18/10/2026
Riflessioni a caldo dopo la visione di "La Valle dell'Eden"
Non era certo un’impresa facile quella di ridurre la complessita’ psicologica e l’ampiezza storica del capolavoro di John Steinbeck in sole due ore di proiezione, ma il grande maestro Elia Kazan è riuscito a trarne un secondo capolovoro, che restituisce in pieno tutta la tensione drammatica ed esistenziale del romanzo.
Infatti, per evidenti esigenze cinematografiche, la vicenda raccontata nel film abbraccia soltanto la seconda parte del romanzo e non include personaggi fondamentali come il saggio cinese Lee e il vecchio Sam Hamilton. E tuttavia il film ci trasferisce lo stesso grado di tensione e sotterranea violenza che animano i personaggi di questa storia dal significato universale, di questa sconvolgente riedizione dell’eterno conflitto tra Caino e Abele, tra il fratello “buono” e quello “cattivo”.
Il Caino nella Genesi reagisce con la violenza quando diventa consapevole di non essere pienamente amato da Dio, che rifiuta il suo regalo, preferendogli quello di Abele. Anche qui la misteriosa preferenza del padre Adam verso il figlio Aaron sconvolge e riempe di rabbia la vita dell’altro figlio Caleb, che sembra quindi predestinato ad essere, suo malgrado, responsabile del triste destino del fratello, morto in guerra.
Ma Caleb, pur non sentendosi stimato, anche a causa della sua maldestra istintività, non smette comunque di amare la sua famiglia, continuando a cercare senza successo un’occasione per esserne ricambiato, che arriverà però soltanto nella struggente scena finale col padre morente, con l’aiuto appassionato di Abra, l’ex ragazza del fratello, da sempre innamorata in realtà di Cal.
Nel film di Kazan, come anche nel romanzo di Steinbeck, il conflitto tra Cal e Aaron non rappresenta l’eterna lotta tra il bene e il male, che in realtà nessuno dei due protagonisti incarna, ma piuttosto l’antinomia tra la carnalità di Cal a Abra, intensamente bisognosi di umanità e amore, e il freddo moralismo di Adam e Aaron, per i quali la Bibbia è solo una fonte di regole per orientare il comportamento umano.
Si ripropone qui il drammatico confronto, già potentemente affrontato dall’altra grande protagonotsa della letteratura americana del 900, Flannery O’Connor, tra il puritanesimo un pò ipocrita della società ufficiale dei benpensanti e la sincera, seppur contradditoria, ricerca di verità e autentica umanità, che anima la vita, a volte disordinata e violenta, di chi si sente emarginato proprio a causa di questa sua aspirazione.