03/06/2026
La recente tragedia che ha colpito l'Alto Ionio ci spinge a una profonda riflessione sulla vulnerabilità dei lavoratori migranti e sull'assoluta necessità di rafforzare i presidi di legalità. Lo sfruttamento, la violenza e il ricatto lavorativo non hanno nazionalità né colore: sono fenomeni trasversali che vanno combattuti a ogni livello della società, scardinando anche le logiche della criminalità organizzata che troppo spesso gestiscono la manodopera. Di fronte a questa realtà, è fondamentale ribadire un principio universale: ogni persona, indipendentemente dalla sua origine, ha il diritto inalienabile di lavorare in condizioni eque, sicure e dignitose.
Soprattutto, è vitale far emergere un messaggio fondamentale: sottrarsi alla morsa dei caporali è possibile. Esistono percorsi, tutele e reti territoriali strutturate per offrire una via d'uscita a chi si trova ricattato nei campi. Da anni la nostra rete partecipa ed ha attivato azioni concrete in questa direzione, come i progetti Fuori Tratta, Buon Lavoro e il Camper del lavoro, nati proprio per favorire l'emersione dallo sfruttamento, oltre al Protocollo d'intesa siglato insieme alla Regione Campania per unire le forze contro l'illegalità. Inoltre, la presenza nell'Alto Ionio dei progetti di accoglienza SAI di Roseto Capo Spulico, Oriolo e Montegiordano dimostra come il territorio possa offrire risposte e alternative reali in aree particolarmente esposte al rischio della manodopera in nero.
La possibilità di scegliere la legalità si costruisce ogni giorno grazie al lavoro di orientamento e supporto svolto da operatrici e operatori dei SAI. Il loro ruolo è anche quello di fornire gli strumenti necessari affinché ognuno possa riconoscere e far valere i propri diritti. Attraverso l'ascolto delle peculiarità e delle competenze di ciascuno, l'accompagnamento nella ricerca di contratti regolari e la verifica che le retribuzioni siano eque, i professionisti dell'accoglienza offrono quel supporto informativo e legale che fa la differenza. Questo affiancamento costante dimostra che, quando le persone non sono lasciate sole e possono contare su canali sicuri e istituzionali, il sistema del caporalato perde la sua forza di attrazione e di ricatto.
La sfida che abbiamo davanti, tuttavia, richiede anche un cambiamento strutturale. Il mondo dell'agricoltura, così come altri settori produttivi come l'edilizia o la logistica, non può continuare a reggersi sullo sfruttamento sistematico di manodopera a basso costo. Oltre a contrastare la retorica dell'odio e la guerra tra poveri, è urgente intensificare i controlli ispettivi e stanziare fondi adeguati per monitorare i contratti e i campi. Solo garantendo che l'alternativa legale sia accessibile e protetta potremo impedire che i diritti fondamentali continuino a essere calpestati, restituendo a tutti la sicurezza di un lavoro dignitoso.
In questo cammino complesso, la Rete Sale della Terra c'è. Siamo disponibili ad alzare la voce con le istituzioni e la società civile ed ecclesiale calabrese che si è già mobilitata contro l’orrore e contro l’indifferenza.
Prendendo in prestito le parole del monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano All’Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana:
«Dinanzi a quanto è accaduto ad Amendolara non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Non bastano le parole educate, i comunicati composti, le frasi di rito che durano un giorno e poi vengono inghiottite dalla polvere della cronaca. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, civile, necessaria: basta.
Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere»