ComunicareilSociale.it

ComunicareilSociale.it ComunicareilSociale.it è il primo social network dedicato a cittadini attivi, operatori sociali, volontari, operatori culturali, insegnanti e studenti.

Comunicareilsociale.it è uno spazio aperto a chiunque voglia raccontare una storia, un progetto, sollevare l’attenzione su un tema di interesse collettivo o fare un’azione di denuncia. In sinergia con la cooperativa Camera a Sud, ci proponiamo come un’agenzia di comunicazione sociale, con particolare attenzione agli strumenti della comunicazione digitale, alla media education, consulenza e di vide

oricerca sociale. Con il nostro lavoro proviamo a rispondere ad un triplice bisogno del mondo non profit: comunicare efficacemente (con ricadute sul piano della visibilità, anche in un’ottica di fundraising), comunicare in modalità economicamente sostenibili e con un linguaggio specifico.

15/05/2026

Bakary Sako aveva un nome.
Aveva un lavoro.
Aveva una famiglia da mantenere.
Aveva una vita dignitosa costruita con fatica.
È stato ucciso mentre andava a lavorare.
Eppure, anche davanti a una tragedia così atroce, sui social si è scatenato il solito spettacolo indegno: commenti razzisti, odio, insinuazioni, frasi come “se l’è cercata”.
Vergogna.
Vergogna per chi riesce a disumanizzare una vittima solo perché straniera.
Vergogna per chi pensa che il colore della pelle possa attenuare la gravità di un omicidio.
Vergogna per chi trasforma il dolore in propaganda e odio.
Bakary Sako non era “uno dei tanti”.
Era un lavoratore , una persona perbene che contribuiva a questa città più di tanti che oggi sputano veleno dietro una tastiera.
Il razzismo non è un’opinione.
È una miseria morale che avvelena la nostra società e rende normale l’indifferenza davanti alla violenza.
Chiediamo verità e giustizia per Bakary Sako.
E chiediamo a questa città di scegliere da che parte stare: dalla parte dell’umanità o da quella dell’odio.

05/05/2026

I due membri della missione umanitaria, in carcere nello Stato ebraico, sono accusati anche di appartenere a un'organizzazione terroristica. Motivo per cui Abuk

26/04/2026

è morta nel sud del mentre documentava i bombardamenti israeliani sulla città di Tiro. Era sul campo per raccontare la guerra, come aveva scelto di fare nonostante minacce e pericoli. Dopo un primo attacco al veicolo su cui viaggiava, si era rifugiata in un edificio insieme ad altri colleghi. Poi un secondo bombardamento l’ha uccisa sotto le macerie.

Amal non era solo una reporter. Chi la conosceva racconta una donna capace di occuparsi anche degli animali feriti o abbandonati trovati durante i suoi reportage, senza mai voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza.

La sua morte riapre una ferita enorme: quella dei giornalisti che perdono la vita cercando di raccontare ciò che accade nei conflitti, spesso diventando essi stessi bersagli. Senza testimoni liberi, le guerre diventano ancora più oscure. Ricordare Amal Khalil significa ricordare il valore dell’informazione, del coraggio e dell’umanità anche nei luoghi più devastati del mondo.

Per approfondire: https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/addio-amal-khalil-uccisa-giornalista-cura-animali/

24/04/2026

Dopo quasi due mesi di ingiusta detenzione, torna libero Ahmed Shihab-Eldin, il giornalista di origini palestinesi in possesso di doppia cittadinanza statunitense e kuwaitiana, che era stato arrestato in Kuwait lo scorso 3 marzo.

In carcere per alcuni post sui social relativi alla guerra in Medio Oriente ritenuti dalle autorità kuwaitiane potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale.

Ora tutte le accuse sono cadute e il giornalista docente all'università di Bari torna libero. Esultano l'ateneo pugliese e i suoi studenti, che hanno dato vita a una mobilitazione internazionale per chiederne la liberazione. Shihab-Eldin, 41 anni, è un giornalista pluripremiato con oltre due milioni di follower sulle piattaforme social. Ha collaborato con PBS Frontline, New York Times, Al Jazeera English, Huffington Post.

21/04/2026
17/04/2026
16/04/2026

“Restiamo umani è l’adagio con cui firmavo i miei pezzi per il Manifesto e per il blog. È un invito a ricordarsi della natura dell’uomo. Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana”.
Queste parole appartengono a Vittorio “Vik” Arrigoni, che il 15 aprile 2011 fu ucciso a Gaza, dove nel 2008 era tornato a vivere e lottare ricevendo la cittadinanza onoraria. Lavorava con la International Solidarity Movement: prestava soccorso ai civili colpiti e faceva da vero e proprio scudo umano per contadini e pescatori che nella striscia rischiavano di restare uccisi o mutilati dai cecchini israeliani. Dalle sue missioni curava anche un blog, "Guerrilla Radio", diventato il sito più visitato in Italia durante l'Operazione "Piombo Fuso" con cui l'esercito di Israele dal dicembre 2008 al gennaio 2009 fece migliaia di vittime e feriti, anche civili e con armi non convenzionali, nel territorio di Ham@s. Con la sua corrispondenza Vik era "persona non gradita a Israele" dal 2005, perché costringeva il mondo a conoscere le efferatezze del sionismo, spingeva per la fine del conflitto armato. Dopo il suo ritorno a Gaza via mare (in spregio alle autorità che gli impedivano di rientrare) partecipava alla vita comunitaria ed era anche in prima linea nell'organizzazione delle piazze dei giovani per l'unità, piazze che sarebbero state d'ispirazione per altre primavere arabe.
Il 15 aprile 2011 Vik fu rapito da fondamentalisti appartenenti a un gruppo jihādista che chiesero il rilascio di un loro leader e di altri detenuti. Il corpo di Vittorio fu rinvenuto durante un blitz da parte dei miliziani di H@mas. I responsabili del suo rapimento in parte morirono durante uno scontro a fuoco e in parte vennero condannati in sede giudiziaria. Sicuramente ci sono aspetti della vicenda che vanno ancora chiariti.
"Restiamo umani" è una famosa raccolta di suoi reportage, oltre che il suo auspicio per i popoli del mondo. Eppure quando fu rapito e ucciso nessuna istituzione italiana, palestinese o sovranazionale fece quanto era necessario per ottenere chiarezza, né rese onori a questo ragazzo di trentasei anni che aveva scelto di vivere - trovando la morte - per la pace e la giustizia. Ma se durante la sua vita non ricevette la solidarietà o il riconoscimento di una certa parte dell'opinione pubblica, anche dopo la sua morte Vik continua a vivere nelle lotte per la fine delle violazioni dei diritti umani, contro il genocidio e le guerre.

16/04/2026

Da oltre un mese Ahmed Shihab-Eldin è detenuto in Kuwait. Giornalista e documentarista pluripremiato, con una carriera costruita tra testate internazionali come New York Times, Bbc e Al Jazeera, oggi insegna storytelling e comunicazione all’Università di Bari Aldo Moro. O almeno così è stato fino al 2 marzo. Era tornato in Kuwait, suo Paese d’origine, per visitare la famiglia e da quel giorno è scomparso dalla scena pubblica, dopo avere condiviso sui social immagini e video verificati legati alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Da allora, secondo quanto ricostruito dal Committee to Protect Journalists, si trova in custodia con accuse che ruotano attorno alla diffusione di informazioni ritenute false, al “danno alla sicurezza nazionale" e a un “uso improprio del telefono”.

Il caso ha superato presto il Medio Oriente e i confini del Kuwait, fino ad arrivare in Puglia, dove Shihab-Eldin vive e lavora da dicembre 2025. A rendere ancora più pesante la vicenda è il fatto che, secondo le ricostruzioni della Bbc circolate in questi giorni, il procedimento sarebbe stato trasferito dai tribunali ordinari alle corti speciali per la sicurezza nazionale, caratterizzate da “metodi più simili a quelli militari”, spiega il Manifesto. Nelle monarchie del Golfo è inoltre in corso una stretta che colpisce attivisti, utenti dei social e operatori dell’informazione, soprattutto dopo l’ultima fase di guerra regionale. La Bbc ricorda infatti che il Kuwait ha arrestato centinaia di persone per la diffusione di immagini e video sugli attacchi iraniani nel Paese.

L'Università di Bari ha rilasciato un comunicato, in cui chiede che Ahmed Shihab-Eldin "sia prontamente rilasciato e confida che il processo volto a verificare la fondatezza delle accuse nei suoi confronti si svolga in tempi brevi e nel rispetto assoluto del diritto fondamentale al giusto processo”. Anche il sindaco della città, Vito Leccese, si è unito all'eco, specificando che "in un momento storico segnato da continue violazioni di diritti che credevamo inalienabili, l’impegno riconosciuto di Ahmed Shihab-Eldin per l’informazione e il diritto di cronaca rischia di essere assimilato a un crimine”.

15/04/2026

A Milano sono comparsi manifesti provocatori: raffigurano specie in via di estinzione con i volti di operatori sociali. È la campagna di Koinè cooperativa sociale onlus che affronta il tema del crescente turnover dei professionisti del settore. L'obiettivo è riportare il lavoro sociale al centro dell’attenzione pubblica, riconoscendone il valore, la competenza e l’impatto sulle comunità. Un modo per sollecitare le istituzioni a investire nel futuro del welfare.

Leggi l'articolo di Daria Capitani
👉 https://www.vita.it/cari-educatori-e-professionisti-del-sociale-siete-diventati-una-specie-rara/

LAMPO TV Legacoop Lombardia Legacoopsociali

15/04/2026

Tra le macerie di Tallet al-Khayat, a Beirut, l'8 aprile 2026, è stato ritrovato il corpo della poetessa libanese Khatun Salma, insieme a quello del marito Muhammad Karasht. Non lontano da loro, una copia sfregiata di Ventiquattro ore nella vita di una donna di Stefan Zweig.

Qualcuno ha visto. Qualcuno ha capito subito. E ha diffuso le due immagini insieme - il corpo e il libro strappato - come si diffonde una verità che non ha bisogno di didascalie.

Khatun Salma aveva scritto:
قد أكون الضحيّة / الشهيدة إن شاؤوا
في الصدع فأس / في الصدر جرح
أمدّ يدي اليمنى / تليها اليسرى / ربّما معاً ننجو
Potrei essere la vittima / la martire, se così vogliono
nella fessura un'ascia / nel petto una ferita
tendo la mano destra / poi la sinistra / forse insieme sopravviviamo

Non sono sopravvissuti insieme.

Forse stava leggendo Zweig quella sera. Forse cercava in quelle pagine una chiave per capire l'oscurità del fascismo di ieri e riconoscere meglio quella di oggi. Il fascismo l'ha raggiunta mentre leggeva. È entrato in casa sua senza chiedere il permesso, come fa sempre, come ha sempre fatto.

L'operazione si chiama “Oscurità Eterna”. Cinquanta caccia, centosessanta bombe, cento obiettivi, dieci minuti. Nessuno cercava lei in particolare. Non serve cercare un poeta per ucciderlo, basta decidere che lo spazio in cui vive è sacrificabile. Con tutto ciò che contiene: corpi, voci, libri, versi.

Zweig si era suicidato in Brasile nel febbraio del 1942, in fuga da un'Europa che aveva smesso di essere abitabile per chi pensava e scriveva. Ottant'anni dopo, i libanesi che hanno diffuso quelle due immagini stavano facendo la stessa cosa che faceva lui: cercare di dare un nome a ciò che li sta distruggendo. Con gli stessi strumenti culturali che vengono distrutti insieme a loro.

Non è la prima volta. A Gaza, il 6 dicembre 2023, Israele ha bombardato chirurgicamente l'appartamento in cui si trovava il poeta Refaat Alareer, uccidendo lui, suo fratello, sua sorella e tre nipoti. Poche settimane prima aveva scritto: “Se devo morire, che sia un racconto”. Con lui sono stati uccisi la poetessa Heba Abu Nada, il romanziere Omar Abu Shawish, la pittrice Heba Zaqout, la scrittrice Halima Al Kahlout e decine di altri artisti e intellettuali di cui i nomi rischiano di restare sepolti sotto le statistiche. Prima di loro, nel 1972, Ghassan Kanafani - scrittore, drammaturgo, voce della resistenza palestinese - era stato assassinato a Beirut da un'autobomba del Mossad.

C'è una linea che attraversa i decenni. Il fascismo, in tutte le sue forme, ha sempre saputo che i poeti sono pericolosi non perché imbracciano armi, ma perché nominano le cose. E nominare le cose è il primo atto di resistenza. Per questo li cerca, li bombarda, li seppellisce sotto le macerie con o senza nome.

“Se devo morire, che sia un racconto”, aveva scritto Alareer.

Khatun Salma è diventata un racconto. Come Refaat. Come tutti quelli che il fascismo vuole ridurre a numero e riesce invece a trasformare in voce.

Di Tahar Lamri

Indirizzo

Via Gaetano Salvemini, 40
Molfetta
70056

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando ComunicareilSociale.it pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi