06/09/2026
Di VITTORINO ANDREOLI
LA VERA PAURA È L’ABBANDONO
Non è stare soli. È sentirsi lasciati soli.
DIMENTICATI.
Possiamo sopportare molte assenze. Quello che ci distrugge è sentire che per qualcuno non contiamo più.
Vittorino Andreoli distingue nettamente la solitudine dall’abbandono.
La solitudine può essere desiderata. Può diventare silenzio, raccoglimento, spazio necessario per incontrare se stessi. L’abbandono, invece, non viene scelto: è l’esperienza dolorosa di chi si sente lasciato indietro, escluso o dimenticato.
Per Andreoli l’essere umano non è un individuo chiuso dentro il proprio io. È relazione, è storia, è legame.
Siamo fragili e proprio perché siamo fragili abbiamo bisogno dell’altro: di qualcuno che ci riconosca, ci ascolti e ci faccia sentire parte di un “Noi”.
La paura dell’abbandono può nascondersi dietro molti comportamenti quotidiani.
C’è chi accetta umiliazioni pur di non essere lasciato. Chi si aggrappa a una relazione ormai dolorosa. Chi controlla continuamente il telefono aspettando un messaggio. Chi interpreta un silenzio come una condanna. Chi allontana per primo le persone perché teme di essere abbandonato ancora.
Non sempre abbiamo paura di restare fisicamente soli.
Abbiamo paura di non essere più cercati. Di diventare inutili. Di sparire dalla vita di chi amiamo senza lasciare un vuoto.
Andreoli richiama con particolare forza la condizione degli anziani: molti, pur avvertendo vicina la fine, non temono soprattutto la morte. Temono di sentirsi soli e abbandonati, di essere considerati un peso e di non avere più un posto nella comunità.
Ma questa ferita non appartiene soltanto alla vecchiaia.
Può attraversare il bambino che non si sente visto, l’adulto che teme di perdere il compagno, il genitore dimenticato dai figli, l’amico cercato soltanto quando serve e chiunque abbia sperimentato la rottura improvvisa di un legame.
Secondo Andreoli, la crisi del nostro tempo è anche una crisi affettiva. Si sono indeboliti quei legami familiari e sociali che davano sicurezza, aiutavano a progettare il futuro e permettevano di affrontare la paura.
Abbiamo moltiplicato i contatti, ma non necessariamente le presenze.
Per questo a volte non servono grandi discorsi. Può bastare un sorriso, un interesse autentico, una telefonata o una mano che rimane quando tutti gli altri se ne vanno.
Perché il contrario dell’abbandono non è semplicemente la compagnia.
È sentirsi riconosciuti. È sapere che, per qualcuno, la nostra esistenza continua ad avere valore.
Vi è mai capitato di sentirvi abbandonati anche mentre eravate circondati da altre persone?
Vittorino Andreoli