10/03/2026
Nello scorrere i social network, un rumore di fondo fatto di frasi sospese e interrogativi ripetuti fino alla saturazione simbolica. Tra questi, quello che ritorna con insistenza, quasi rituale è sulla coscienza dell’AI. L’affermazione secondo cui possa possedere una coscienza, appartiene più alla retorica culturale che alla conoscenza scientifica perché i suoi sistemi operano attraverso modelli computazionali che organizzano informazioni, apprendono regolarità statistiche e restituiscono configurazioni coerenti rispetto ai dati ricevuti. Non possiedono esperienza soggettiva, non sviluppano interiorità, non abitano alcuna dimensione emotiva. Ciò che appare rilevante è, però, il modo in cui la società contemporanea si rappresenta di fronte a queste tecnologie. L’algoritmo produce una rappresentazione geometrica della realtà, la sua azione è metodica, persistente, scrupolosa. Ogni dettaglio viene registrato, ogni correlazione viene valutata secondo la logica per cui il sistema è stato progettato, emergendo come forma estrema di razionalità procedurale.
La società contemporanea, nell’ osservarla, mostra tratti differenti. La nostra epoca, vista attraverso il filtro del digitale, rende visibile una progressiva rarefazione dello spazio emotivo e riflessivo dell’individuo. La velocità informativa, l’esposizione continua agli stimoli, la trasformazione delle relazioni in flussi comunicativi brevi producono un ambiente in cui la ricerca interiore tende a ridursi. Il risultato è che mentre alle macchine si chiede una percezione sempre più sofisticata del mondo, gli esseri umani sembrano progressivamente allontanarsi dall’esercizio della propria coscienza critica. L’algoritmo continua a elaborare senza esitazioni mentre l’essere umano, interrompe il proprio sforzo di comprensione.
Flussi di persone attraversano lo spazio urbano delle città con il capo inclinato verso un dispositivo luminoso. Lo schermo illumina il volto ma raramente genera uno spazio di riflessione condivisa. Il movimento collettivo prosegue, ma la direzione simbolica appare indebolita.
Prende forma una modernità capace di produrre strumenti di potenza straordinaria mentre le istituzioni culturali vivono una crisi di complessità tra sistemi tecnologici sempre più sofisticati e una riduzione delle capacità collettive di integrazione etica, politica e affettiva.
La tecnologia diventa, così, uno specchio della condizione umana.
L’AI non possiede la coscienza ma restituisce con precisione matematica la qualità della syneídēsis delle società che la producono. Dove esistono visione, responsabilità e tensione verso il bene comune, l’AI diventa uno strumento di ampliamento delle possibilità umane. Dove prevalgono passività, disorientamento e concentrazione del potere, la stessa tecnologia amplifica tali dinamiche.
Valeria Lazzaroli
Presidente
ENIA FONDAZIONE ENTE NAZIONALE per l'INTELLIGENZA ARTIFICIALE®