30/09/2026
Chi insegna yoga trasmette, prima di ogni tecnica, il proprio stato interiore.
In una classe non passano solo sequenze, allineamenti e respiri. Passa il tono di voce, il modo di guardare, la reazione a un imprevisto, la pazienza o l'irritazione davanti a chi non riesce. Gli allievi respirano l'emotività di chi guida la pratica prima ancora di ascoltarne le parole.
Per questo insegnare yoga non è una questione di diplomi o di ore di formazione accumulate. È una questione di tempo giusto.
C'è un tempo per ricevere e un tempo per restituire. Un frutto colto troppo presto è acerbo: ha la forma giusta, ma non nutre. Allo stesso modo, chi inizia a insegnare quando rabbia, bisogno di approvazione, ansia o giudizio guidano ancora le sue reazioni, offre una pratica che ha la forma dello yoga ma non la sostanza.
La tradizione, semplificando, ha una parola per chi ha compiuto questo lavoro: goswami, da go, i sensi, e swami, signore/padrone. Colui che governa i sensi invece di esserne governato. Non chi li reprime, ma chi non si lascia trascinare da ciò che vede, sente, desidera o teme. È da questa padronanza che nasce la stabilità emotiva.
Il momento giusto non si decide a tavolino e non arriva con una data sul calendario. Si riconosce quando l'emozione non detta più la risposta, quando si sa restare stabili davanti al disagio proprio e altrui, quando si insegna per servire e non per essere acclamati.
Se non hai ancora trovato il tuo equilibrio emotivo, non è ancora il momento di insegnare yoga agli altri. Non serve la perfezione. Serve aver attraversato il lavoro che si propone agli altri, e continuare a farlo ogni giorno.
Il momento giusto arriva. Non va anticipato. E come tutte le realizzazioni durature, quando arriva non è mai estremamente gioioso né estremamente triste.
Ha i colori dell'ordinario e il profumo dei fiori.