09/06/2023
e sono scappata al Guggheneim!
Dopo una mandria di call indomabili ho spento il PC e sono uscita a godermi la pioggia che scrosciava sul titanio di Gehry.
Bello è bello. Ti mette addosso una strana energia, ti libera il movimento, ti tira lo sguardo negli angoli e nelle ellissi delle sue architravi.
É vivo, cambia colore: l'acquazzone e poi il sole e dopo ancora l'acqua a secchiate sono come luce che informa profondità.
Eh sì, è un lui: è un capovoloro, un approdo per gli artisti della contemporaneità, un viaggio introspettivo alla ricerca del tuo essere. Perché ti sfida, ti lancia il guanto e tu non sai da che parte è caduto.
Così le sette opere di Serra sono una prova di equilibrismo alla cieca, tra la ruggine e il vuoto.
Ma la cosa davvero potente è la mostra di Kokoschka, uno dei miei ribelli preferiti. È stata una sorpresa. A momenti mi commuovevo ma invece di piangere ho allargato gli occhi e l'ho caricato nella memoria a lunga scadenza.
E dopo di lui, c'é un'artista nigeriana immaginifica che disegna persone reali a partire dai racconti o dai ritagli di giornale, in situazioni vivide e domestiche.
Mi sono scaricata da Spotify la sua playlist di canzoni sdolcinate e mi sono persa nelle capigliature afro dei suoi soggetti, certa di non commettere peccato.
L'ho trovata geniale.
E mentre scrivo sono in un locale indigeno a bere vino tinto e a chiacchierare con una coppia che ha appena ricevuto l'ultima carta per l'adozione di un bimbo. Polacco, come i genitori di Gehry.
E tutto torna.