23/04/2025
Oggi per partiamo da Capo san Giacomo per esplorare la genialità dei triestini del XX secolo
C’è un campo a Trieste dove il mondo si è fermato a vivere, non in posa, ma in fermento. Le finestre sbattono come lingue che mescolano brezze di Slavonia, dialetti d’Abruzzo e canti sefarditi. Sul filo dei panni stesi danzano gonne rom, camicie da doganiere, magliette del Napoli e del Partizan. Una vecchia siede al sole, con il rosario tra le mani e una ciambella al miele che profuma di Bosnia e d’infanzia. Un bambino le passa accanto urlando in tre lingue, nessuna sua e tutte sue. Il gulasch sobbolle accanto alla jota, la lavanda slovena si sposa con l’origano dei Balcani. Qui il sabato è ebraico, il venerdì è musulmano, la domenica è cattolica e il pane si spezza sempre con mani diverse. Il cortile non domanda, ricorda: le barricate del ’20, le lettere in tedesco mai consegnate, le fughe notturne, i ritorni in lacrime. Eppure ride ancora quando il vecchio Enzo fa saltare i tappi di birra con una battuta sgraziata che capiscono solo quelli nati prima della linea di confine. In quel cortile, che è una piazza del mondo, il tempo si piega, e la storia diventa casa.
Con l'appoggio della RegioneFVG
Foto: lamiatrieste.com