01/06/2026
► LE PROTESI DEL CAPITALISMO, NON AIUTANO MA DANNEGGIANO ◄
Per SLG-CUB Poste, le Poste devono ritornare sotto la gestione pubblica, al 100%, come sostenuto negli argomenti dello sciopero recente del 29 maggio scorso. Questa è l'unica opzione per fermare il danno, prima che diventi irreversibile, ai posti di lavoro e all'economia nazionale.
Dal "crollo del Muro di Berlino", nel 1989 (buon per i berlinesi), l'Italia ha cambiato faccia, con partiti e sindacati che sono saliti subito sul carro del capitalismo vincitore, rottamando lo "stato sociale, la giustizia sociale, i diritti sociali". Così, nel 1990, è arrivata la legge di restrizione del diritto di sciopero (redatta con il contributo dei "saggi" di CGIL-CISL-UIL), sono arrivate le privatizzazioni (attuate dal cosiddetto "centrosinistra" e benedette dal centrodestra), è stato allargato il precariato, è stato abolito l'art.18 (con l'assenso di Confindustria), attaccate le pensioni, demolita la sanità pubblica, abbandonata la manutenzione del territorio, dimenticata l'importanza del Servizio Universale.
Tutto ha cominciato a girare intorno al concetto che il capitalismo dovesse essere l'unico interesse di riferimento, riducendo i diritti dei lavoratori, per poterli sfruttare di più e pagare di meno, riducendo le tutele, cosa che ha causato più stress, malattie, infortuni e morti sul lavoro. Partiti e sindacati di loro riferimento si sono impegnati in un'opera colossale di cambio della mentalità degli elettori e dei lavoratori, per fare accettare che lo stato sociale costava troppo e che il debito pubblico, nel 1991, era di 755 miliardi di euro, non fosse più sostenibile.
Così, hanno fatto passare l'idea che la strada giusta fosse quella di ridurre le tutele sociali e affrontare il libero mercato, con privatizzazioni, precariato e minori diritti. Senza mai spiegare perché questa inversione dei principi costituzionali di solidarietà sociale e di sana economia avrebbe dovuto essere necessaria. Non l'hanno fatto, perché non potevano. Infatti, nessuna base logica poteva essere portata a sostegno, tranne quella della speculazione economica di pochi soggetti. Ecco come, si sono visti sindacati che, invece di opporsi, hanno tradito apertamente i lavoratori, ottenendo la tutela dei propri privilegi (permessi aziendali retribuiti - definiti sindacali - concessi a iosa), mentre, nel caso di Poste Italiane, si sono persi oltre centomila posti di lavoro e anche i giorni di ferie sono stati ridotti, per tutti gli assunti dall'11 luglio 2003.
Dunque, se fossero stati più coraggiosi e coerenti, quei sindacati avrebbero potuto opporsi alla deriva capitalistica, e alla rovina popolare, confutando le motivazioni strumentali dei partiti del capitalismo ed evitando di partecipare al "lavaggio del cervello" politico eseguito sulla massa dei lavoratori, con assemblee nei posti di lavoro a favore di contratti nazionali che hanno ridotto le tutele ai lavoratori. Opponendosi proprio alle privatizzazioni, all'allargamento del precariato, all'abolizione dell'art.18, e non contribuendo alla legge di restrizione del diritto di sciopero. Ma ciò, ovviamente, avrebbe significato un prezzo da pagare, per i loro esponenti, come la difficoltà di poter rientrare nel gradimento politico e nelle liste dei candidati dei partiti del capitalismo.
Infine, anche la giustificazione puerile del debito pubblico è andata in fallimento, dal momento che, con il loro dannosissimo sistema capitalistico speculativo e antisociale, l'Italia, che era la quarta potenza economica mondiale, dopo USA, Giappone e Germania ovest, nel 1991, è sprofondata all'ottava posizione, del 2026, con il debito pubblico che è salito a oltre 3mila miliardi di euro (e non poteva essere altrimenti, per motivi logici), con la povertà che avanza e le famiglie che non arrivano alla fine del mese. Ecco perché, si deve inquadrare la responsabilità dei sindacati privatizzatori, come nel caso di Poste Italiane, per non permettere loro di oltrepassare la linea rossa di irreversibilità del danno.