01/09/2026
IL VINO DI MARONE E L'INGANNO DI POLIFEMO
Nel IX libro dell’Odissea, Omero racconta un episodio in cui il vino assume un ruolo decisivo nella fuga di Ulisse dalla grotta di Polifemo. Prima di affrontare il Ciclope, Ulisse porta con sé un vino prezioso e straordinariamente potente, ricevuto in dono da Marone, sacerdote di Apollo a Ismaro.
Non si tratta di un vino comune: è descritto come una bevanda dolcissima, intensa e così forte da dover essere normalmente diluita con una grande quantità d’acqua. Omero racconta che, per poterlo consumare, si arrivava a mescolare una parte di vino con venti parti d’acqua. Una "forza nascosta" che Ulisse conosce bene e che saprà trasformare in un’arma decisiva.
Quando Polifemo, dopo aver divorato alcuni dei compagni di Ulisse, chiede da bere, l’eroe gli offre proprio quel vino, ma glielo serve puro, senza alcuna diluizione. Il Ciclope, abituato soltanto al latte delle proprie greggi e completamente ignaro della potenza della bevanda, lo beve avidamente, più volte e in grande quantità. L’ebbrezza non tarda a sopraffarlo. Mentre Polifemo sprofonda in un sonno profondo e in uno stato di totale vulnerabilità, Ulisse e i suoi compagni possono mettere in atto il loro piano: arroventano un enorme palo di legno e lo conficcano nell’unico occhio del Ciclope, accecandolo e riuscendo così ad aprirsi una via di fuga dalla grotta.
Il vino di Marone è parte integrante di quella particolare forma di intelligenza caratteristica di Odisseo, fatta di astuzia, capacità di osservazione, previsione e uso sapiente delle risorse disponibili. Ulisse sa che non può vincere Polifemo con la forza: sceglie allora di usare ciò che conosce, trasformando un dono prezioso in uno strumento di salvezza.