzione capisce che qui non siamo davanti a una semplice tradizione, siamo davanti a un rito di passaggio, a un linguaggio arcaico che la Calabria continua ostinatamente a parlare.

Immagina una sera fredda, tra l’8 dicembre e l’Epifania.
Le case sono illuminate da luci calde, il vino scalda le mani, e all’improvviso arrivano loro: gli strinàri.
Giovani e meno giovani, uomini e donne, uniti da una missione antica quanto il tempo: bussare alle porte di parenti e amici portando la “buona novella” di casa in casa con il suono dell’organetto, della chitarra battente, dei tamburelli, delle zampogne e del sazeri.
E cantano.
Cantano per augurare, per propiziare, per tenere lontano il male e richiamare l’abbondanza.

La strina non è mai stata solo musica.
È un dono sonoro, un regalo che non si incarta, non si compra, non si conserva, non si mette sotto l’albero, ma si offre, si condivide, è un’offerta rituale alla famiglia, alla terra, agli animali, al lavoro.
È il Natale prima delle vetrine, prima delle luci artificiali, prima del rumore.
Un Natale in cui la gioia per la nascita di Cristo si intreccia indissolubilmente con i bisogni più profondi dell’uomo: vivere, coltivare, sperare.

Per comprendere davvero la strina occorre spingersi molto oltre l’orizzonte del Cristianesimo.

Il suo stesso nome ne svela l’origine: deriva da Strenia (o Strenua), antica divinità sabina legata all’abbondanza e alla salute.
Alla divinità era dedicato un altare nei pressi della Via Sacra a Roma, immerso in un bosco sacro.
Proprio da quel luogo nacque un gesto rituale destinato a durare nei secoli: recarsi presso l’altare per raccogliere rami dagli alberi e offrirli a parenti e conoscenti come segno di buon auspicio, le celebri “strenae”.

Un’usanza così profondamente radicata da essere assorbita nei Saturnali, celebrati tra il 17 e il 23 dicembre, istituiti in onore di Saturno, nume dell’abbondanza, della vita agreste e del ciclo della vita.

In quei giorni la società romana si concedeva una sospensione delle regole: banchetti collettivi, euforia condivisa e scambio di doni simbolici (rami, frutti, dolci ricoperti di miele, oggetti apotropaici) che avevano la funzione di propiziare prosperità e fortuna.
Il ciclo si completava il 25 dicembre, con il "Dies Natalis Solis Invicti", quando la rinascita del Sole dopo il solstizio d’inverno sanciva un momento cosmico di passaggio, potentissimo, che parlava di fine e nuovo inizio.

Con l’avvento del Cristianesimo questi riti non vennero cancellati, ma assorbiti e rielaborati.
Alla figura della dea si sovrappose quella del Bambino Gesù, alla rinascita del sole subentrò il simbolo della luce divina che vince le tenebre.
Cambiarono i nomi e le immagini, ma non la sostanza del gesto rituale: cantare per scacciare la fine dell’anno e invocare prosperità per quello nuovo.

In questa continuità profonda affonda le radici anche l’usanza dello scambio dei doni natalizi, erede diretto di antichi gesti augurali che, trasformandosi nel tempo, hanno attraversato i secoli fino a giungere al Natale come lo conosciamo oggi.

In altre parole, strina è uno dei vocaboli più antichi ancora vivi nel nostro dialetto e, da solo, racchiude l’essenza stessa del tempo natalizio.

È sorprendente, e profondamente affascinante, scoprire come una parola così semplice custodisca secoli di storia, riti, credenze e significati, diventando una vera chiave per comprendere l’anima più profonda di questo periodo dell’anno.

La strina si svolge come un vero e proprio rito collettivi regolato da consuetudini precise.

Il gruppo è composto da sonaturi (i suonatori) e cantaturi (chi intona le strofe). Si parte in pochi, spesso la sera, e si va di casa in casa, per le botteghe, per le strade del paese ma lungo il cammino altri si uniscono: il corteo cresce, si allunga, diventa comunità.
Si va avanti fino all’alba, ebbri non solo di vino, ma di spensieratezza.

Davanti alla porta si canta.
Le strofe iniziali risuonano all’esterno.
Fino a una certa strofa.
Poi il canto si interrompe, e l’invito è chiaro: “aprite la porta”.

C’è un silenzio carico di attesa.
Si sente il respiro dei cantori, il crepitio del fuoco dall’interno.
Infine il suono del chiavistello.
La porta si apre, si entra.
Si comincia augurando il bene a tutta la famiglia nel suo insieme, poi uno a uno, viene chiamato ciascun membro per nome, componendo versi augurali in rima cuciti addosso come un vestito.
Tutto accade in uno scenario quotidiano: la cantina, la tavola, le scale di casa.
Ogni passo fa rima.
Ogni parola lega chi canta a chi ascolta.

Poi arriva la richiesta rituale: “fateci la strina”.

Un tempo il dono era concreto: uova, formaggio, olio, vino, salumi.
Si riempivano le "viartule", sacche preparate appositamente.

Oggi spesso basta un bicchiere di vino condiviso o un dolce natalizio.
Ma il senso resta invariato: scambio, ospitalità, reciprocità.

E se la porta resta chiusa?
Rarissima eventualità. Ma prevista.
Allora la tradizione prevede la vendetta simbolica: stornelli ironici, profezie di sventura mai troppo gravi, più teatrali che cattive.
Perché anche lo sdegno, nella strina, è parte del gioco rituale.
C’erano anche regole non scritte: le famiglie colpite da un lutto recente venivano rispettosamente evitate.
La strina è gioia condivisa, non invadenza.

Uno degli aspetti più affascinanti della strina è la sua strumentazione popolare.

Accanto agli strumenti “nobili”, la zampogna a chiave, la fisarmonica, l’organetto, la chitarra battente, il mandolino, il tamburello, compaiono oggetti della vita quotidiana trasformati in musica.

I murtàli, detti anche sazeri o ammaccasàli, sono pestelli di bronzo usati per frantumare il sale grosso.
Battuti a ritmo, diventano percussioni arcaiche.

C’è poi u’ zugghi, uno strumento a frizione utilizzato per dare ritmo e veniva realizzato con un barattolo di latta o di coccio, ricoperto di pelle al cui centro veniva inserita una canna di bambù.

È musica che nasce dalla cucina, dalla stalla, dalla terra.
Una musica che racconta un mondo agropastorale in cui nulla si spreca e tutto può diventare suono.

Non esiste un’unica strina.
Ogni paese ha la sua.
Cambiano i testi, i dialetti, le strofe, le melodie, i dettagli.
Ma il ritmo è lo stesso, come se un battito antico attraversasse tutta la Calabria dall’entroterra montano ai borghi arroccati, dai paesi più interni a quelli che resistono allo spopolamento.

È un canto di questua, sì, ma anche un rito esorcizzante, beneaugurante, sociale.
Così la strina finisce per rappresentare la maniera più autentica per unire generazioni ormai sempre più distanti, allontanare (anche solo per una notte) dalla mente i problemi quotidiani e recuperare quel senso di appartenenza e di solidarietà di cui si sente un forte bisogno.

Col tempo, questa tradizione ha rischiato di spegnersi.
L’emigrazione, la modernità, il silenzio dei paesi svuotati hanno fatto il resto.
Eppure, oggi, qualcosa si muove.

Sempre più giovani, affascinati da ciò che eravamo, tornano a cantare la strina.
Non per nostalgia sterile, ma per riconnettersi.
Per sentire di appartenere a una storia più grande di loro.

La strina continua a vivere perché parla un linguaggio universale: quello dell’augurio, della condivisione, dell’ospitalità.

È la Calabria che si racconta senza filtri, che apre la porta e dice: entra, mangia, bevi, canta con noi.

All’alba, quando la zampogna smette di suonare e le strade tornano silenziose, resta qualcosa nell’aria.
Il vino è finito, le voci sono stanche, ma il canto continua a vibrare nella memoria.

Finché ci sarà qualcuno disposto a camminare nel freddo, a bussare a una porta con una canzone invece che con un pacco, la strina non morirà.

Perché non è solo una tradizione natalizia, è un atto di resistenza culturale, un modo di stare al mondo.

La speranza è tutta qui: che la strina continui a risuonare nei vicoli, nelle piazze, nelle case.
Che continui a ricordarci che il Natale, prima di essere una data, è un incontro.
E che, a volte, basta una voce nella notte per farci sentire di nuovo comunità.

🖋Alfonso Morelli
Associazione Culturale Mistery Hunters

20/12/2025
19/12/2025
Donne scienza: Una storia dimenticataC’è una domanda che ritorna con sorprendente regolarità quando si parla di donne e ...
19/12/2025

Donne scienza: Una storia dimenticata

C’è una domanda che ritorna con sorprendente regolarità quando si parla di donne e scienza: perché così tante scienziate sono rimaste invisibili per così tanto tempo?

Una prima, fondamentale chiave di lettura risiede nell’assenza di archivi ufficiali dedicati alle scienziate.

Per secoli, infatti, le donne hanno lavorato ai margini delle istituzioni, escluse dai luoghi in cui il sapere veniva riconosciuto, legittimato e tramandato.

Operavano fuori dai canali ufficiali, e proprio per questo le loro tracce sono state a lungo ignorate.

Questa assenza non riguarda soltanto biblioteche, università o accademie, ma affonda le sue radici anche nella sfera privata.
Perfino gli archivi familiari – tradizionalmente curati dalle donne – raramente conservano testimonianze delle loro attività scientifiche.

Eppure, quelle stesse mani hanno custodito con scrupolo le memorie di mariti, figli, fratelli e padri: lettere, quaderni, pubblicazioni, soprattutto quando si trattava di uomini di scienza.

Quando invece erano le donne a dedicarsi allo studio e alla ricerca, il loro lavoro non veniva ritenuto degno di essere ricordato.

Prive di un ruolo sociale ufficialmente riconosciuto, le loro storie scivolavano ai margini, ridotte a semplici aneddoti familiari, troppo spesso considerati irrilevanti e quindi destinati a scomparire.

Riscrivere la storia delle scienziate ha significato, dunque, cambiare metodo. Ampliare lo sguardo. Cercare altrove.

Sono state soprattutto le storiche dagli anni Settanta del Novecento a scavare tra taccuini di laboratorio, appunti sparsi, corrispondenze con colleghi, inventari di collezioni scientifiche, inseguendo firme femminili, grafie dimenticate, presenze silenziose ma decisive.

Proprio questi frammenti, pazientemente ricomposti, hanno reso possibile la nascita di Scienziate nel tempo.

Più di 100 biografie (Ledizioni, 2023): un’opera che restituisce voce, volto e memoria a donne che hanno contribuito in modo sostanziale alla costruzione del sapere scientifico, pur rimanendo a lungo nell’ombra.

✍️ Sara Sesti
LUD Libera Università delle Donne

Il premier Pedro Sánchez ha lanciato una proposta ambiziosa per affrontare la crisi climatica in Spagna, con 80 misure c...
19/12/2025

Il premier Pedro Sánchez ha lanciato una proposta ambiziosa per affrontare la crisi climatica in Spagna, con 80 misure contro i rischi legati al caldo, alle inondazioni e al negazionismo climatico.

Dopo l’estate record del 2025, con temperature oltre i 45 gradi, e l'alluvione che ha devastato Valencia è chiaro che non si può più restare a guardare.

Per questo, il governo punta su soluzioni concrete: una rete nazionale di rifugi climatici negli edifici pubblici, piani per contrastare le alluvioni e finanziamenti per rafforzare i protocolli anti-incendio.

"Proteggere il clima non è un capriccio ideologico.
La Spagna, a causa della sua posizione geografica, è in prima linea della minaccia climatica e quindi scommettere sulla sostenibilità è l’unico strumento esistente per preservare la sicurezza collettiva e la prosperità", ha detto Sánchez

GreenMe

Capsella rubella = borsa del pastore rosea.La 'borsa del pastore' è una brassicacea commestibile che cresce facilmente a...
19/12/2025

Capsella rubella = borsa del pastore rosea.

La 'borsa del pastore' è una brassicacea commestibile che cresce facilmente anche nei campi urbani.

Si riconosce facilmente dalle silique triangolari, piccoli scrigni a forma di borsetta da pastore, almeno nella fantasia di Friedrich Kasimir Medikus che le attribuì il nome nel 1792 e tuttavia é una pianta che l'uomo usa dalla preistoria.

Semi di capsella sono stati trovati in insediamenti turchi di 6000 anni fa ed anche nello stomaco dell'uomo di Tollund (circa 400 a.c.)
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Uomo_di_Tollund

È una pianta officinale ed é in grado di lenire i disagi da mestruazioni abbondanti agendo sulla muscolatura uterina.

Nelle campagne marchigiane la si dava alle pecore dopo il parto per perdite troppo abbondanti di sangue.

Per uso topico il suo acetolito è efficace contro le infezioni mentre il succo fresco è astringente e ferma le piccole emorragie.

In epoche disagiate dai semi si ricavava un olio alimentare che era anche combustibile.
Curiosamente la capsella sembra essere una pianta protocarnivora; i suoi semi inumiditi secernono una sostanza vischiosa in grado di intrappolare piccoli insetti che vengono poi digeriti grazie ad alcuni enzimi prodotti dalla pianta.

Quale sia il vantaggio biologico di questa situazione non è ancora stato chiarito.

In campagna tutto era un po' magico e la capsellla in particolare; le silique ricordano anche dei cuoricini e rientravano nella preparazione di filtri d'amore e tenuti in tasca avrebbero attratto l'amante; le nonne ne mettevano alcuni semi in sacchettini rossi per favorire la dentizione poi allo spuntare del dentino l'involto rosso andava gettato nel fiume.

Per me è una delle migliori piante da erbario, anche semplicemente tra le pagine di un libro si conserva splendida ed evocativa...una stampa d'altri tempi.

✍️ Massimo Luciani (Etnobotanica)

Indirizzo

Monteleone Di Spoleto
06045

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando ArcheoAmbiente pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a ArcheoAmbiente:

Condividi