No Fotovoltaico Selvaggio. Montalto e Pescia.

No Fotovoltaico Selvaggio. Montalto e Pescia. Siamo cittadini preoccupati per l'impatto eccessivo dell'espansione dei pannelli fotovoltaici su terreni agricoli e paesaggi naturali a Montalto e Pescia.

Crediamo nella transizione energetica ma chiediamo un equilibrio che rispetti il nostro patrimonio.

𝗦𝗶 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮 𝗲𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗼𝘂𝘁𝗹𝗲𝘁.E andrebbe spiegato bene, perché racconta una delle distorsioni più gravi della corsa alle 𝗙𝗘𝗥 ...
19/06/2026

𝗦𝗶 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮 𝗲𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗼𝘂𝘁𝗹𝗲𝘁.
E andrebbe spiegato bene, perché racconta una delle distorsioni più gravi della corsa alle 𝗙𝗘𝗥 𝘀𝗲𝗹𝘃𝗮𝗴𝗴𝗲.
Funziona così: si acquisiscono terreni agricoli, si presentano progetti per eolico o fotovoltaico, si ottengono autorizzazioni — spesso solo sulla carta — e poi, invece di realizzare davvero gli impianti, quei permessi vengono 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗻𝗱𝘂𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼𝗿 𝗼𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘁𝗲.
𝗡𝗼𝗻 𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗶𝗮.
𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗲𝗻𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à.
𝗡𝗼𝗻 𝗱𝗲𝗰𝗮𝗿𝗯𝗼𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.
𝗧𝗿𝗮𝗱𝗶𝗻𝗴 𝗱𝗶 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶.
Lo racconta perfino la Repubblica, parlando dei 𝗰𝗼𝗿𝘀𝗮𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗶𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗱𝗲: società che fanno incetta di permessi per poi metterli all’asta.
È esattamente quello che denunciamo da mesi.
Quando diciamo che la transizione energetica non può diventare una gigantesca operazione finanziaria sulle spalle dei territori, parliamo di questo.
Quando diciamo che non basta chiamarla 𝗴𝗿𝗲𝗲𝗻 perché diventi automaticamente giusta, parliamo di questo.
Il rischio è devastante: 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶 𝘀𝗮𝗰𝗿𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶, 𝘀𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗮𝗴𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁à 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮𝘁𝗲 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗮 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗯𝗲𝗻𝗲𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗲, mentre qualcuno monetizza semplicemente un titolo autorizzativo.
Noi 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗲 𝗿𝗶𝗻𝗻𝗼𝘃𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶.
Siamo contro il 𝗳𝗮𝗿 𝘄𝗲𝘀𝘁 𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗲𝘁𝗶𝗰𝗼.
La transizione deve produrre benefici per i cittadini: 𝗯𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗽𝗶ù 𝗯𝗮𝘀𝘀𝗲, 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁à 𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗲𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲, 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗺𝗼, 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝗲𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗴𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮.
Non può trasformarsi in un outlet dove si svendono pezzi di territorio per fare plusvalenze.
A Montalto e Pescia lo diciamo con chiarezza:
𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 𝗻𝗼𝗻 è 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗲𝗿𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝘀𝘁𝗮.
𝗠𝗼𝗻𝘁𝗮𝗹𝘁𝗼 𝗵𝗮 𝗴𝗶à 𝗱𝗮𝘁𝗼. 𝗡𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗶ù.

Laudato Si...il rispetto della Terra nella transizione energetica..L'entrata in vigore dell'Accordo tra la Repubblica It...
29/05/2026

Laudato Si...il rispetto della Terra nella transizione energetica..
L'entrata in vigore dell'Accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede per la realizzazione dell'impianto agrivoltaico destinato a garantire l'autosufficienza energetica dello Stato Vaticano rappresenta un contributo importante al dibattito nazionale sulla transizione energetica.
Nelle parole della Santa Sede ritroviamo molti dei principi che il nostro Comitato sostiene da anni e che trovano le proprie radici nell'enciclica Laudato Si', il grande lascito spirituale, culturale e ambientale che Papa Francesco ha consegnato al mondo.
La Laudato Si' non è mai stata un manifesto contro le energie rinnovabili. Al contrario. È un invito a costruire una conversione ecologica capace di mettere al centro la persona, il territorio, il paesaggio, la biodiversità, la fertilità del suolo e le comunità locali.
È precisamente questa la battaglia che conduciamo.
Noi non siamo contrari all'energia pulita. Siamo contrari a una visione che ha trasformato la riconversione energetica in una gigantesca operazione finanziaria, spesso scollegata dai bisogni reali dei territori.
L'esempio della Santa Sede indica invece una strada diversa: l'energia come strumento di autosufficienza e autoconsumo, non come mera occasione di profitto.
Da anni sosteniamo che il vero obiettivo dovrebbe essere quello di consentire a famiglie, imprese agricole, attività produttive e comunità locali di produrre e consumare energia, riducendo i costi delle bollette e aumentando l'autonomia energetica dei territori.
Purtroppo in molte aree del nostro Paese, e anche nei nostri territori, si è affermato un modello differente.
Un modello che ha occupato migliaia di ettari di terreni agricoli e aree di pregio paesaggistico senza produrre benefici proporzionati per le comunità locali.
Un modello che non ha risolto la povertà energetica.
Un modello che non ha ridotto in modo significativo il peso delle bollette per le famiglie più fragili.
Un modello che non ha fermato lo spopolamento delle campagne.
Un modello che troppo spesso ha considerato il territorio esclusivamente come una superficie disponibile per investimenti industriali.
Montalto e Pescia hanno pagato e continuano a pagare il prezzo di questa impostazione.
Per questo guardiamo con attenzione all'esempio richiamato dalla Santa Sede, che parla di tutela del suolo, compatibilità con l'attività agricola, rispetto del paesaggio, equilibrio ambientale e produzione energetica finalizzata all'autoconsumo.
Sono concetti che coincidono con ciò che il nostro Comitato sostiene da sempre.
La transizione ecologica non può essere la sostituzione di una forma di sfruttamento con un'altra.
Deve essere una riconciliazione tra uomo, natura e sviluppo.
Deve produrre benefici concreti per le famiglie, per gli agricoltori e per le imprese locali.
Deve preservare i terreni fertili e le produzioni agricole.
Deve generare energia senza consumare il futuro.
Continueremo quindi a sostenere una visione fondata sull'autoconsumo, sulle comunità energetiche, sull'agrivoltaico autentico e sulla tutela del paesaggio e delle vocazioni agricole dei nostri territori.
Perché l'energia deve essere un bene comune al servizio delle comunità e non un business costruito sopra i territori.


https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2026-05/in-vigore-accordo-santa-sede-italia-impianto-agrivoltaico.html?fbclid=

Portavoce No Wild Fer Cristina Volpe Rinonapoli
Comitato No Fer Selvaggio Montalto e Pescia
Testo di riferimento:

Concluse ieri le procedure previste in base all’art. 5 dell’intesa firmata nel luglio dello scorso anno, che prevede la realizzazione della struttura ...

COMUNICATO – NO FER SELVAGGIO MONTALTO E PESCIAQuanto accaduto a Canino, con il crollo dell’anemometro alto quasi 200 me...
19/05/2026

COMUNICATO – NO FER SELVAGGIO MONTALTO E PESCIA
Quanto accaduto a Canino, con il crollo dell’anemometro alto quasi 200 metri destinato alla realizzazione di un impianto eolico, deve aprire una riflessione seria sul modello di sviluppo energetico che da anni sta investendo la Tuscia.
Ci sono eventi che mostrano immediatamente la loro gravità. Altri effetti, invece, si manifestano lentamente: alterazione del paesaggio rurale, trasformazione irreversibile dei terreni agricoli, impatti sul microclima, perdita di biodiversità, consumo e progressiva artificializzazione del suolo.
Da tempo denunciamo l’assenza di una pianificazione complessiva e di studi realmente approfonditi sugli effetti cumulativi della concentrazione di grandi impianti FER nei nostri territori.
Non vorremmo che tra qualche anno le criticità emergessero in maniera sempre più evidente, costringendo tutti a prendere atto di problemi che cittadini, comitati e comunità locali stanno segnalando da tempo.
Non vorremmo dover dire: “lo avevamo detto”.
Per questo continuiamo a chiedere, anche se tardivamente, una pianificazione vera, trasparente e rigorosa, capace di includere anche le valutazioni sul rischio territoriale, ambientale e climatico derivante dalla massiccia industrializzazione energetica della Tuscia.
La transizione ecologica non può essere ridotta ad una corsa all’occupazione dei territori agricoli.
Servono limiti, equilibrio e tutela delle comunità locali.
Noi continueremo a difendere il territorio chiedendo programmazione, trasparenza e una visione che metta al centro non gli interessi speculativi, ma la sicurezza, la salute e il futuro della Tuscia.

L'anemometro ha ceduto e si è abbattuto al suolo in località Mezzagnone dopo sole due settimane dall'installazione: sfiorata la tragedia

18/05/2026

LA TUSCIA E L'INVASIONE FER SU RAI TRE

La trasmissione RE START su Rai 3 ha acceso ancora una volta i riflettori sulla Tuscia e sul tema dello sfruttamento energetico dei territori. Anche da Tuscania è arrivato un appello forte del primo cittadino contro un ulteriore saccheggiamento del territorio, ormai piegato da una concentrazione di impianti FER che ha superato ogni logica di equilibrio e pianificazione.
Ma il passaggio più importante emerso durante la trasmissione è stato un altro: la domanda sui ristori ai cittadini.
Chi vive in territori altamente sacrificati alle energie rinnovabili, al punto da andare oltre gli obiettivi previsti per la decarbonizzazione nazionale, ha diritto almeno ad uno sconto in bolletta?
La domanda è stata posta chiaramente anche in studio.
La risposta, altrettanto chiaramente, è stata: no.
Ed è proprio questo il nodo politico e sociale che denunciamo da anni.
Interi territori vengono trasformati in distretti energetici nazionali, consumando suolo agricolo, paesaggio e identità locale, senza che le comunità ricevano reali benefici diretti. I cittadini sopportano l’impatto ambientale, infrastrutturale e sociale, ma continuano a pagare bollette sempre più alte come tutti gli altri.
Per questo continueremo a difendere il territorio chiedendo:
pianificazione vera e trasparente;
limiti chiari alla concentrazione degli impianti;
tutela del paesaggio e delle produzioni agricole;
partecipazione delle comunità locali alle scelte strategiche.
Ma soprattutto chiediamo a tutti i rappresentanti politici del territorio di ottenere un decreto speciale per la Tuscia e per tutte quelle aree che hanno subito uno sfruttamento intensivo legato alle FER.
Se lo Stato decide che alcuni territori devono contribuire più di altri alla transizione energetica nazionale, allora quei territori devono ricevere compensazioni straordinarie e concrete.
La nostra proposta resta la stessa: bolletta zero o fortemente agevolata per i residenti delle aree maggiormente sacrificate.
Non è populismo.
È giustizia territoriale.
NO FER SELVAGGIO MONTALTO E PESCIA.

12/05/2026

𝐂𝐄𝐑, 𝐍𝐎 𝐅𝐄𝐑 𝐌𝐎𝐍𝐓𝐀𝐋𝐓𝐎 𝐄 𝐏𝐄𝐒𝐂𝐈𝐀: “𝐋𝐀 𝐑𝐄𝐆𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐏𝐔𝐎̀ 𝐀𝐁𝐁𝐀𝐍𝐃𝐎𝐍𝐀𝐑𝐄 𝐋𝐄 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈𝐓𝐀̀ 𝐄𝐍𝐄𝐑𝐆𝐄𝐓𝐈𝐂𝐇𝐄”
“Dopo il fallimento del bando da 14 milioni di euro destinato alle Comunità Energetiche Rinnovabili del Lazio, la Regione sceglie ora di dirottare quelle risorse verso le imprese, perdendo di vista la natura stessa delle CER”.
È quanto dichiarato da Marta Bonafoni, intervenendo sulla decisione della Giunta regionale di non riproporre una linea di finanziamento specificamente dedicata alle Comunità Energetiche Rinnovabili dopo le criticità emerse nel precedente avviso pubblico.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili, note come CER, sono sistemi attraverso i quali cittadini, famiglie, associazioni, piccole imprese e comuni possono produrre, condividere e consumare energia pulita a livello locale, abbattendo i costi delle bollette e redistribuendo i benefici economici direttamente sul territorio.
Secondo Bonafoni, il precedente bando regionale avrebbe mostrato limiti importanti anche per il mancato ascolto delle osservazioni avanzate dal Coordinamento CERS di Roma e del Lazio. La stessa Giunta regionale guidata dal presidente Francesco Rocca, rispondendo a una interrogazione consiliare nel 2025, aveva riconosciuto le criticità dello strumento e annunciato la possibilità di predisporre un nuovo avviso più coerente con le nuove regole operative e finalizzato a “favorire ulteriormente la partecipazione delle CER”. Un impegno che, secondo la consigliera regionale, sarebbe poi rimasto disatteso.
Bonafoni ha inoltre condiviso le richieste avanzate dal Coordinamento CERS Roma e Lazio all’assessora regionale Elena Palazzo: il ripristino di una linea di finanziamento specifica per le Comunità Energetiche, l’attivazione di un tavolo permanente di confronto con le realtà territoriali, la verifica della possibilità di utilizzare risorse non ancora allocate e la revisione dei criteri di partecipazione ai bandi affinché siano realmente proporzionati alla natura civica, associativa e territoriale delle CER.
“No Fer Montalto e Pescia condivide profondamente queste preoccupazioni — si legge nella nota del comitato — perché la questione delle Comunità Energetiche rappresenta oggi uno dei nodi più importanti della transizione energetica”.
“Esiste infatti una differenza enorme — prosegue il movimento — tra offrire ai territori un nuovo modello energetico fondato sulla partecipazione, sulla condivisione dei benefici e sull’autonomia delle comunità locali, e utilizzare invece la transizione ecologica come occasione di puro business e di industrializzazione selvaggia delle campagne”.
Secondo il comitato, territori come Montalto di Castro e Pescia Romana stanno vivendo da anni una pressione crescente legata alla realizzazione di grandi impianti FER, spesso percepiti dalla popolazione come interventi calati dall’alto, con forti trasformazioni del paesaggio agricolo, consumo di suolo e benefici economici concentrati nelle mani di pochi grandi operatori.
“Questo modello — sottolinea No Fer Montalto e Pescia — rischia di allontanare sempre di più cittadini e comunità dalla stessa idea di transizione energetica. Perché quando le persone non vengono coinvolte, non partecipano alle decisioni e non vedono ricadute concrete sul territorio, la transizione viene vissuta come imposizione e non come opportunità”.
Le Comunità Energetiche rappresentano invece, secondo il movimento, “uno strumento completamente diverso, capace di creare una vera democrazia energetica”.
“Le CER possono permettere ai cittadini di produrre e condividere energia pulita, ai piccoli comuni di ridurre i costi pubblici, alle famiglie di alleggerire le bollette e alle comunità locali di costruire nuove economie territoriali più forti e autonome”.
“La vera sfida — aggiunge il comitato — è capire se la Regione Lazio voglia sostenere un modello energetico fondato sulla partecipazione delle persone oppure continuare a favorire processi sempre più industriali e concentrati”.
Per questo No Fer Montalto e Pescia chiede alla Regione Lazio non soltanto di ripristinare una linea di finanziamento dedicata alle Comunità Energetiche Rinnovabili, ma anche di aprire un confronto pubblico e trasparente con i territori sui criteri di allocazione delle risorse energetiche regionali.
“È necessario discutere apertamente — conclude il movimento — di quali progetti si vogliono finanziare, di quale idea di sviluppo si intenda sostenere e di quale ruolo debbano avere cittadini e comunità locali nella transizione ecologica. Perché la transizione energetica non può diventare soltanto una grande operazione industriale: deve rappresentare una possibilità concreta di autonomia, partecipazione, riduzione delle disuguaglianze e costruzione di un futuro condiviso”.

Non è un territorio “immune”.Anche Manciano ha conosciuto il fenomeno.Gli impianti ci sono stati. Ma non in modo massicc...
17/04/2026

Non è un territorio “immune”.
Anche Manciano ha conosciuto il fenomeno.
Gli impianti ci sono stati. Ma non in modo massiccio, non in modo indiscriminato, non come altrove.
E la differenza sta tutta qui.
Perché a Manciano chi è destinato — e diremmo anche moralmente chiamato — a difendere la terra, lo ha fatto davvero.
Gli agricoltori, i viticoltori, i custodi del paesaggio avrebbero potuto prendere la scorciatoia degli incentivi.
Entrare nel grande business.
Guadagnare di più, subito.
E invece hanno scelto altro.
Hanno scelto di restare agricoltori.
Di continuare a coltivare.
Di custodire la terra, non di trasformarla in rendita.
Hanno puntato in alto.
Sul turismo, sulla qualità, su un’idea di sviluppo che tiene insieme economia e identità.
E oggi i risultati si vedono: le eccellenze vitivinicole di questo territorio fanno il giro del mondo, i borghi sono riconosciuti per la loro bellezza, il paesaggio è ancora, in gran parte, intatto.
E poi c’è un elemento che rende tutto ancora più evidente.
Il buio.
Quel buio naturale che altrove si è perso e che qui è ancora patrimonio.
Un buio che ha reso Manciano anche un luogo di osservazione, legato a studi e ricerche sull’astrofisica.
Un cielo che si può ancora guardare davvero.
E che rischia di scomparire sotto luci e impianti se non si tiene una linea.
Ma la cosa più forte è la comunità.
È bellissima la comunità di Manciano.
Perché non si è divisa.
Perché ha fatto cartello.
Perché vede insieme amministratori — con il sindaco in prima linea — associazioni, comitati, cittadini e imprese.
Anche quelle che potrebbero stare zitte.
E invece parlano.
Perché qui non è una battaglia ideologica.
È difesa concreta di un equilibrio.
Manciano non ha detto “no” a tutto.
Ha detto “così no”.
Ha cercato di governare il fenomeno, non di subirlo.
E continua a farlo.
E domani sarà la dimostrazione di tutto questo.
Una comunità intera che si ritrova, che prende posizione, che difende se stessa.
Una comunità che, per chi vive a pochi chilometri — dove i confini tra Manciano e Montalto sono ormai sfumati — parla anche per noi.
Tutti a Manciano.
📍 Manciano – Cinema, via Marsala
🕘 Ore 9.30
📅 Sabato 18 aprile
Perché quando i custodi della terra fanno il loro dovere, e una comunità li segue, allora quel territorio non è solo un luogo.
È un esempio.

16/04/2026

𝐄𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚, 𝐈𝐛𝐞𝐫𝐝𝐫𝐨𝐥𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐓𝐮𝐬𝐜𝐢𝐚: 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝟒𝟎𝟎 𝐌𝐖
La sp****la Iberdrola ha annunciato di aver raggiunto i 400 megawatt di capacità installata in Italia grazie all’acquisizione di un impianto fotovoltaico da 42 MW nel Lazio. L’impianto, entrato in funzione da meno di sei mesi, è già coperto da contratti di vendita dell’energia a lungo termine, i cosiddetti PPA, che garantiscono ricavi stabili nel tempo. Il nuovo asset si inserisce nel cosiddetto “Complesso Etrusco”, che arriva così a 174 MW complessivi, e si affianca al progetto Fenix da 243 MW, il più grande sviluppato finora dalla società nel Paese.
Non è un impianto. È un sistema.
Nelle campagne tra Montalto di Castro, Tarquinia e Tuscania, la sp****la Iberdrola ha costruito, tassello dopo tassello, una piattaforma energetica che oggi tocca i 400 megawatt in Italia. Non ciminiere, non fumi. Ma ettari, connessioni, contratti. E soprattutto una trasformazione silenziosa del territorio.
L’ultimo tassello è un impianto fotovoltaico da 42 MW nel Lazio: già in funzione, già coperto da contratti di vendita dell’energia a lungo termine. Non una promessa, ma un’infrastruttura che produce e incassa. Con questa acquisizione il cosiddetto “Complesso Etrusco” arriva a 174 MW: Montalto 23, Tarquinia 33, Tuscania 18, Montefiascone 7, più i siti Limes. Numeri che, letti singolarmente, sembrano sostenibili. Sommati, cambiano la scala del fenomeno.
Il primo punto è questo: gli impianti non arrivano all’improvviso. Arrivano alla fine di un percorso fatto di valutazioni ambientali, conferenze dei servizi, autorizzazioni uniche regionali. Tutto previsto dalla legge, tutto formalmente pubblico, ma disperso in bollettini tecnici e portali amministrativi che richiedono competenze e tempo. Così accade che la percezione pubblica si accenda quando i pannelli sono già a terra.
Ed è qui che bisogna essere netti. Tra il 2020 e il 2023, quando molti di questi impianti sono stati autorizzati, i Comuni si sono trovati dentro un meccanismo in cui lo spazio per opporsi era ridotto al minimo. In conferenza dei servizi, in assenza di pareri tecnici negativi, l’amministrazione locale era di fatto chiamata a esprimere un assenso. Non perché fosse formalmente un atto dovuto, ma perché il quadro normativo rendeva estremamente difficile negarlo. E soprattutto, in quella fase, non esisteva ancora un cumulativo visibile. Ogni progetto veniva valutato singolarmente, senza che emergesse ancora l’impatto complessivo.
Per questo oggi è difficile scaricare tutto sulle scelte di allora. Perché allora si decideva su un impianto, mentre oggi si vede un sistema.
Ma proprio qui sta il punto che non può essere aggirato. Non ci si può nascondere dietro il dito dell’autorizzazione. Perché è nella fase di realizzazione, quando gli impianti si moltiplicano e il territorio cambia sotto gli occhi di tutti, che emerge il vero quadro. È lì che il tema smette di essere tecnico e diventa politico, territoriale, sanitario, sociale.
Oggi, di fronte a una concentrazione evidente, si può sostenere che ciò che è stato valutato separatamente non è stato valutato insieme. Il cumulativo non è più un’ipotesi: è un fatto. E su questa base si può provare a riaprire il discorso, anche sul piano giuridico, arrivando fino a ipotizzare ricorsi al TAR non contro il singolo impianto, ma contro una trasformazione complessiva che cambia natura.
Il secondo punto riguarda i nomi. Spesso Iberdrola non compare. Al suo posto società progetto, sigle, veicoli societari. È la prassi del settore: si autorizza una SPV e solo dopo l’impianto viene acquisito. Il risultato è una catena di passaggi che rende opaca la lettura complessiva, facendo emergere il disegno industriale solo alla fine.
Il terzo punto è la finanza dell’energia. Il nuovo impianto è sostenuto da contratti a lungo termine che garantiscono flussi stabili. Questo significa che quando l’impianto diventa visibile sul territorio, è già blindato economicamente. Il rischio è ridotto, il ritorno prevedibile. La decisione, di fatto, è già stata presa altrove.
C’è poi un tempo che non coincide. Il tempo amministrativo, fatto di iter e pubblicazioni, e il tempo delle comunità, fatto di percezione e confronto. Nel mezzo passano anni. Gli impianti entrano in esercizio oggi, ma sono figli di decisioni prese tra il 2020 e il 2023, dentro un quadro normativo che ha accelerato la transizione energetica.
Perché il nodo non è il singolo impianto. È il cumulativo. Un progetto può essere compatibile, dieci nello stesso areale producono un effetto completamente diverso. Il territorio cambia, il paesaggio si ridefinisce, le economie locali si riorientano. Eppure le autorizzazioni continuano a essere rilasciate una alla volta.
Nel frattempo cresce un distretto energetico che non è mai stato dichiarato come tale. Non c’è un momento in cui si dice che nascerà un hub da centinaia di megawatt. C’è una sequenza di atti legittimi che, sommati, producono quell’esito.
Le domande restano aperte. Chi stabilisce il limite di potenza per area? Qual è il ritorno economico diretto per i comuni coinvolti? Esiste una pianificazione pubblica o solo una somma di iniziative private autorizzate? E soprattutto, quanto è informata la comunità nel momento in cui può ancora incidere?
Raccontare questi processi non significa opporsi alla transizione. Significa renderla leggibile. Perché senza trasparenza, anche le politiche più necessarie rischiano di diventare incomprensibili. E quando un territorio si accorge di essere cambiato, spesso è già tardi per discuterne.

10/04/2026

𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐨–𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐥𝐭𝐨, 𝐠𝐚𝐫𝐚 𝐝𝐚 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟐𝟖 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢: 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐬𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐝𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐦𝐚𝐫𝐞
Un appalto da 𝟐𝟖 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 apre ufficialmente una nuova fase operativa per il collegamento elettrico tra Milano e Montalto di Castro. Terna ha infatti aggiudicato la gara per le attività di survey marina al raggruppamento temporaneo di imprese guidato da NextGeo, risultato primo in graduatoria al termine della procedura avviata il 𝟐𝟖 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟓.
L’assegnazione riguarda l’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨, a conferma della rilevanza tecnica ed economica delle attività richieste. Non si tratta ancora della posa del cavo, ma di un passaggio preliminare decisivo: le 𝐢𝐧𝐝𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐦𝐚𝐫𝐢𝐧𝐞 che serviranno a definire nel dettaglio il tracciato del collegamento in corrente continua ad alta tensione (HVDC).
Nel concreto, il progetto prevede un tratto sottomarino che partirà da Montalto di Castro e si estenderà lungo il Tirreno fino alla costa toscana, nei pressi di Massa-Carrara. Da lì il collegamento proseguirà via terra verso il nodo elettrico di Milano.
Le attività affidate comprendono 𝐫𝐢𝐥𝐢𝐞𝐯𝐢 𝐚𝐝 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐥𝐞, analisi della stratigrafia dei sedimenti, studi geofisici e geotecnici e una dettagliata caratterizzazione ambientale. In particolare, saranno monitorate le comunità 𝐟𝐢𝐭𝐨-𝐳𝐨𝐨𝐛𝐞𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐜𝐡𝐞, indicatori fondamentali dello stato degli ecosistemi marini. Le indagini interesseranno sia le aree costiere sia quelle più profonde, lungo tutto il corridoio del futuro cavo.
L’avvio delle operazioni è previsto nella 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐦𝐞𝐭à 𝐝𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟔 e richiederà l’impiego di diverse unità navali specializzate. Si tratta di campagne complesse, che si svilupperanno in più fasi e che rappresentano la base conoscitiva su cui verranno poi costruite le scelte progettuali definitive.
L’infrastruttura utilizzerà tecnologia 𝐇𝐕𝐃𝐂, sempre più diffusa per i collegamenti a lunga distanza e sottomarini, perché consente una trasmissione più efficiente e con minori perdite.
𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐟𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 è 𝐠𝐢à 𝐢𝐧𝐜𝐥𝐮𝐝𝐞𝐫𝐞
Dare questa notizia non è un dettaglio. È già, di per sé, una forma di inclusione.
Perché essere a conoscenza di ciò che accade non è solo un diritto, ma è il 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 e dei cambiamenti che riguardano il nostro territorio. In questo senso, va riconosciuto a Terna di aver avviato, negli anni, momenti di confronto e consultazione su quest’opera.
Ma oggi ciò che accade è ancora qualcosa di più ampio.
Perché ancora una volta Montalto di Castro e Pescia Romana si trovano dentro una trasformazione che non è più episodica, ma strutturale. Il collegamento Milano–Montalto è solo uno dei tasselli di una strategia energetica nazionale che si traduce, nei territori, in una somma di interventi concreti.
E allora il punto non è dire sì o no a un singolo progetto.
Il punto è avere consapevolezza dell’𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞, di un 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐮𝐦𝐮𝐥𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 che comprende impianti, infrastrutture, connessioni e che nel tempo ridisegna paesaggio, economia e identità.
Le indagini marine sono un passaggio tecnico corretto e necessario. Servono a conoscere, a prevenire, a limitare gli impatti. Ma non esauriscono il tema.
Perché la vera questione resta: 𝐜𝐡𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐨?
Informare, allora, diventa fondamentale.
Perché senza informazione non c’è partecipazione.
E senza partecipazione non c’è vera transizione.
Una gara da oltre 28 milioni non è solo un dato economico.
È un segnale concreto di un cambiamento già in atto.
E proprio per questo, oggi più che mai, serve una comunità consapevole, informata e messa nelle condizioni di essere parte attiva delle scelte che la riguardano.

Indirizzo

Montalto Di Castro
01014

Telefono

+393349974105

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