20/12/2025
LA STRINA CALABRESE: IL CANTO CHE BUSSA ALLE PORTE DEL TEMPO
C’è un momento, nelle notti d’inverno calabresi, in cui il silenzio dei vicoli viene spezzato da una voce antica.
È la strina e quando risuona, non sta semplicemente annunciando il Natale, sta bussando alle porte del tempo, ricordando alla Calabria chi è stata e chi, forse, può ancora essere.
Nota nel resto d'Italia come "strenna", ovvero dono di buon augurio che ci si scambia nel periodo delle feste natalizie, la strina di Natale in Calabria è un'usanza che ha a che fare con la musica tradizionale legata ai cosiddetti "canti ad aria".
A uno sguardo distratto potrebbe sembrare folklore.
Ma chi ascolta con attenzione capisce che qui non siamo davanti a una semplice tradizione, siamo davanti a un rito di passaggio, a un linguaggio arcaico che la Calabria continua ostinatamente a parlare.
Immagina una sera fredda, tra l’8 dicembre e l’Epifania.
Le case sono illuminate da luci calde, il vino scalda le mani, e all’improvviso arrivano loro: gli strinàri.
Giovani e meno giovani, uomini e donne, uniti da una missione antica quanto il tempo: bussare alle porte di parenti e amici portando la “buona novella” di casa in casa con il suono dell’organetto, della chitarra battente, dei tamburelli, delle zampogne e del sazeri.
E cantano.
Cantano per augurare, per propiziare, per tenere lontano il male e richiamare l’abbondanza.
La strina non è mai stata solo musica.
È un dono sonoro, un regalo che non si incarta, non si compra, non si conserva, non si mette sotto l’albero, ma si offre, si condivide, è un’offerta rituale alla famiglia, alla terra, agli animali, al lavoro.
È il Natale prima delle vetrine, prima delle luci artificiali, prima del rumore.
Un Natale in cui la gioia per la nascita di Cristo si intreccia indissolubilmente con i bisogni più profondi dell’uomo: vivere, coltivare, sperare.
Per comprendere davvero la strina occorre spingersi molto oltre l’orizzonte del Cristianesimo.
Il suo stesso nome ne svela l’origine: deriva da Strenia (o Strenua), antica divinità sabina legata all’abbondanza e alla salute.
Alla divinità era dedicato un altare nei pressi della Via Sacra a Roma, immerso in un bosco sacro.
Proprio da quel luogo nacque un gesto rituale destinato a durare nei secoli: recarsi presso l’altare per raccogliere rami dagli alberi e offrirli a parenti e conoscenti come segno di buon auspicio, le celebri “strenae”.
Un’usanza così profondamente radicata da essere assorbita nei Saturnali, celebrati tra il 17 e il 23 dicembre, istituiti in onore di Saturno, nume dell’abbondanza, della vita agreste e del ciclo della vita.
In quei giorni la società romana si concedeva una sospensione delle regole: banchetti collettivi, euforia condivisa e scambio di doni simbolici (rami, frutti, dolci ricoperti di miele, oggetti apotropaici) che avevano la funzione di propiziare prosperità e fortuna.
Il ciclo si completava il 25 dicembre, con il "Dies Natalis Solis Invicti", quando la rinascita del Sole dopo il solstizio d’inverno sanciva un momento cosmico di passaggio, potentissimo, che parlava di fine e nuovo inizio.
Con l’avvento del Cristianesimo questi riti non vennero cancellati, ma assorbiti e rielaborati.
Alla figura della dea si sovrappose quella del Bambino Gesù, alla rinascita del sole subentrò il simbolo della luce divina che vince le tenebre.
Cambiarono i nomi e le immagini, ma non la sostanza del gesto rituale: cantare per scacciare la fine dell’anno e invocare prosperità per quello nuovo.
In questa continuità profonda affonda le radici anche l’usanza dello scambio dei doni natalizi, erede diretto di antichi gesti augurali che, trasformandosi nel tempo, hanno attraversato i secoli fino a giungere al Natale come lo conosciamo oggi.
In altre parole, strina è uno dei vocaboli più antichi ancora vivi nel nostro dialetto e, da solo, racchiude l’essenza stessa del tempo natalizio.
È sorprendente, e profondamente affascinante, scoprire come una parola così semplice custodisca secoli di storia, riti, credenze e significati, diventando una vera chiave per comprendere l’anima più profonda di questo periodo dell’anno.
La strina si svolge come un vero e proprio rito collettivi regolato da consuetudini precise.
Il gruppo è composto da sonaturi (i suonatori) e cantaturi (chi intona le strofe). Si parte in pochi, spesso la sera, e si va di casa in casa, per le botteghe, per le strade del paese ma lungo il cammino altri si uniscono: il corteo cresce, si allunga, diventa comunità.
Si va avanti fino all’alba, ebbri non solo di vino, ma di spensieratezza.
Davanti alla porta si canta.
Le strofe iniziali risuonano all’esterno.
Fino a una certa strofa.
Poi il canto si interrompe, e l’invito è chiaro: “aprite la porta”.
C’è un silenzio carico di attesa.
Si sente il respiro dei cantori, il crepitio del fuoco dall’interno.
Infine il suono del chiavistello.
La porta si apre, si entra.
Si comincia augurando il bene a tutta la famiglia nel suo insieme, poi uno a uno, viene chiamato ciascun membro per nome, componendo versi augurali in rima cuciti addosso come un vestito.
Tutto accade in uno scenario quotidiano: la cantina, la tavola, le scale di casa.
Ogni passo fa rima.
Ogni parola lega chi canta a chi ascolta.
Poi arriva la richiesta rituale: “fateci la strina”.
Un tempo il dono era concreto: uova, formaggio, olio, vino, salumi.
Si riempivano le "viartule", sacche preparate appositamente.
Oggi spesso basta un bicchiere di vino condiviso o un dolce natalizio.
Ma il senso resta invariato: scambio, ospitalità, reciprocità.
E se la porta resta chiusa?
Rarissima eventualità. Ma prevista.
Allora la tradizione prevede la vendetta simbolica: stornelli ironici, profezie di sventura mai troppo gravi, più teatrali che cattive.
Perché anche lo sdegno, nella strina, è parte del gioco rituale.
C’erano anche regole non scritte: le famiglie colpite da un lutto recente venivano rispettosamente evitate.
La strina è gioia condivisa, non invadenza.
Uno degli aspetti più affascinanti della strina è la sua strumentazione popolare.
Accanto agli strumenti “nobili”, la zampogna a chiave, la fisarmonica, l’organetto, la chitarra battente, il mandolino, il tamburello, compaiono oggetti della vita quotidiana trasformati in musica.
I murtàli, detti anche sazeri o ammaccasàli, sono pestelli di bronzo usati per frantumare il sale grosso.
Battuti a ritmo, diventano percussioni arcaiche.
C’è poi u’ zugghi, uno strumento a frizione utilizzato per dare ritmo e veniva realizzato con un barattolo di latta o di coccio, ricoperto di pelle al cui centro veniva inserita una canna di bambù.
È musica che nasce dalla cucina, dalla stalla, dalla terra.
Una musica che racconta un mondo agropastorale in cui nulla si spreca e tutto può diventare suono.
Non esiste un’unica strina.
Ogni paese ha la sua.
Cambiano i testi, i dialetti, le strofe, le melodie, i dettagli.
Ma il ritmo è lo stesso, come se un battito antico attraversasse tutta la Calabria dall’entroterra montano ai borghi arroccati, dai paesi più interni a quelli che resistono allo spopolamento.
È un canto di questua, sì, ma anche un rito esorcizzante, beneaugurante, sociale.
Così la strina finisce per rappresentare la maniera più autentica per unire generazioni ormai sempre più distanti, allontanare (anche solo per una notte) dalla mente i problemi quotidiani e recuperare quel senso di appartenenza e di solidarietà di cui si sente un forte bisogno.
Col tempo, questa tradizione ha rischiato di spegnersi.
L’emigrazione, la modernità, il silenzio dei paesi svuotati hanno fatto il resto.
Eppure, oggi, qualcosa si muove.
Sempre più giovani, affascinati da ciò che eravamo, tornano a cantare la strina.
Non per nostalgia sterile, ma per riconnettersi.
Per sentire di appartenere a una storia più grande di loro.
La strina continua a vivere perché parla un linguaggio universale: quello dell’augurio, della condivisione, dell’ospitalità.
È la Calabria che si racconta senza filtri, che apre la porta e dice: entra, mangia, bevi, canta con noi.
All’alba, quando la zampogna smette di suonare e le strade tornano silenziose, resta qualcosa nell’aria.
Il vino è finito, le voci sono stanche, ma il canto continua a vibrare nella memoria.
Finché ci sarà qualcuno disposto a camminare nel freddo, a bussare a una porta con una canzone invece che con un pacco, la strina non morirà.
Perché non è solo una tradizione natalizia, è un atto di resistenza culturale, un modo di stare al mondo.
La speranza è tutta qui: che la strina continui a risuonare nei vicoli, nelle piazze, nelle case.
Che continui a ricordarci che il Natale, prima di essere una data, è un incontro.
E che, a volte, basta una voce nella notte per farci sentire di nuovo comunità.
🖋Alfonso Morelli
Associazione Culturale Mistery Hunters