Razzismo Brutta Storia

Razzismo Brutta Storia Per una società libera dal razzismo, perché la cultura sia strumento per evolvere, perché tutti abbiano accesso ai diritti di cittadinanza
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L’associazione condanna ogni forma di discriminazione e di razzismo. Il nostro obiettivo è di attivare la società italiana, oggi chiaramente multietnica, sui diritti di cittadinanza, le discriminazione, la lotta contro la marginalità: e facciamo questo attraverso iniziative culturali (pubblicazioni, festival, eventi culturali, ecc.) e con
Il dialogo, la partecipazione e l'informazione.

Con i pensieri e il dolore delle diaspore in Italia, Spagna, Francia, con le voci dal Marocco, con lo sguardo di chi sa ...
03/08/2026

Con i pensieri e il dolore delle diaspore in Italia, Spagna, Francia, con le voci dal Marocco, con lo sguardo di chi sa cosa significhi migrare senza avere un passaporto forte - come quello ad esempio dei circa 100.000 giovani che lasciano l'Italia ogni anno (Istat) per installarsi altrove, con i Network di solidarietà dal basso lavorano alle frontiere lì e qui.

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"I diritti non vengono mai cancellati tutti insieme. Prima vengono differenziati. Si introduce l'idea che qualcuno possa...
25/07/2026

"I diritti non vengono mai cancellati tutti insieme. Prima vengono differenziati. Si introduce l'idea che qualcuno possa avere meno tutela perché appartiene al gruppo sbagliato, perché è considerato meno "integrato", perché, anche se cittadino italiano, può essere percepito come meno utile o meno rispettabile. Poi quella distinzione diventa normale. Infine può essere applicata ad altri.
[...]

Io intanto ci metto la faccia"

Grazie Antonella Bundu

Leggo che la famiglia di Abderrahim Fakir ha dovuto dire: "Non siamo scarafaggi".

Sotto i post dedicati alla morte di Abderrahim Fakir sono comparsi commenti violenti, razzisti, falsi e ingiuriosi. Non si tratta soltanto di espressioni di rabbia o di disagio. In molti casi mostrano qualcosa di più profondo: l'incapacità di riconoscere l'altro come pienamente umano quando quell'altro appartiene a una categoria sociale già stigmatizzata. Un immigrato. Una persona razzializzata. Una persona povera, fragile, malata, con problemi psichici o semplicemente distante dai modelli di rispettabilità che la società considera accettabili.

Chi pensa che i familiari siano scarafaggi è lo stesso che finisce per accettare l'idea che una persona possa perdere il diritto alla protezione nel momento stesso in cui diventa vulnerabile, trasformandosi in un problema da gestire.

Da una parte c'è una trasformazione più generale del modo in cui lo Stato affronta la fragilità: sempre più spesso persone che avrebbero bisogno di interventi sociali, sanitari o di cura vengono intercettate principalmente attraverso strumenti di controllo e repressione. Chi vive una crisi psichica, chi è povero, chi è senza dimora, chi si trova in una condizione di marginalità è più esposto al rischio di essere trattato prima come un problema di ordine pubblico e solo dopo, eventualmente, come una persona da aiutare.

Dall'altra parte c'è una dimensione specifica che riguarda le persone razzializzate. In questo caso non è soltanto la condizione sociale a determinare l'esposizione al controllo: è il modo in cui alcuni corpi vengono percepiti e letti nello spazio pubblico. Essere una persona razzializzata significa spesso essere sottoposti a un livello maggiore di sospetto, a controlli più frequenti, alla necessità di dimostrare continuamente di avere diritto a stare in un luogo, a fare una determinata cosa, a essere semplicemente presenti.

È un'esperienza concreta, quotidiana, che molte persone conoscono. Può accadere a una persona (mio cugino) che sta semplicemente prendendo il sole sul Lungarno, in un luogo pubblico e frequentato da tutti, e che viene comunque considerata una presenza sospetta al punto da essere sottoposta a un controllo e portata in questura per ore prima di essere rilasciata. Può accadere a chi (io)camminando tra la folla o salendo su un mezzo pubblico, si sente costretta a mettere in mostra le mani e fare attenzione anche ai propri gesti più normali.

Questo significa però riconoscere che i dati sui controlli e le esperienze vissute da molte persone mostrano una realtà precisa: alcune persone sono più facilmente considerate sospette di altre.

E questa realtà emerge anche nel linguaggio dell'odio che accompagna spesso queste vicende. Quando racconto una morte avvenuta durante un intervento dello Stato e vengo sommersa da insulti razzisti, quando mi viene detto di "torna da dove sei venuta" anche se nata in Italia, il problema non è soltanto l'offesa individuale. È la conferma di una gerarchia implicita, quella secondo cui alcune persone devono continuamente dimostrare di appartenere alla comunità, mentre altre ricevono questa appartenenza come un dato naturale. Come la st*****ta di Vannacci e la remigrazione. Io a Vannacci e a gente come lui non voglio somigliare.

Ma nessuno dovrebbe dover dimostrare di meritare dignità. Non dovrebbe dipendere dal luogo in cui è nato, dal passaporto che possiede o dalla storia della propria famiglia. La dignità non è un privilegio assegnato alla nascita a chi ha avuto semplicemente la fortuna o il caso di nascere dalla parte considerata giusta

Ma riguarda tutti- prima vennero a prendere...

Il razzismo produce gerarchie specifiche, radicate nella storia coloniale e nelle strutture sociali contemporanee, intrecciandosi con la trasformazione della povertà, della marginalità e della fragilità in problemi di ordine pubblico.

Negli ultimi decenni abbiamo visto crescere la repressione di Stato: prima rosicchiando progressivamente lo spazio della funzione sociale e ora divorandolo a quattro palmenti. Sempre più spesso problemi che avrebbero bisogno di risposte sociali vengono affrontati attraverso strumenti di controllo.

Una persona con una crisi psichica viene trattata principalmente come un problema di sicurezza. Una persona senza casa viene considerata un elemento di degrado urbano. Una persona povera viene giudicata irresponsabile invece che letta all'interno delle condizioni sociali che la circondano. L'immigrazione viene affrontata attraverso logiche permanenti di emergenza e controllo. La marginalità attraverso la sorveglianza. Il disagio attraverso la forza.

In questo quadro si inseriscono i cosiddetti decreti sicurezza, come espressione di una precisa idea politica: quella secondo cui i conflitti sociali non devono essere affrontati attraverso redistribuzione, servizi e diritti, ma attraverso controllo e contenimento.

È una scelta che ha conseguenze concrete nei quartieri più poveri, sulle persone senza documenti o con percorsi amministrativi fragili, sui lavoratori più ricattabili e su chi non possiede una rete familiare o economica in grado di proteggerlo.

La discussione di questi giorni in Parlamento sul decreto "giustizia e migranti", sul ricongiungimento familiare e sull'emendamento introdotto da Lega e Fratelli d'Italia rappresenta un esempio.

Non è più sufficiente essere una lavoratrice o un lavoratore regolarmente presente sul territorio per avere diritto all'unità familiare. Conta anche quanto il mercato attribuisce valore al proprio lavoro.

Un ingegnere o un dirigente può richiedere immediatamente il ricongiungimento familiare. Un muratore, una badante, un operaio della logistica o una lavoratrice della cura devono invece attendere due anni e tre settimane per poter presentare la domanda.

Il punto non riguarda solo gli stranieri ma l'idea che i diritti possano essere concessi sulla base dell'utilità economica.

Ed è proprio questo il problema.

Perché, una volta accettato che alcune persone possano avere meno diritti perché considerate meno produttive, la soglia può spostarsi continuamente. Oggi riguarda chi arriva da fuori. Domani può riguardare chi è povero. Poi chi è malato. Poi chi non rientra nei criteri di efficienza richiesti dal sistema.

La stessa logica riguarda il diritto alla difesa.

Anche qui si parte dalle persone migranti: da una parte si limita il libero patrocinio per chi vuole ricorrere contro un provvedimento di espulsione, rendendo più difficile difendersi per chi non ha risorse economiche; dall'altra si introduce invece un incentivo di 600 e rotti euro per l'avvocato che accompagna il percorso di allontanamento.

e anche qui problema non riguarda soltanto chi oggi viene colpito da questa misura, ma il principio che viene introdotto: quello di minare il diritto alla difesa e di distorcere il rapporto tra avvocato e assistito, fondato sulla fiducia e sull'obbligo del legale di tutelare gli interessi del proprio cliente.

I diritti non vengono mai cancellati tutti insieme. Prima vengono differenziati. Si introduce l'idea che qualcuno possa avere meno tutela perché appartiene al gruppo sbagliato, perché è considerato meno "integrato", perché, anche se cittadino italiano, può essere percepito come meno utile o meno rispettabile. Poi quella distinzione diventa normale. Infine può essere applicata ad altri.

Ogni tutela tolta comincia con la costruzione di un gruppo che può essere escluso dalla piena protezione della comunità.

Per questo la vicenda di Abderrahim Fakir riguarda il modo in cui una società decide chi merita tutela.

Io non voglio una società nella quale il valore delle persone dipende dal passaporto, dal reddito, dal lavoro svolto, dalla produttività, dalla condizione psicologica o dalla posizione sociale.

Esiste purtroppo chi accetta che alcuni esseri umani possano valere meno degli altri, forse chi non ha ben chiaro il significato di "prima vennero a prendere...".

A volte bisogna metterci la faccia.

Per chi vuole parlare di disumanizzazione, di ciò che sta accadendo ai palestinesi e alle palestinesi, ci vediamo anche stasera.

io intanto ci metto la faccia

Per Abderrahim Fakir “Non basta fare un post per sentirsi a posto”
23/07/2026

Per Abderrahim Fakir
“Non basta fare un post per sentirsi a posto”

Venerdì scorso eravamo al Bicocca Village, invitati dalla cooperativa sociale Diapason Diapason Cooperativa Sociale , co...
23/06/2026

Venerdì scorso eravamo al Bicocca Village, invitati dalla cooperativa sociale Diapason Diapason Cooperativa Sociale , con Ariman Iman e Mattia Mattia Zoppellaro che hanno portato una prima presentazione di IA – Idoneità Alloggiativa, il progetto fotografico che indaga i temi dell’identità, della rappresentazione e delle esperienze diasporiche tra le vie e i quartieri italiani.

Accanto alla presentazione del progetto, è stato allestito uno spazio fotografico aperto al pubblico. Nel corso della giornata decine di persone si sono fermate per farsi ritrarre, dialogare, osservare le immagini proiettate e portare a casa una stampa del proprio ritratto, di cui pubblichiamo anche qui una selezione.

Il Bicocca Village non è stata una scelta casuale: i centri commerciali nelle periferie roventi rappresentano uno dei pochi punti di aggregazione in cui si incrociano storie, generazioni, culture ed interessi diversi.

Per qualche ora l’atrio del centro commerciale è diventato uno spazio collettivo, un luogo per riflettere su chi abita la città e su come viene attraversata.

Grazie a tutte le persone che hanno scelto di fermarsi, partecipare e condividere un frammento della propria storia.

Grazie a Ariman Scriba e Mattia Zoppellaro per aver dato vita a questo momento di incontro attraverso la fotografia.

Grazie a Diapason e al Bicocca Village per aver reso possibile questa iniziativa.

Resta aggiornato sulle nostre iniziative e sulle prossime tappe di IA – Idoneità Alloggiativa: iscriviti alla newsletter e seguici sui social!

Sabato si è svolto l’ultimo workshop organizzato da Il Razzismo è una br**ta storia all’interno del corso “Formatori e f...
12/06/2026

Sabato si è svolto l’ultimo workshop organizzato da Il Razzismo è una br**ta storia all’interno del corso “Formatori e formatrici dell’inclusione”, curato da Università degli Studi di Milano Unimi - La Statale, Human Hall e promosso dall’ (UNAR).

Desideriamo ringraziare la psicoterapeuta Ronke Rocks Everywhere e lo psicoterapeuta Murphy Tomadin per il loro intervento, che ha permesso di esplorare il tema delle emozioni in connessione al razzismo. Attraverso un’analisi di come funziona il nostro cervello, abbiamo approfondito che cosa innesca la paura, il senso di vergogna e il bisogno di sicurezza, e come lo stress e il trauma abbiano a che fare con i propri valori e il bisogno di rispettarli.

È stato un importante percorso formativo che ha visto partecipare 100 professionisti alle lezioni e ai workshop, online e in presenza presso la Feltrinelli Librerie di Piazza Piemonte a Milano, grazie a questa opportunità costruita da Unimi e UNAR.

Desideriamo ringraziare anche tutte le altre formatrici e gli altri formatori delle scorse settimane, oltre a tutti i partecipanti e le partecipanti al corso che si sono messi in gioco con passione e impegno. Mentre tutto intorno è strumentalizzazione di questi temi, continuiamo a costruire una comunità professionale capace di trasformare l’antirazzismo in pratica quotidiana.

Ci vediamo il 18 Giugno con l’ultimo incontro per salutarci!

Sfoglia il post per vedere alcuni momenti del workshop.

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Sabato si è svolto l’ultimo workshop organizzato da Il Razzismo è una br**ta storia all’interno del corso “Formatori e f...
12/06/2026

Sabato si è svolto l’ultimo workshop organizzato da Il Razzismo è una br**ta storia all’interno del corso “Formatori e formatrici dell’inclusione”, curato da Università degli Studi di Milano Unimi - La Statale, Human Hall e promosso dall’ (UNAR).

Desideriamo ringraziare la psicoterapeuta Ronke Oluwadare e lo psicoterapeuta Murphy Tomadin per il loro intervento, che ha permesso di esplorare il tema delle emozioni in connessione al razzismo. Attraverso un’analisi di come funziona il nostro cervello, abbiamo approfondito che cosa innesca la paura, il senso di vergogna e il bisogno di sicurezza, e come lo stress e il trauma abbiano a che fare con i propri valori e il bisogno di rispettarli.

È stato un importante percorso formativo che ha visto partecipare 100 professionisti alle lezioni e ai workshop, online e in presenza presso la Feltrinelli Librerie di Piazza Piemonte a Milano, grazie a questa opportunità costruita da Unimi e UNAR.

Desideriamo ringraziare anche tutte le altre formatrici e gli altri formatori delle scorse settimane, oltre a tutti i partecipanti e le partecipanti al corso che si sono messi in gioco con passione e impegno. Mentre tutto intorno è strumentalizzazione di questi temi, continuiamo a costruire una comunità professionale capace di trasformare l’antirazzismo in pratica quotidiana.

Ci vediamo il 18 Giugno con l’ultimo incontro per salutarci!

Sfoglia il post per vedere alcuni momenti del workshop.

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"Mi rifiuto di ricordarlo solo come un’altra vittima di razzismo.Bakary era una persona importante. Talmente importante ...
16/05/2026

"Mi rifiuto di ricordarlo solo come un’altra vittima di razzismo.
Bakary era una persona importante. Talmente importante per l'identità di quei ragazzini, che l'hanno dovuto uccidere." Djarah Kan

Sì è parlato di Bakary Sako come di una persona “fragile perché di colore”. E capisco che la procuratrice di Taranto a capo delle indagini stia cercando di fare del suo meglio per rendere chiaro all’intero Paese che il suo 0*mic*dio non è una tragica casualità ma la prevedibile conseguenza di un razzismo strutturato e permanente.

Tuttavia io non ci sto a leggermi e raccontarmi come una vittima solo perché sono nera. Questa etichetta non mi consola. Non cosola nessuno. Anche perchè sono le persone razziste a porci sempre al centro delle loro più oscure fantasie.

È possibile parlare di questa storia senza ridurci al solito tropo narrativo dei 'poveri neri vittime di violenza' ?
Perché questa narrazione produce un'empatia facile, ma di pessima qualità. Un'empatia che galleggia in superficie, dove è comodo provare pena per gli immigrati senza scavare nel vero problema. Se continuiamo a raccontare solo 'guardate quanto soffrono i neri', non stiamo svelando il meccanismo reale. Non stiamo mostrando che il problema è la fragilità delle persone bianche razziste, la loro dipendenza dall'odio, il fatto che hanno bisogno di noi per esistere. Non possiamo parlare della fragilità degli immigrati, senza parlare della fragilità delle persone bianche.

Non è il colore della nostra pelle a renderci vulnerabili. Ma è la vulnerabilità delle persone bianche e razziste a rendere la nostra vita un inferno.
Si. Le persone bianche e rax*iste sono anch’esse vulnerabili. Sono facilmente manipolabili. Se si vuole continuare a contestare il razzismo, bisogna contestare le basi sulle quali si regge la propria bianchezza.
Perchè la bianchezza è un’identità parassitaria a parte. Che spinge le persone lungo i limiti della propria umanità.
Le persone bianche che praticano attivamente la loro bianchezza, stanno a pezzi. Credono a qualsiasi bufala confermi i loro pregiudizi. Non hanno strumenti critici per distinguere il vero dal falso. Sono preda perfetta della propaganda neo-fa*sta. Carne da macello per le élite. Voti. E nulla di più.

Non sanno di essere soldati dormienti pronti a fare il lavoro sporco di chi non andrà mai in galera per aver intossicato l’opinione pubblica con l’idea che essere neri e immigrati significhi essere bestie, risorse boldriniane, criminali, o colonizzatori pronti a sradicare questo paese dalle sue fondamenta.

Parliamo della “vulnerabilità degli immigrati” fino alla fine dei nostri giorni. Ma non dimentichiamoci di parlare anche della vulnerabilità che ha spinto degli adolescenti ad uccidere un uomo. Perchè in quella vulnerabilità si insinua la mentalità mafiosa e fas*ista.
Parliamo. Ma non solo di “mostri da buttare in galera” contro “poveri braccianti uccisi”.

Chi è davvero vulnerabile in questa storia? Chi si sente davvero impotente, senza strumenti per cambiare la propria vita?
Noi, che ogni giorno cerchiamo semplicemente di vivere in pace? O loro, talmente schiacciati dalla propria insignificanza da doversi macchiare di un omicidio pur di sentirsi protagonisti di qualcosa, pur di dare un senso a un'esistenza altrimenti vuota?

Il Paese si autoassolve riconoscendoci lo status di 'vittime' e 'soggetti vulnerabili'. Ma non c'è nulla di più vulnerabile di un'economia che crollerebbe senza il supporto e le giustificazioni morali del razzismo. Interi settori (agricoltura, edilizia, cura, logistica, ristorazione) si reggono sul lavoro sottopagato degli immigrati. Il differenziale di diritti crea una forza lavoro più ricattabile, meno tutelata, più sfruttabile. Senza permesso di soggiorno stabile c’è la costante impossibilità di rivendicare pienamente i propri diritti. C’è chi urla remigrazione e riconquista, mentre guadagna milioni di euro col lavoro degli immigrati.

Un sistema economico che ha bisogno di massacrare gli immigrati, è un sistema economico vulnerabile. Se domani gli immigrati avessero improvvisamente gli stessi diritti civili e sociali degli italiani, molti imprenditori si ritroverebbero in crisi dal momento che loro estrema ricchezza può esistere solo dentro un Paese in cui è culturalmente e politicamente accettabile pagare gli stranieri una miseria, farli lavorare senza tutele, trattarli come merce.

Le persone bianche e ra*xiste hanno bisogno di noi per ricordarsi chi sono. Per avere uno scopo. Per provare qualunque cosa le allontani dallo stato depressivo in cui versano quotidianamente.

Il fas*s/mo storico si è sempre nutrito di masse disorientate, impoverite, private di futuro a cui si offre un nemico come soluzione.

L’Italia è un Paese depresso.
L’odio produce dopamina.
Ti fa sentire vivo. Ti dà adrenalina. Ti strappa per un momento da quell'apatia che ti sta soffocando.
Una società depressa e impoverita spalancherà sempre le sue porte al razzismo.

I ragazzini che hanno uc*iso Bakary Sako, nonostante si percepissero onnipotenti, erano e sono persone vulnerabili. E francamente, sono dispiaciuta per queste vite sprecate. A quell’età avrebbero dovuto sognare di essere tutt’altro e invece sono diventati puerili a**assini. Il braccio armato di una parte di questo Paese che vuole italiani sempre più violenti e intolleranti.
Quei bimbi sperduti senza nulla di reale per il quale combattere o gioire, sono parte integrante di questa tragedia. Pur di sentirsi vive, hanno dovuto rubare la vitalità di un uomo dignitoso, giovane e forte.
Quell’attimo tremendo in cui, insieme, si appropriavano in gruppo di Bakary e del suo futuro, ha rappresentato forse il momento più soddisfacente delle loro esistenze dissestate. E anche su questo, abbiamo tutti l’obbligo si soffermarci.

È terribile pensare che alcune persone percepiscano la propria esistenza solo attraverso l'annientamento di quella altrui.

Bakary Sako non era solo una persona "vulnerabile".

Era un uomo adulto, cosciente, con una famiglia sulle spalle. Era un operaio. Capacissimo di difendersi. Ma non contro un branco di ragazzini vuoti di senso. Né contro il loro c*lt*llo. Né contro la vigliaccheria del barista che l'ha cacciato, mentre lui chiedeva aiuto.

Mi rifiuto di ricordarlo solo come un’altra vittima di razzismo.
Bakary era una persona importante. Talmente importante per l'identità di quei ragazzini, che l'hanno dovuto uccidere.

E io voglio ricordarlo così. Ne ho bisogno.

Mentre in Italia assistiamo al dilagare di un razzismo che uccide, com’è appena successo a Taranto al trentenne Sako Bak...
14/05/2026

Mentre in Italia assistiamo al dilagare di un razzismo che uccide, com’è appena successo a Taranto al trentenne Sako Bakari, accerchiato e accoltellato da adolescenti, e a casi di profilazione razziale sempre più violenta, com’è successo a Milano il 9 Maggio a Diala Kante, inizia oggi il Salone del libro di Torino 2026, uno spazio in cui è possibile trovare tra i vari appuntamenti anche voci che invitano a riflettere sul razzismo come sistema e su come si possa decostruirlo grazie alla cultura.

Vi presentiamo qui una serie di appuntamenti rilevanti.

Selezione completa sul sito razzismobr**tastoria.net

Dalla prima missione della Flotilla a oggi: letture per riflettere e costruire giustiziaUn passaggio del libro di Adolfo...
08/05/2026

Dalla prima missione della Flotilla a oggi: letture per riflettere e costruire giustizia

Un passaggio del libro di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli ( 2026) racconta la Global Sumud Flotilla come gesto di resistenza civile e umanitaria, capace di interrompere la passività e creare uno spazio umano dentro la violenza.
Leggere oggi queste parole significa anche interrogarsi sul presente, su Gaza, sul ruolo dello sguardo e della responsabilità collettiva.

“Patria significa libertà e giustizia peri Popoli del Mondo (…) Per questo combatto gli oppressori” Giorgio Marincola, p...
24/04/2026

“Patria significa libertà e giustizia peri Popoli del Mondo (…) Per questo combatto gli oppressori”
Giorgio Marincola, partigiano (1923-1945)

Il 25 aprile si festeggia l’anniversario della liberazione dall’occupazione nazista e fascista, e con essa le lotte delle partigiane e dei partigiani che si sono battuti per opporsi a quei regimi.

Qui trovate consigli di letture con punti di vista poco studiati che mostrano in che modo colonialismo, razzismo, antisemitismo e omofobia siano stati costitutivi nella nascita del fascismo.

Indirizzo

Viale Pasubio, 4 Milano
Milan
20154

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