10/11/2025
Mi chiamo Martina, avevo quattordici anni e frequentavo il primo liceo classico in una scuola dove anche i muri sembravano avere un regolamento interno.
Ricreazione in classe, a volume “biblioteca”. Se ti cadeva la penna, tutti si voltavano come se avessi fatto esplodere un petardo.
L’unico spiraglio di libertà era il prof di italiano, il professor Lenci — giacca di velluto, sorriso ironico e una convinzione incrollabile: “La letteratura è una palestra di disobbedienza.”
Le interrogazioni con lui erano strane: sceglievi un autore, preparavi una mini-lezione e diventavi tu il professore per dieci minuti.
Quando toccò a me, decisi di portare Pirandello.
Non so cosa mi prese. Forse l’idea che anche lui non sapesse mai esattamente chi fosse, e quella mattina mi ci riconoscevo pure troppo.
Cominciai a parlare di maschere, di identità, di come ognuno di noi reciti la parte dello studente modello anche quando vorrebbe solo dormire sul banco.
Il prof mi fissava. Ogni tanto alzava un sopracciglio. Poi disse:
“Quindi, secondo te, io chi sarei nel mio romanzo?”
Risposi al volo: “Il personaggio che finge di avere il controllo.”
Risata generale. Silenzio suo.
Continuai a parlare, sempre più convinta, fino a quando il tempo finì.
Tornai al mio banco convinta di averla combinata grossa.
Lui scrisse qualcosa sul registro, poi disse:
“Rossi, nove. Il dieci no: Pirandello non credeva nella perfezione.”
“Prof, ma è un complimento o un insulto?”
“Dipende da quante maschere vuoi ancora indossare.”
Da allora, ogni volta che ricevo un voto “strano”, mi viene da ridere: forse non sto sbagliando, sto solo recitando bene.