09/06/2026
📍L'uomo che ha inventato uno degli sport da combattimento più famosi del mondo era convinto che il vero scopo di una lotta non fosse ba***re l'altro, ma crescere insieme a lui. E ne fece il cuore di tutto il suo metodo.
Si chiamava Kano Jigoro, ed è il padre del judo. Nato in Giappone nel 1860 in una famiglia di produttori di sake, da ragazzo era gracile e veniva preso di mira dai più grossi. Per difendersi, andò a cercare un vecchio maestro di jujitsu, l'arte di lotta dei samurai. Imparò, studiò, confrontò scuole diverse, tolse ciò che riteneva pericoloso o inutile, e nel 1882 fondò una sua disciplina e una sua scuola, il Kodokan. La chiamò judo, "la via della cedevolezza".
Kano però non voleva creare solo una tecnica per atterrare gli avversari. Voleva un metodo per formare persone migliori. E lo riassunse in due princìpi che fece incidere come fondamento del judo. Il primo è seiryoku zenyo: il miglior uso dell'energia, ottenere il massimo con il minimo spreco. Il secondo, quello che mi interessa di più, è jita kyoei. Si traduce più o meno come "benessere e prosperità reciproci". Vuol dire: io e l'altro fioriamo insieme, oppure non è vera vittoria.
Messo a fondamento di uno sport da combattimento, è un principio quasi spiazzante. Perché sul tatami hai davanti un avversario, qualcuno che vuole batterti. Eppure Kano aveva capito una verità semplice e profonda: senza quell'avversario, tu non potresti migliorare affatto. È spingendo contro di lui, ed è grazie alla sua resistenza, che diventi più forte. Se lo distruggi, se lo umili, se lo allontani, resti senza il compagno che ti fa crescere. Per questo nel judo l'altro non è un nemico da annientare: è qualcuno con cui ci si solleva a vicenda. Il partner di allenamento, in giapponese, si chiama proprio "colui che ti aiuta a crescere".
Kano portò questa idea ben oltre la palestra. Inventò un modo per riconoscere i progressi di ciascuno, le cinture che ancora oggi tutti conosciamo, perché ognuno potesse vedere la propria crescita senza doverla strappare a qualcun altro. E dedicò la vita a diffondere lo sport come strumento di educazione, in Giappone e nel mondo. Fu il primo asiatico a entrare nel Comitato Olimpico Internazionale, e si batté per portare i Giochi a Tokyo.
La sua storia ha una fine che dice tutto di lui. Nel 1938, ormai vicino agli ottant'anni, andò fino al Cairo a perorare la candidatura olimpica del suo Paese, e la ottenne. Sulla nave che lo riportava in Giappone, con quella vittoria nel cuore, si ammalò e morì in mezzo al mare. Aveva passato l'intera esistenza a costruire occasioni in cui gli altri potessero crescere. Se ne andò mentre tornava da un'ultima impresa fatta, ancora una volta, non per sé, ma perché tanti giovani avessero un palcoscenico.
Quel jita kyoei mi smuove perché va contro un istinto che conosciamo bene. Siamo cresciuti pensando che la vita sia una gara a somma zero: se tu sali, io scendo; il tuo successo è la mia sconfitta. Guardiamo chi ci sta accanto, al lavoro, tra amici, perfino in famiglia, come un avversario da superare. E così ci ritroviamo a vincere in mezzo a un deserto, circondati da persone che abbiamo battuto, e stranamente soli.
Kano dice un'altra cosa. Che la forma più alta di forza non è quella che schiaccia, ma quella che solleva anche l'altro. Che la persona davanti a te può essere la ragione per cui diventi migliore, non l'ostacolo. E che esiste un modo di stare al mondo in cui il tuo bene e quello di chi ti circonda crescono nella stessa direzione, invece di scontrarsi.
Ci penso quando mi scopro a misurarmi con gli altri, a tenere il conto di chi è davanti e chi è dietro. Mi domando se sto trattando le persone come avversari da superare o come compagni con cui crescere. E quasi sempre, quando smetto di voler vincere su qualcuno e comincio a salire insieme a lui, divento più forte, non più debole.
Si fiorisce meglio in due. La vittoria che lascia l'altro a terra, in fondo, non solleva nessuno.
Ho allenato, nel mio libro, diciannove idee giapponesi come questa, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: diciannove pensieri per imparare a crescere insieme agli altri, invece che a loro spese.
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